Politica internazionale

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ISOLE CONTESE, MEDIA CINESI CONTRO GLI USA
"Provocazioni gravi", prepararsi al peggio

ISOLE CONTESE, MEDIA CINESI CONTRO GLI USA<br /> Provocazioni gravi , prepararsi al peggio


Di Eugenio Buzzetti

Twitter@Eastofnowest

 

Pechino, 28 ott. - La stampa cinese ha accolto con toni duri l'incursione nelle acque delle isole Spratly della Uss Lassen, che ieri è entrata all'interno delle dodici miglia nautiche di distanza dalla coste delle isole rivendicate sia da Pechino che da Manila. La manovra statunitense ha provocato la reazione dura da parte delle autorità cinesi, ieri, con il Ministero della Difesa che in serata si era dichiarato disposto a "prendere tutte le misure necessarie per salvaguardare la sicurezza nazionale" e il Ministero degli Esteri che nelle stesse ore aveva convocato l'ambasciatore statunitense a Pechino, Max Baucus, per protestare formalmente contro l'incursione della Uss Lassen.

In un editoriale pubblicato oggi, il quotidiano China Daily riafferma che Pechino non intende militarizzare l'area, come ufficialmente già spiegato nei mesi scorsi, e accusa Washington di militarizzare a sua volta il Mare Cinese Meridionale, utilizzando come motivazione ufficiale quella della libertà di navigazione in acque internazionali. "Sono solo pretesti che gli Stati Uniti usano per fuorviare l'opinione pubblica - scrive il China Daily - e confondere il giusto con lo sbagliato". Il rischio delle manovre statunitensi, che si ripeteranno nel breve termine, secondo quanto dichiarato da Washington, è quello di creare una minaccia "grande e reale" da parte degli Stati Uniti. "Flettendo i muscoli sull'uscio di casa della Cina, gli Stati Uniti stanno usando la coercizione per sfidare le legittime rivendicazioni territoriali cinesi".

Tra i toni più duri ci sono quelli del People's Liberation Army Daily, il quotidiano dell'Esercito di Lliberazione Popolare cinese, che definisce "sprezzante" l'uso della forza da parte degli Stati Uniti che "iniziano guerre e creano problemi dove un tempo c'era la stabilità". Pensate il giudizio anche del Global Times, il quotidiano cinese noto per i toni spesso duri nelle questioni di politica estera. "Di fronte alle molestie statunitensi - si legge in un editoriale - Pechino deve trattare con Washington usando la tattica e preparasi al peggio. Questo può convincere la Casa Bianca che la Cina, nonostante non ne abbia voglia, non ha paura di combattere una guerra con gli Stati Uniti nella regione ed è determinata a salvaguardare i propri interessi e la propria dignità nazionale". Il quotidiano mostra, però, anche un lato rassicurante sulla questione, a cui la Cina deve "guardare con calma e fiducia nel governo e nelle forze armate".

Tra le reazioni ufficiali, da registrare quella dell'ambasciatore cinese negli Stati Uniti, che ha definito la manovra di ieri "una provocazione molto grave, politicamente e militarmente". Secondo Cui Tiankai, "è assurdo e ipocrita chiedere ad altri di non militarizzare la regione se si inviano navi militari così frequentemente da quelle parti". Forti i toni anche su Weibo, il social network più utilizzato in Cina. "Gli Stati Uniti sono sull'uscio di casa - scrive un commentatore - Denunciarli ancora è inutile". Tra di loro c'è anche chi usa toni ancora più forti chiedendo apertamente di "distruggere le navi americane quando arrivano".

Intanto da Washington è arrivata la replica alle proteste di Pechino: la Marina americana invierà altre navi da guerra in "acque internazionali", nella zona dell'isola artificiale creata dalla Cina nelle Spratly', ha riferito una fonte dell'esercito Usa. "Lo faremo ancora, navighiamo in acque internazionali quando e dove vogliamo", ha affermato la fonte.  Le operazioni marittime condotte dalle forze americane "non hanno lo scopo di rivendicare a noi particolari diritti a scapito di altri", ma sono semplicemente improntate al principio della "liberta' di navigazione":  ha puntualizzato Eric Schultz, portavoce della Casa Bianca. Gli Stati Uniti, ha aggiunto Schultz, continueranno pertanto a volare e a navigare dovunque il diritto internazionale lo consenta.

