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Nordcorea, esperti: "Cina
riconosca status rifugiati"

Nordcorea, esperti:  Cina <br />riconosca status rifugiati


di Sonia Montrella
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Roma, 19 feb.- Le gravissime violazioni dei diritti umani da parte del regime nordcoreano denunciate in un rapporto commissionato dalle Nazioni Unite devono "accrescere la consapevolezza della comunità internazionale" sulla situazione nel Paese. E' l'auspicio del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon che si è detto "profondamente disturbato" e "seriamente preoccupato" per la situazione in Nord Corea. Il riferimento è al rapporto commissionato dal Consiglio diritti umani dell'Onu che ha denunciato "soprusi sistematici" nei confronti di un popolo ridotto in schiavitù e alla fame. Il documento composto da oltre cento racconti parla di torture, prigionia, rapimenti, aborti forzati e violenze sessuali, metodi paragonabili a quelli della Germania Nazista. Un dossier che per molti – Stati Uniti in testa -dovrebbe essere portato davanti a un tribunale penale internazionale.

 

"E' necessario" ha dichiarato Ban Ki-moon – "che le autorità nordcoreane si impegnino con la comunità internazionale per migliorare la situazione dei diritti umani e le condizioni di vita del popolo". Da parte sua Pyongyang si è già rifiutata di cooperare con la Commissione, bollando le testimonianze come "prove fabbricate da forze ostili".

 

Nella bufera è finita anche Pechino, principale alleato del regime, che nel rapporto viene incolpata di "aver favorito i crimini contro l'umanità" rispedendo gli immigrati e i disertori in Corea tra torture ed esecuzioni. Il governo ha respinto con forza le critiche precisando, per bocca della portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, che "la Cina ha gestito i casi degli immigrati secondo le leggi nazionali, internazionali e nel rispetto dei principi umanitari". Quelle persone, ha poi aggiunto," non erano rifugiati, ma immigrati clandestini del Nord Corea". Una posizione che, tuttavia, non convince affatto gli esperti.

 

"Il rapporto accusa la Cina di non aver rispettato gli obblighi previsti dalla Convenzione per i Rifugiati del 1951 e che Pechino ha ratificato nel 1982" ha spiegato ad AgiChina24 Lawrence C. Reardon, professore associato di Scienze Politiche dell'Università del New Hampshire. "I cinesi sostengono che molti immigrati nordcoreani siano scappati per fuggire dalle difficili condizioni economiche del loro Paese. Ciò è innegabile ed è un problema che molte altre nazioni, inclusi gli Stati Uniti e l'Italia, si trovano ad affrontare. Ma è anche vero che i nordcoreani scappano anche per paura di essere perseguitati per il loro credo religioso, le opinioni politiche, o perché (nel caso delle donne) sono state costrette a prostituirsi o a matrimoni forzati".

 

Secondo l'Articolo 33 della Convenzione, la Cina – osserva ancora Reardon - "è obbligata a non rimpatriare in alcun modo un rifugiato la cui vita e libertà è minacciata per questioni di razza, religione, nazionalità o appartenenza a un gruppo sociale o politico". Nella pratica – conclude – "la Cina ha favorito il regime fornendo dossier e rimpatriando i migranti".

 

Della stessa opinione è anche Colette Mazzucelli,  PhD, e professore associato del Center for Global Affairs della New York University.  "La piaga dei cittadini della Repubblica Popolare Democratica di Corea (DPRK) che attraversa illegalmente il confine con la Cina non può non destate l'attenzione della comunità internazionale. Parliamo di persone che lasciano la propria patria per scappare alle persecuzioni e la portata delle atrocità commesse dal regime nei confronti del suo stesso popolo è ampiamente documentata". Come rifugiati in cerca di protezione in Cina – dichiara ancora Mazzucelli ad AgiChina24 - i nordcoreani "meritano la protezione della comunità internazionale, mentre la Cina etichettandoli come "migranti economici" nega l'esistenza di un più ampio problema etico".

 

Poi aggiunge: "Gli Stati, e in particolare la Cina, che non riconoscono la status di rifugiati ai nordcoreani previsto dalla Convenzione del 1951, negano a queste persone il diritto di essere protette dalla comunità internazionale. Questi stessi Paesi devono essere sottoposti a una continua pressione affinché riconoscano che la gravità della situazione in DPRK e spingano per l'attuazione della dottrina di Responsabilità a Proteggere (R2P). E' dovere della Transnational Advocacy Networks (TANs) quello di fare continue pressioni verso tali nazioni". 

 

Per Mazzucelli "le nuove tecnologie dovrebbero essere utilizzate per valutare l'effettiva condotta degli attori della società civile, soprattutto in contesti come questi.  E ciò dovrebbe diventare un imperativo etico quando uno degli stati membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU si rifiuta di riconoscere una simile violazione dei diritti umani".

 

19 febbraio 2014

 

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