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L'intervista

FEDERICO MASINI

RICORDI E VISIONE DI UN SINOLOGO

RICORDI E VISIONE DI UN SINOLOGO


di Francesco Palmieri e Alessandra Spalletta


Ha contribuito Melania Petrillo

 

Roma, 26 nov. - Abbiamo incontrato Federico Masini un giorno di autunno, a Roma. Il celebre sinologo italiano ci ha ricevuto nel suo studio presso l'Istituto di Studi Orientali, nell'ex caserma Sani. Lo avevamo contattato per evocare il ricordo di Giuliano Bertuccioli, di cui L'Asino d'Oro ha di recente pubblicato una nuova edizione de "La letteratura cinese". Ne è nata una conversazione piena di sapienza, in cui Masini ci restituisce la sua visione della Cina. E la nostalgia del suo maestro.  

 

Conta anche nella sinologia la relazione maestro-allievo. Nel suo caso, con Bertuccioli, un rapporto bellissimo. Lei lo ritrova o auspica di ritrovarlo con i suoi allievi? Oppure, cambiando i tempi, cambiano anche queste cose?

 

E’ fondamentale sperare, e accorgersi, che quelli che vengono dopo di te faranno un lavoro migliore e diverso. Nel rapporto con gli allievi non c’è conservazione ma innovazione. Ovvero, si possono conservare la memoria, il ricordo, l’atteggiamento umano nei confronti di una materia, ma sicuramente dev’esserci innovazione rispetto al contenuto. Nei confronti di Giuliano Bertuccioli nutro profondo affetto. Il ricordo umano, l’apprezzamento per il suo lavoro, la coscienza di non essere uguale a lui nei suoi lati positivi; a ciò si aggiunge la speranza di aver introdotto qualche novità. Cosa che bisogna sempre augurare a coloro che ti seguono.

 

Com’è cambiata la percezione della Cina nell’ultimo decennio?

 

Anche guardare oggi alla Cina presuppone una spinta a innovarsi. Osservare il paese con gli occhi dei ragazzi di adesso offre al sinologo un ottimo punto di osservazione. E viceversa. Il docente universitario dà allo studente la possibilità di vedere la Cina con occhi di persone di generazioni diverse. Cos’era la Cina per Bertuccioli negli anni ’30 e ’40? E poi, negli anni ’50 e ’60, e negli anni ’80? Scherzo sempre con i cinesi raccontando loro un aneddoto.  Quando iniziati a studiare cinese nel 1978, andavo spesso con una compagna d’università fuori all’ Ambasciata cinese in via Bruxelles, dove si era da poco trasferita la sede diplomatica (che prima era in Via Paisiello). Aspettavo che i cinesi uscissero per vederli: non ne avevo mai visto uno dal vivo, solo alla tivù. All’epoca non c’erano ristoranti e negozi cinesi a Roma, e all’università non avevamo lettori cinesi. E parlo ‘solo’ di 35 anni fa. Nell’ultimo decennio la percezione della Cina è cambiata, divenendo agli occhi dei giovani che frequentano il nostro corso di studi, un punto di riferimento professionale.

 

Possiamo definire una data “convenzionale” cui far risalire questo cambiamento?

 

Gli studiosi sono tendenzialmente alla ricerca di date. La data in cui è cambiata la percezione della Cina è probabilmente quella del suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. E’ stato infatti il momento in cui il paese si è affacciato nel salotto buono dell’economia, della politica occidentale, indipendentemente dalla sua forza reale. Da quel momento in poi Pechino ha avuto maggiore spazio sui nostri mezzi di comunicazione, non più soltanto come un luogo esotico ma come attore importante.
Poi, cosa spinga un ragazzo – per dire - pugliese a trasferirsi a Roma come studente fuorisede per seguire le lezioni di cinese, è una domanda cui non so ancora dare risposta. Di questo, non potete prendervi il merito voi giornalisti: purtroppo la carta stampata non contribuisce a far conoscere la Cina. Quando lo studente di Galatina giunge a Roma e mi chiedo cosa lo abbia spinto a studiare il cinese – i media? La politica?  -, resto nel dubbio. Posso intuire che chi proviene da una provincia del Sud preferisca Roma a Napoli, non per la qualità degli studi – eccellente all’Orientale – ma per un’idea di riscatto dal meridione. Ma non mi so spiegare l’origine della scelta, che di certo noi come generazione adulta non abbiamo saputo indirizzare. La speranza è che, invece, poi, grazie all’opportunità di studio da noi offerta, loro trovino la strada per mettersi in comunicazione con il mondo.

