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LA PAROLA ALL'ESPERTO

Di Adolfo Tamburello

UN SEGUITO SUL REGNO DI YONGZHENG

UN SEGUITO SUL REGNO DI YONGZHENG


Di Adolfo Tamburello


Napoli, 19. - Il regno di Yongzheng non conobbe parabole. Le spedizioni militari e le operazioni di guerra senza grandi conquiste e con molti insuccessi tranne coi mongoli Oirati vinti fra il 1731-32, continuarono a costare vite umane e molto anche alle casse dello stato, ma le entrate fiscali, con ben altre, superarono sempre le spese, e sia l'erario sia i beni della casa imperiale accrebbero il tesoro lasciando infine al successore Qianlong di dilapidarlo in altre campagne coronate però da continuative conquiste al punto di fare di quello Qing sotto di lui il più grande impero del mondo.

 

La ricchezza crescente fu dovuta in gran parte (pensiamo anche ai bottini di guerra e alle requisizioni e alienazioni di beni) all'attenta e meticolosa politica tributaria gestita dal sovrano in persona. La sua riforma (che proseguiva nelle sue più estese applicazioni quella del padre Kangxi) tornava  a spostare le imposte dalla capitazione al possesso terriero e alle sue rendite, nonché più in generale sui beni e i proventi delle varie attività di lavori e professioni. Pure il popolo minuto di stato servile, nel quale erano compresi gente di spettacolo e addetti a mestieri giudicati degradanti o infimi (macellai ecc.) e fino ad allora socialmente discriminati, prendeva a rientrare nella classe dei contribuenti. Un'elevazione sociale mirata a nuova fonte fiscale.
Le prime autorità esattrici erano le più capillari dei distretti che raccoglievano specie quelle terriere dai capi villaggio e le trasmettevano, trattenendo quote giustificate o meno, ai superiori organi sottoprefettizi e prefettizi da cui arrivavano ai governatorati delle province, e da queste, pure in quote decurtate, raggiungevano la capitale. La burocrazia, addetta a questa e altre mansioni, era molto articolata in ambito sia civile che militare, centrale e provinciale,  mista di mancesi e cinesi, con costoro sovrabbondanti a livelli impiegatizi locali anche per funzioni di interpretariato sia coi mancesi e sia fra i parlanti dialetti delle diverse regioni. La burocrazia centrale dei Sei Ministeri era spesso circuitata e resa inattiva e impotente o ridotta a funzioni di mera segreteria dai contatti diretti tenuti segretamente dal sovrano con massima celerità coi governatori mediante veloci e fidati corrieri e censori inviati con compiti ispettivi e investigativi.

 

Il personale era rimpiazzato al solo odore di casi di corruzione od omissione; seguivano destituzioni, degradamenti, trasferimenti in lontane province e, nei casi giudicati gravi o più eclatanti, da condanne capitali dei responsabili, distruzioni di intere famiglie e alienazioni e incameramenti di possessi terrieri e beni immobili e mobili. A riduzione della corruttibilità dei funzionari Yonzheng istituiva i cosiddetti "compensi di probità" (yanglian), secondo opinabili princìpi confuciani che pure l'onestà avesse un prezzo e andasse premiata. Se i costi della probità andavano però delusi, le dure condanne anche a morte pur sentenziabili dal solo sovrano non si facevano attendere.

 

Il regime di diffidenza e terrore instaurato con gli informatori e le spie che Yongzheng riusciva a infiltrare fra le alte ufficialità come fra i più bassi livelli impiegatizi, era tale forse che con lui il sistema in parte funzionò e neppure alcuna congiura, se effettivamente ordita, destabilizzò il suo regno, a differenza di quanto personalmente temeva.

 

Con gli anni il complesso di diffidenza e persecuzione del sovrano aumentava al punto da non escludere una latente malattia mentale aggravatagli dai lutti in famiglia: alla fine del 1728 dei tredici figli avuti dalle varie consorti tutte e quattro le femmine e sei maschi gli erano morti di malattia. Per giunta il fratellastro Yinxiang, cui pure era rimasto molto legato, moriva nel 1730, e la sua perdita gli era fonte ulteriore di squilibrio anche per la preziosa collaborazione che gli veniva meno negli affari politici e militari.   