 

IL GRANDE GIOCO NEL MAR CINESE

La scheda (a cura della redazione)

 


MAR CINESE MERIDIONALE


Da qui passano la metà dei carghi commerciali in rotta verso l'Europa, il Medioriente e l'Asia orientale. E' un traffico che vale quasi 5000 miliardi di euro ogni anno. Oltre a questo si ipotizza di giganteschi giacimenti di gas che giacciono sul fondo di questo tratto di mare.

 

Secondo la Banca Mondiale il Mar cinese meridionale dispone di riserve per almeno 7 miliardi di barili e oltre 900 mila miliardi di metri cubi di gas naturale. Una situazione che potrebbe assicurare alla Cina l'energia di cui ha bisogno. Ma che fa gola anche a paesi piu' piccoli, come Malaysia e Vietnam. Inoltre questo tratto di mare copre 3,4 milioni di metri quadrati e bagna anche altri paesi come Brunei, Filippine e Taiwan.

 

A questo si aggiunge il timore degli Stati Uniti che temono che Pechino possa utilizzare della basi recentemente costruite per uso militare e questo per persuadere i riottosi stati confinanti. La tensione e' aumentata quando delle immagini satellitari hanno mostrato i progetti sulle isole Spratly, un arcipelago di oltre 750 isolette, atolli e semplici barriere coralline a pochi centimetri dalla superficie del mare, su cui i cinesi stanno edificando dal nulla, con sabbia raccolta sul fondo, cemento e acciaio. Le isole Paracels, gruppo di atolli tra il Vietnam e le Filippine, sono state occupate da Pechino nel 1974 ma sono tutt'ora oggetto di disputa con Hanoi. Le isole sono molto interessanti per la pescosita' delle acque.


MAR CINESE ORIENTALE


Le Diaoyu-Senkaku sono formate da tre isole maggiori e da numerosi scogli, per una superficie totale di appena 7 chilometri quadrati. Eppure sono al centro di una disputa tra Cina e Giappone perche' nel loro sottosuolo sono state individuate ingenti riserve sottomarine di gas naturale e probabilmente anche petrolio, che secondo proiezioni di Pechino potrebbero arrivare a coprire fino al 20% delle riserve del Dragone. A cio' si aggiunge un fondale ricchissimo di pesce e un patrimonio faunistico introvabile negli arcipelaghi vicini, caratteristiche.Queste risorse naturali spiegano il perche' di una cosi' accesa disputa territoriale su degli scogli inabitabili, attualmente amministrati dal governo nipponico.

 

Le origini della disputa tra Cina e Giappone risalgono a piu' di un secolo fa, quando le isole Diaoyu/Senkaku facevano parte - insieme a Taiwan, da cui distano appena 100 miglia nautiche - dei territori ceduti dalla Cina al Giappone con il Trattato di Shimonoseki, in seguito alla sconfitta del 1895 del primo conflitto sino-giapponese. Il gruppo di scogli aveva adottato il nome di Senkaku appena cinque anni prima quando il Giappone incorporo' le isole all'amministrazione di Okinawa sostenendo di aver effettuato studi da cui sarebbe emerso che l'arcipelago non solo era terra nullius, ma non esistevano indizi che facessero pensare che era sotto il controllo della dinastia cinese dei Qing.

 

Nel 1943 la Dichiarazione del Cairo, secondo cui tutti i territori strappati alla Cina dal Giappone avrebbero dovuto essere restituiti alla Cina , menziono' solo l'isola di Formosa (Taiwan) e le Pescadores. Nel 1944 un tribunale giapponese sanci' che le isole erano parte integrante di Taiwan, al tempo sotto l'influenza nipponica, ma l'anno successivo con la fine del secondo conflitto mondiale si stabili' che Okinawa e i territori circostanti sarebbero dovuti passare agli Stati Uniti che poi li avrebbe restituiti a Tokyo nel 1972. Ad oggi per i giapponesi le isole Senkaku fanno parte del territorio nazionale in virtu' del Trattato di Shimonoseki, mentre per i cinesi il trattato e' nullo come tutti gli altri trattati ineguali firmati nell'800 sotto la minaccia delle armi delle potenze straniere.

 


28 OTTOBRE 2015

 

 

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