Politica internazionale

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Cina e Filippine vicine
a crisi diplomatica

Cina e Filippine vicine<br />a crisi diplomatica


di Eugenio Buzzetti
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Pechino, 2 apr. - Cina e Filippine sono sull'orlo della crisi diplomatica, dopo la decisione del governo di Manila rivolgersi alle Nazioni Unite per dirimere la crisi con Pechino sulla sovranità di un pugno di scogli nel Mare Cinese Meridionale. Citando un funzionario dell'ambasciata cinese a Manila, un articolo della Xinhua respinge con forza l'arbitrato internazionale sulle isole Ren'ai, o le Ayungin, secondo il nome che viene dato all'arcipelago da Manila. Già nei giorni scorsi erano arrivati da Pechino i primi avvertimenti alle Filippine per invitare il governo di Manila a interrompere l'arbitrato. Lunedì, invece, il segretario agli esteri delle Filippine, Albert Del Rosario, aveva annunciato che il suo Paese aveva presentato all'ONU quaranta mappe geografiche e circa quattromila pagine che dimostravano che le Ayungin erano storicamente territorio filippino, una mossa a cui Pechino ha reagito convocando l'ambasciatore filippino in Cina, Erlinda Basilio, per esprimere il proprio risentimento. "Si tratta di difendere quello che è nostro - ha dichiarato Del Rosario - e di garantire la libertà di navigazione a tutte le nazioni".

Di parere molto diverso l'ambasciata cinese a Manila, che in un comunicato chiede alle Filippine di "correggere gli errori e tornare sulla retta via dei colloqui bilaterali" per risolvere le dispute.  Nelle ultime ore, però, i diplomatici cinesi si sono spinti oltre gli avvertimenti. "Quello che le Filippine hanno fatto ha seriamente danneggiato le relazioni bilaterali con la Cina" ha dichiarato ieri Sun Xiangyang dell'ambasciata cinese di Manila. "Troviamo molto difficile comprendere questa mossa da parte delle Filippine - continua il diplomatico - e siamo profondamente disturbati e preoccupati dalle conseguenze". Un editoriale del Quotidiano del Popolo, ieri, aveva definito la mossa delle Filippine "contro la legge internazionale e la verità storica". Manila ha "provocato" la Cina con la decisione di ricorrere all'arbitrato, una mossa che il giornale ufficiale del PCC definisce "illegale e irragionevole".

La disputa tra Cina e Filippine non si ferma, però, solo alle parole. L'ultimo incidente navale tra i due Paesi risale a pochi giorni fa, quando una nave cinese ha tentato di bloccare un'imbarcazione della Marina filippina che si stava apprestando al cambio delle truppe di guardia al Second Thomas Shoal, un atollo nel Mare Cinese Meridionale rivendicato sia da Manila che da Pechino. L'atollo si trova in quell'ampia area marittima - pari a circa il 90% dell'intero mare - che la Cina considera parte integrante del proprio territorio e che è all'origine delle dispute territoriali anche con altri Paesi, come il Vietnam, che si affacciano su quello specchio d'acque. Tra i suoi alleati, Manila può contare sull'aiuto di Washington, che ieri si era espressa con toni duri nei confronti di Pechino definendo il gesto "provocatorio e destabilizzante".

I tentativi di risolvere le dispute territoriali nel Mare Cinese Meridionale avevano fatto alcuni piccoli passi avanti durante l'incontro del 18 marzo scorso a Singapore tra rappresentanti della Cina e dei Paesi del sud-est asiatico per proseguire le consultazioni sul Codice di Condotta marittimo e l'attuazione della Dichiarazione di Condotta. Ma i colloqui non sono serviti a sciogliere la tensione tra Pechino e Manila che solo poche settimane prima erano state protagoniste di un altro incidente marittimo. Negli ultimi giorni di febbraio, i comandi militari filippini hanno pubblicamente accusato la Guardia Costiera cinese di avere sparato cannonate d'acqua a pescherecci filippini per costringere le imbarcazioni ad abbandonare una zona marittima in prossimità delle Scaroborough Shoal, altra area rivendicata da Pechino come parte integrante del proprio territorio nazionale. La risposta cinese alla richiesta di spiegazioni sull'incidente da parte delle Filippine, era stata quella di incolpare i pescherecci di Manila di "deliberate provocazioni" sul proprio territorio. La Cina ha poi precisato che i cannoni ad acqua non avevano provocato danni alle imbarcazioni né agli stessi pescatori.

 

2 aprile 2014

 

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