 

Tuttavia la fissazione, se non l'ossessione del trono e la sua conservazione, aveva colpito Yongzheng fin dagli inizi del regno. Scrive Jonathan D. Spence nel suo Il libro del tradimento (Adelphi 2006) che Yongzheng: "È stato convinto per anni che c'è chi vuole ucciderlo, e per reazione ha ordinato l'uccisione di molte persone, inclusi tre dei suoi fratelli. La cosa non è un segreto per nessuno. Il primo a morire nel gennaio 1725, è stato Yinreng, il fratello maggiore, nonché in passato, nel precedente regno, l'erede designato al trono. Nel momento stesso in cui è diventato imperatore Yongzheng l'ha rinchiuso in una prigione di Pechino, sottoponendolo a un duro regime carcerario. Nell'estate del 1726 sono morti altri due fratelli, l'ottavo e il nono, da sempre sospettati dal sovrano di adoperarsi di scacciarlo dal trono […]. Il nono fratello è stato il primo dei due a morire […] dopo essere stato incatenato mani e piedi e letteralmente murato in un soffocante minuscolo capanno, dove lo rifornivano di cibo e acqua soltanto mediante una carrucola […]. L'ottavo fratello morì poco dopo di una malattia non chiarita, ma che fece pensare a un avvelenamento. In nessuno dei due casi l'imperatore permise una qualsivoglia pubblica espressione di dolore o di lutto da parte dei membri della famiglia dei morti".  

 

I decessi in famiglia non finivano qui. All'ultimo per essere certo di poter assicurare in tutta tranquillità il trono al prediletto figlio Hongli, il futuro Qianlong, era lui stesso a ordinare il suicidio a un altro dei suoi stessi pochi figli che gli erano sopravvissuti in età adulta.

 

Tanto attaccato al trono era divenuto Yongzheng, a quello suo e al prossimo del figlio che da quando vi era asceso, non si era più allontanato da Pechino, non aveva partecipato ad alcuna campagna di guerra o a battute di caccia e tanto meno a visite d'etichetta richieste dal cerimoniale alle varie cittadinanze. Nessun suddito fuori della città proibita lo aveva mai incontrato, e tutto questo certo non andava a favore della sua popolarità restata sempre più in ombra. Le dicerie o le calunnie che non tardarono a correre su di lui lo volevano per molti consumato dall'alcol, per altri dedito troppo alle donne e persino ad abusare di quelle dei propri fratelli. Al sovrano arrivavano voci di questo, le rimuginava e le divideva fra pochi intimi o non esitava a spiattellarle lui stesso pubblicamente in piazza.

 

In verità era un lavoratore infaticabile con ben poche ore di piaceri o di sonno distolte da scritture e memoriali di sua mano. Molti, troppi di questi, finirono col riguardare unicamente quella che fu da lui ritenuta una vasta cospirazione non solo alla sua persona, ma a discapito dell'impero in nome di una restaurazione della vecchia dinastia. Si trattava dell'"affare" Zeng Jing, per il quale rimandiamo  chi ne vuole sapere di più alla lettura dell'opera testé citata di Spence e che opportunamente si intitola Il libro del tradimento. Zeng Jing era un discepolo del defunto pensatore lealista Ming Lü Liuliang (1629-1683), poeta e scrittore del Zhejiang. Yongzheng se la prendeva da un lato col discepolo e dall'altro con l'esecrare la memoria di Lü fino a farne profanare la tomba e la salma e a sterminarne gli eredi. Non si contano il numero e le terribili morti che si prolungarono ancora nei primi anni di Qianglong.  

 

Personalità molto tormentata e contorta, Yongzheng era al contempo lucidissimo e sagace nella vita politica quotidiana. Per i rapporti con l'estero, grande ammiratore del Giappone, della sua letteratura e delle sue arti, avrebbe voluto emulare gli shogun Tokugawa nella loro riuscita estromissione degli stranieri (compresa quella degli stessi mercanti giapponesi che circolavano nel suo impero spesso in combutta con gli europei). Come i Tokugawa avevano ristretto i rapporti con gli olandesi a Deshima e ai cinesi o orientali in genere a Nagasaki, continuava a limitare la presenza europea a Canton e al Fiume delle Perle, dove le varie Compagnie delle Indie avevano le loro sedi. Non indiceva tuttavia le cruenti persecuzioni della cristianità perpetrate dai giapponesi, e manteneva indisturbata Macao anche come comodo rifugio dei missionari che espelleva dalla Cina e dei quali faceva distruggere alcune chiese o trasformarle in edifici di pubblica utilità . Nel 1727 accoglieva un'ambasceria del re del Portogallo e si premurava di avere a fianco a sé il gesuita Parrenin a fare da interprete all'incontro con l'ambasciatore e la sua scorta colloquiando con lui in mancese (lingua ignota a tutti i membri della legazione portoghese) e senza entrare nel merito di alcun discorso promissorio lasciando le cose come stavano. E pensare che l'ambasceria era nata dal disegno del re del Portogallo di ristabilire il proprio patronato esclusivo sul cattolicesimo in Cina! L'anno precedente era arrivata a Pechino l'ambasceria russa di Sava Vladislavic (Raguzinskij). Le transazioni con questa, ben più serie e impegnative, portavano nel 1727 al Trattato di Kjachta fra l'impero Qing e quello degli Zar. I russi ritiravano ogni eventuale pretesa sui Mongoli orientali, e ricevevano in cambio a Kjachta l'apertura di un grande mercato con la conferma di tutte le garanzie a Pechino di continuare a ospitare una missione russo-ortodossa. Due missioni Qing erano quindi ricevute a Mosca e a San Pietroburgo nel 1731 e 32.