 

Nella formazione  linguistica cinese l’Italia è rimasta indietro rispetto ad altri Paesi?

 

Come al solito in Italia abbiamo straordinarie tradizioni in tutte le discipline. Eppure, nell’ultimo decennio o addirittura nell’ultimo lustro, i paesi europei più vicini a noi - Francia, Germania e Gran Bretagna, non tanto Spagna, Grecia e Portogallo - hanno accorciato le distanze con la Cina in maniera incredibile. Il cinese veniva insegnato nelle scuole francesi già negli anni ’50, cioè da quando la Francia riconobbe la Repubblica Popolare Cinese. Oggi, nel sistema scolastico francese, la lingua cinese è una materia con un’organizzazione pari alla chimica o alla fisica. C’è la figura di ispettore nazionale, un sinologo che controlla il buon funzionamento e il livello dei docenti  in tutte le scuole della Francia.La Germania, con il suo sistema scolastico diversificato, sta bruciando le tappe. In Gran Bretagna, il cinese è la prima lingua straniera. La Cina, in questo modo, diventa un commensale usuale nel panorama dei ragazzi francesi, tedeschi e inglesi; non appare un ospite strano. Noi, siamo partiti bene e presto, ma oggi siamo in ritardo perché manca una politica nazionale. Manca finanche una politica regionale forte. La Cina viene ancora percepita come un soggetto distante dal nostro panorama culturale.

 

E nel mondo delle professioni e dell’impresa?

 

Il problema non è più la mobilità. Un tempo per noi il problema era riuscire a prendere una borsa di studio, anche perché ce ne erano ancora poche. Oggi, se uno studente vuole studiare in Cina, un modo lo trova anche perché le borse di studio sono sempre più offerte dal governo cinese. Il problema è arrivare all’idea di un sistema di finanziamento dello studio all’estero. Ciò che manca da noi è una concezione della Cina come soggetto paritario. Non mancano quindi le persone che studiano cinese. Da noi mancano i professionisti che decidono d’investire nello studio della lingua. Sono pochi gli ingegneri che studiano il cinese, gli architetti che studiano il cinese, i giuristi che studiano il cinese. C’è una penuria di economisti che studiano il cinese. E’ ovvio che non si può pretendere che un grande professore di economia si metta a studiare il cinese. Ma a un ragazzo di diciotto anni che s’iscrive a una facoltà di economia, e si suppone abbia già studiato l’inglese, che lingua vuoi insegnargli se non il cinese? Uno studente universitario che studia – per dire -  ingegneria automobilistica, o ingegneria dell’informazione, vorrà non studiare la lingua del paese più grande produttore di automobili, in cui c’è il gestore con il maggior numero di telefoni cellulari sulla faccia della terra? Negli anni ’50 studiavamo  l’inglese perché le più grandi fabbriche di automobili del mondo erano negli Stati Uniti. In Germania il cinese è la prima lingua nelle facoltà di ingegneria in Germania.

 

Quanto pesa sul ritardo italiano il modello anglofono, non solo come chimera linguistica ma culturale?

 

Siamo arretrati nel senso che arriviamo dopo gli altri. Una tendenza, questa, che si è sviluppata nel secondo dopoguerra, e nasce dalla vittoria di Gran Bretagna e Stati Uniti della Seconda guerra mondiale. L’alleanza con il mondo anglosassone è un fidanzamento che non ha mai portato al matrimonio, questo anche per motivi linguistici. E qui torno sul nostro piano. Gli italiani in generale hanno difficoltà nell’apprendimento delle lingue perché provengono da un paese che storicamente era il centro culturale. Nella nostra tradizione, siamo gli epigoni di coloro che parlavano il latino, l’inglese dell’epoca. Questo in parte spiega, il motivo per cui l’Italia rincorre i modelli culturali. Nei rapporti con Pechino, c’è un solo caso nel quale l’Italia ha fatto da maestra alla Cina: la giurisprudenza. Il sistema culturale cinese si è rivolto strutturalmente a noi  - e in qualche modo ai tedeschi  - per l’apprendimento del diritto romano. Un filone infinito che ha avuto persino ramificazioni nel sud-est asiatico, in Vietnam. 

