Politica internazionale

Pace in Sud Sudan,
una priorità per la Cina

Pace in Sud Sudan, <br />una priorità per la Cina


di Eugenio Buzzetti
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Pechino, 10 gen. - La Cina ha usato tutto il suo peso politico per risolvere la crisi che si è aperta in Sud Sudan, il 15 dicembre scorso. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, si è recato personalmente ad Addis Abeba per prendere parte ai colloqui di pace negli scorsi giorni. Ancora ieri, Wang aveva proposto quattro punti per ricomporre la crisi nel neonato Stato africano, che comprendono l'immediato cessate il fuoco, l'inizio di un dialogo politico tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e i ribelli dell'ex vice presidente Riek Machar, l'impegno della comunità internazionale e aiuti umanitari. Oltre a questi quattro punti, Wang ha parlato di ricostruzione nel Paese e ha chiesto al governo di Juba, capitale dello Stato nato nel 2011 dalla separazione con il Sudan, di salvaguardare le vite e le proprietà dei cittadini cinesi che vivono in Sud Sudan.

La pace nella regione riveste un'enorme importanza per Pechino che ha già evacuato trecento persone dal Paese. Wang Yi nei giorni scorsi ha incontrato i rappresentati di entrambe le fazioni che si contendono il potere e la Cina è il maggiore investitore nel settore petrolifero del Paese. Il Sud Sudan, secondo le stime ufficiali cinesi, è la terza potenza energetica dell'Africa sud-sahariana, con riserve di greggio stimate in 3,5 miliardi di barili. Nei primi dieci mesi dello scorso anno, la Cina aveva importato circa 14 milioni di barili di greggio, mentre nel 2012, le importazioni sono state pari al 70% della produzione interna. I gruppi energetici cinesi detengono il 40% delle condotte che attraversano il piccolo Stato africano. L'importanza della cooperazione energetica con il Sud Sudan è stato ricordato ancora ieri dalla portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying. La Cina, ha spiegato Hua, "ha aiutato il Sud Sudan a sviluppare la propria economia e a migliorare la vita dei cittadini " e "continuerà a contribuire alla pace, alla sicurezza e allo sviluppo in Africa".

Nelle settimane dall'inizio del conflitto la produzione di greggio del Paese è già calata del 20%, e la Cina teme che un prolungarsi del conflitto possa portare a perdite nei suoi investimenti. Già prima della divisione del Paese, Pechino aveva investito in Sudan circa venti miliardi di dollari, e altri otto miliardi sono stati promessi al presidente Kiir durante l'incontro con i vertici cinesi del 2012, a pochi mesi dalla nascita del Sud Sudan. Uno dei timori più sentiti da Pechino è l'allargarsi del conflitto ai Paesi vicini, come scriveva ieri il quotidiano in lingua inglese China Daily, che citava tra i Paesi a rischio Etiopia, Kenya, Sudan, Congo e Uganda, dove il gigante cinese del petrolio offshore CNOOC è stato, a settembre, il primo gruppo energetico straniero a ottenere la licenza di sfruttamento dei giacimenti di Kingfisher, uno dei maggiori del Paese, con riserve stimate in 635 milioni di barili di greggio.

Difficile dire se la Cina riuscirà o meno nell'impresa di trovare una soluzione per il conflitto che divide il giovanissimo Stato africano. "Stiamo seguendo molto da vicino quello che sta succedendo in Sud Sudan" aveva spiegato Wang Yi, ieri, ma la crisi di queste settimane costringe ancora una volta Pechino a confrontarsi con la sua politica di investimenti nel settore energetico, in paesi ad alto rischio di instabilità o minacciati da sanzioni internazionali, come Iran, Venezuela, Nigeria o lo stesso Sudan. Già in passato, la Cina ha dovuto ritirare i propri uomini da aree colpite da crisi, e in alcuni casi ha dovuto trattare con le bande di guerriglieri che avevano rapito i cinesi in zone di guerra o di conflitto. Nonostante le dichiarazioni ufficiali, l'impegno cinese in prima fila per risolvere la crisi in corso, secondo alcuni esperti, potrebbe costringere i gruppi energetici del Dragone a rivedere la propria strategia energetica in futuro.


10 gennaio 2014

 

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