 

Come dimostrava la tolleranza della chiesa ortodossa a Pechino e altri centri minori popolati da sudditi russi o russificati, non c'era in Yongzheng una precostituita insofferenza per il cristianesimo. Erano le nazioni cattoliche e le altre cristiane sui mari a non fargli fare sonni tranquilli (al momento per tutti i risaputi traffici clandestini e di contrabbando anche di oppio). Riguardo all'aspetto della pratica religiosa, non spegneva l'indignazione per la condanna dei riti cinesi che il papa aveva recapitato con indebita interferenza a suo padre, e solo in  memoria del mite Kangxi temperava la sua intransigenza per il clero cattolico, che gli restava però acuta sia verso coloro che lo avevano contrastato appoggiando l'ascesa al trono di qualche suo fratello e sia per gli altri che avevano militato contro i riti cinesi.

 

Dal punto di vista religioso il sovrano aveva una mente tutt'altro che chiusa o dogmatica. Imbevuto di codici e legismo fin da giovane e fiero della sua nazionalità mancese, era forse formalmente confuciano come dovere di regnante piuttosto che per personali convinzioni; a sua volta, era religioso a suo modo o almeno nutriva curiosità se non richiami per le religioni e molta persino (speranzosa nell'intimo di salute e longevità) per il taoismo, circondandosi di maestri, maghi e taumaturghi. Per i mongoli e le altre popolazioni musulmane sosteneva l'Islam e puniva i funzionari che lo volevano combattere, così come non si armava affatto contro il tradizionale sciamanesimo dei mongoli e mancesi, pur mostrando di vedere di buon occhio la loro conversione al buddhismo tibetano. Atti di magnanimità li aveva per molti cattolici: eccezionale quello, appena asceso al trono, di concedere a Matteo Ripa di rientrare in Europa colmo di doni e accompagnato dal suo seguito di discepoli cinesi coi quali il nostro istituiva il primo nucleo del Collegio dei Cinesi di Napoli. Ma Matteo Ripa, lui pure tenace avversario dei riti cinesi, Yongzheng lo riteneva uomo giusto, prudente e leale. 

 

Deciso persecutore di coloro che con indosso vesti ecclesiastiche conducevano vita impropria, il sovrano costringeva molti monaci della storica rete monastica dello Shaolin a spogliarsi dell'abito, mentre ne ricostituiva col figlio Hongli la struttura edilizia e la riorganizzazione della sua vita religiosa con molti interventi suggeritigli anche dalle deplorazioni espresse dal missionariato cattolico a cominciare dai suoi gesuiti a corte. Le critiche gli erano estese allo stato generale del conventualismo buddhista e taoista cinese dell'epoca, fatto di falansteri d'arti marziali e affollato di monaci dalle tonache pregne d'alcol e spesso in compagnia di giocatori d'azzardo e sodomiti o conviventi con  prostitute pure in abiti di monache dedite ad aborti e infanticidi.

 

Il "puritanesimo" (se di puritanesimo si può parlare) sul quale il sovrano impostava quella che ai suoi occhi doveva essere la vita quotidiana dei sudditi cinesi lo vedeva impegnato anche nella censura letteraria che, già emanata dal padre, la inaspriva contro tutta la letteratura giudicata licenziosa che l'editoria privata continuava a pubblicare anche clandestinamente.

 

Alla fine del suo regno, nel 1735, era finalmente ultimata la storia ortodossa, ufficiale, dei Ming, il Mingshi.


*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.
 

 

19 APRILE 2017

 

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