 

Le cose cambieranno se la Cina accrescerà il suo peso culturale?

 

La questione fondamentale è la sfida della Cina. Dire che il paese è diventato una potenza economica, è una banalità. Quindici anni fa, chi studiava il cinese venire preso per pazzo. Oggi la Cina ha un peso non solo economico, ma anche politico e militare. Pensiamo alla Siria. Barack Obama ha un po’ più di sale in zucca rispetto a coloro che l’hanno preceduto, però, stringi stringi, quando i cinesi hanno detto no all’intervento militare, la questione si è fermata. E questo è un fatto. La Cina è diventata tanto un potenza regionale quanto globale, pur non avendo neppure una nave nel Mediterraneo. Il vero punto interrogativo è se la Cina riuscirà o meno a diventare una potenza culturale, come è accaduto al Giappone. Il Giappone distrutto nella Seconda guerra mondiale, negli anni ‘50 è diventato una potenza culturale.  Kurosawa, la letteratura, la filmografia, l’arte, lo zen: dal Giappone dell’asse Berlino-Roma, Tokyo si è ridata un’immagine. La Cina riuscirà a diventare una potenza culturale? I cinesi ci stanno provando. I cinesi si sono accorti di avere un problema d’immagine credo prima della fine di Jiang Zemin. La Cina ha un problema d’esportazione del proprio modello culturale. I cinesi stanno iniziando a produrre cose di qualità ma hanno un brand poco attraente.

 

Se fosse una scommessa, quante probabilità di vincerla ci sarebbero?

 

Se dovessi giudicare da ciò che vedo, direi che i cinesi hanno ancora bisogno di tempo. Mentre i giapponesi avevano saputo conservare la propria tradizione culturale, i cinesi la stanno riscoprendo oggi. Insieme a noi. Se negli anni ’50 avessi chiesto a un giapponese di spiegarmi la propria cultura, avrebbe saputo rispondermi. Un cinese di oggi, invece, mi saprebbe rispondere a seconda della propria formazione.  La Cina ha un grande problema d’identità culturale. E poi, appunto, d’immagine. Come Istituto Confucio, partecipiamo alla diffusione del meglio della cultura cinese nel mondo. Ma l’essenza della tradizione culturale cinese è una questione su cui la Cina ancora lavorare,
Quando i giapponesi hanno messo in piedi una rete di Istituti di cultura, come quello di Roma in Via Gramsci, hanno costruito centri bellissimi che evocano l’architettura giapponese. Il giardino giapponese. Un’operazione d’immagine perfetta. I cinesi non l’hanno fatto, e non per mancanza di forza economica. Non l’hanno fatto perché non sapevano come farlo. I cinesi devono ricostruire la loro identità con il nostro aiuto.


L’Italia può, per storia e tradizioni, costituire un aiuto per la diffusione della cultura cinese?

 

I cinesi ci rispettano. Sanno che l’ Italia è fonte d’ ispirazione culturale, linguistica, storica, geografica. In ogni ambito dello scibile, da Gramsci a Vico, dalla musica all’architettura: siamo un punto di riferimento. I sinologi che studiamo Confucio e Mencio, contribuisco alla riscoperta delle fonti della letteratura cinese. “La letteratura cinese” di Giuliano Bertuccioli (a cura di Federica Casalin, premessa di Federico Masini, L'Asino d'Oro, 2013, 26 euro) è un’opera ancora moderna per il suo rimettere insieme il panorama letterario cinese dalle più antiche origini fino a metà del secolo scorso. Oltre al recupero della ricchezza delle tradizioni, quest’opera può essere letta dalla prima all’ultima pagina. E può essere occasione di piluccare pezzi del sapere, della cultura, della tradizione cinese. I pezzi contenuti nell’opera seguono un orientamento moderno. Se chiedessero a me di fare un’antologia sarei influenzato dalla modernità. Lui, non lo era. Quest’opera è stata realizzata in un’epoca in cui non c’erano punti di riferimento, l’unico appiglio erano le storie della letteratura cinese. Alla base del manuale c’è un’antologia cinese della prima metà del novecento: alcuni passi oggi non sono conosciuti in Cina, però incarnano il meglio della tradizione culturale. La poesia d’amore più bella di tutta la letteratura cinese, è una poesia poco nota in Cina di Cui Hu, Ti ducheng nanzhuang (Scritta in una villa a sud della capitale).



Lo scorso anno,
in questo giorno,
tra queste mura,
il volto di lei
e i fiori di pesco
si rispecchiavano,
rosei.
Quel volto, io non so
dove ora sia:
i fiori di pesco,
come allora
ridono al vento
di primavera

 

(Il professor Masini la recita in cinese a memoria).

 


Per la sua semplicità, secondo me questa è una poesia straordinaria. Vi è contenuta tutta cultura cinese: il rapporto tra uomo e donna, tra amore e natura; c’è l’alternarsi delle stagioni, il tempo, lo spazio. Non c’è un solo dio in 500 pagine: per questo motivo la Cina fa paura. Bertuccioli faceva parte di un mondo in cui tutto si mandava a memoria, lui conosceva i cinque classici a menadito e spaventava i cinesi. Conosceva a memoria anche la letteratura greca e latina. La mattina che morì mi citò un passo di Ovidio e uno di Virgilio sulla morte.

 

Bertuccioli, era un umanista. Non dimenticò la matrice greco-latina. E questa è una grandezza.

 

Questa poesia non è nota in Cina. Bertuccioli l’aveva raccolta e tradotta. Credo che ad oggi, la sua sia una delle poche traduzioni disponibili. I brani tradotti ne “La letteratura cinese” sono l’unica versione tradotta in una lingua occidentale. E tutto questo rende un libro di settanta anni ancora attuale. Quanti libri di settanta anni ancora ristampiamo? E gli italiani ancora lo leggono.

 

Come fu accolta, in Cina, “La letteratura cinese” di Bertuccioli?

 

I cinesi dell’epoca non lo conoscevano. Hanno iniziato a tradurre i libri dei sinologi europei negli anni ’80; hanno iniziato con il libro di un russo e poi di un italiano. La scoperta di coloro che studiavano il loro paese all’estero, è stato inizialmente caratterizzato da un certo sospetto, cui poi, invece, è seguito un percorso di avvicinamento. All’epoca il libro fu recensito in maniera encomiabile. A pagina 4 trovate un elenco delle recensioni del tempo, a cura dei più grandi studiosi del tempo. In Europa ebbe ampio seguito. Negli anni cinquanta la Cina era totalmente impermeabile a questo tipo di iniziative. In fondo, un incontro con la cultura cinese moderna è tutto da sviluppare e speriamo che con questa ristampa, ciò possa accadere.
Sono convinto che questo libro avrà nuova vita proprio per questo, grazie a queste costanti, possibili, letture e non da ultimo anche grazie all’introduzione di Federica Casalin che lo ha modernizzato, sincronizzandolo con il tempo attuale. Ciò dimostra quanto la letteratura cinese sia materia viva. E’ sicuramente la tradizione letteraria più prolifica della storia dell’umanità, neanche lontanamente  paragonabile alla letteratura ebraica con la quale può competere per antichità, come quantità di opere.  

 

Un altro volume di considerevole interesse è “Italia-Cina”, scritto a quattro mani: Bertuccioli-Masini…

 

Il libro è quasi tutto risistemato. La prima metà è scritta da Bertuccioli, che ha una scrittura fantastica. Lo scrisse con una macchina da scrivere rotta, il rollo lo trascinava con la mano.
Bertuccioli ha aiutato il rapporto tra Italia e Cina anche attraverso la sua attività al ministero degli Esteri. Al suo primo concorso un esimio professore, da poco scomparso, di lui scrisse agli atti di un concorso: “conosce la lingua ma solo perché ha sposato un’ indigena”. Questo ci fa capire il ruolo di Bertuccioli nella sinologia italiana: una funzione dirompente sulle generazioni successive. E ancora così è oggi. Lo studio della Cina parte da una conoscenza linguistica, diretta di quel paese.
La questione della lingua va rivendicata. Vi sono settori in cui ciò si può rivendicare e settori in cui si fatica. C’è tutta una generazione di storici che si stanno riciclando sulla Cina a partire da un’assenza di conoscenze linguistiche. Spesso gli studiosi che, nonostante non conoscano la lingua cinese hanno fatto delle analisi accurate, hanno occupato spazi lasciati vuoti da studiosi che invece conoscono il cinese, per difetto di comunicazione, di divulgazione. Negli Stati Uniti non si può immaginare uno studioso di economia cinese che non sappia la lingua cinese.
 

26 novembre 2013

 

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