Politica interna

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TERZO PLENUM, IL DOMINO DELLE RIFORME
I nodi: Hukou e aziende di stato

TERZO PLENUM, IL DOMINO DELLE RIFORME <br />
I nodi: Hukou e aziende di stato


di Eugenio Buzzetti
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Pechino, 23 ott. - Il terzo plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese è di sicuro l'appuntamento politico più atteso della stagione. L'attenzione di analisti e osservatori ha già iniziato a concentrarsi su quelli che saranno i temi della sessione plenaria che si consumerà nelle prossime settimane, e che, storicamente, è stata lo scenario di alcuni dei momenti politici più importanti o anche di vere e proprie svolte epocali nella storia recente della Cina. La terza sessione plenaria del Comitato Centrale è stata l'occasione per varare alcune delle riforme più importanti della Cina. E' successo nel 1978, quando è passata la linea di apertura di Deng Xiaoping contro quella conservatrice in senso maoista di Hua Guofeng, l'erede del Timoniere da poco scomparso. Il terzo plenum del Comitato centrale ha poi avuto un ruolo chiave nella trasformazione dell'economia cinese da rurale a urbana, come la conosciamo oggi, e sempre nel corso del terzo plenum, quello del 14esimo Comitato Centrale del 1993 diretto da Jiang Zemin, la Cina ha deciso di utilizzare per se stessa la formula mai andata in soffitta di "socialismo di mercato". Quello che si svolgerà il mese prossimo sarà il terzo plenum del Diciottesimo Comitato Centrale, sotto la presidenza di Xi Jinping.

"Le aspettative sono molto, molto alte, forse anche perché c'è una grande consapevolezza tra osservatori, analisti ed economisti del fatto che la Cina abbia bisogno di riforme" spiega ad Agi China 24 Patrick Chovanec, oggi Chief Strategist presso Silvercrest Asset Management a New York, ma a lungo professore presso la School of Economics and Management dell'Università Qinghua di Pechino. "Lo stesso premier Li Keqiang -prosegue Chovanec- è stato molto chiaro sull'importanza delle riforme, ma, a meno di grandi sorprese, finora non ci sono prove che le riforme che possano scaturire dal terzo plenum vadano verso un grande cambiamento". Sebbene sia avvertita sia a livello politico che accademico la necessità di riformare alcuni settori più di altri, la leadership, a cominciare dallo stesso Xi Jinping, ha più volte ribadito la necessità di andare incontro a un nuovo modello non solo economico per riguadagnare il consenso popolare. Le riforme dovranno "toccare le rendite di posizione" aveva detto il presidente cinese solo alcuni mesi fa.

Dietro gli annunci, però, si è visto poco, finora, e alcuni segnali non sembrano andare nella direzione di un cambiamento in senso riformista. Non si tratta solo degli echi maoisti delle campagne di Xi Jinping, come quella della linea di massa; anche in altri settori, come quello finanziario, gli analisti hanno sollevato alcuni dubbi sulle intenzioni della classe dirigente, soprattutto dopo che, il 29 settembre scorso, all'inaugurazione dell'Area di Libero Scambio di Shanghai, nessuno dei leader cinesi era presente, neppure il primo ministro Li Keqiang, che della Free Trade Zone è stato il massimo artefice. "Il modo in cui la FTZ è stata lanciata, l'assenza dei leader alla cerimonia di apertura e la mancanza di linee specifiche su come opererà -spiega ad AgiChina24 Guy De Jonquieres, senior fellow presso lo European Center for International Political Economy di Londra- tutto questo suggerisce che si è trattato di un più grande e continuo tiro alla fune tra i favorevoli e i contrari alle riforme economiche e finanziarie".

A scatenare il dibattito sul ruolo che avrà il terzo plenum del Comitato Centrale, con un titolo piuttosto eloquente ("come la Cina può perdere una possibilità di riforma") è stato il settimanale BusinessWeek, che l'11 ottobre scorso evidenziava la possibilità che i proclami degli ultimi mesi potessero non concretizzarsi in qualcosa di sostanziale al termine dell'attesa sessione plenaria. Due i pilastri mancanti dalla lista dei settori da riformare, secondo il settimanale: le aziende di Stato e il sistema di registrazione familiare, (hukou) che di fatto discrimina chi si trasferisce in città dalle aree rurali. I grandi conglomerati di Stato godono di vie di accesso al credito preferenziali e di tassi di interesse inferiori a quelli di mercato. In molti casi, come nelle telecomunicazioni e nel settore bancario, possono operare in condizioni di sostanziale monopolio. E allo stesso tempo nascondono proprio quelle "rendite di posizione" che Xi Jinping prometteva di andare a intaccare. Lo hukou impedisce ancora a chi emigra in città di godere di una rete sociale al pari dei residenti urbani, e sta provocando già da tempo un fenomeno di ritorno ai luoghi di origine per milioni di cittadini che si erano trasferiti in città. Alcuni dati degli ultimi anni illustrano lo squilibrio tra immigrati interni e residenti urbani, come per esempio l'acquisto della casa nella città di adozione: meno dell'1% degli immigrati è riuscito ad ottenere un mutuo nel 2011 contro un percentuale compresa tra il 60% e l'80% per i residenti. L'immigrazione interna verso le città è frutto dello squilibrio nei salari tra chi risiede nelle aree urbane e chi vive nelle campagne: una situazione che dura da decenni, e anche gli ultimi dati ufficiali del prodotto interno lordo mostrano che tra residenti urbani e rurali, i primi guadagnano circa il triplo dei secondi secondo i calcoli dell'Ufficio Nazionale di Statistica.

Se la Cina sia più o meno pronta ad affrontare questi temi è un quesito che si trascina da tempo. "Ci sono due aspetti della riforma delle aziende di Stato -spiega ancora De Jonquieres- Il primo è economico e la priorità andrebbe data ai vari trattamenti preferenziali che le aziende di Stato ricevono in termini di accesso ai capitali, regolamentazioni, public procurement, posizione dominante sul mercato e così via. Poi, le aziende di Stato dovrebbero essere esposte a una concorrenza maggiore e a una corporate governance più efficace. Il secondo aspetto -continua l'analista- è politico e rappresenta la sfida più grossa per il loro grado di interconnessione con il potere sia a livello nazionale che locale in molti modi". Anche

Il celebre politologo Willy Lam, concorda con questa tesi. "La riforma più urgente è quella delle imprese di Stato -spiega ad Agi China 24 l'analista di Hong Kong- ci sono 110 imprese che hanno il monopolio nelle aree in cui operano, sono altamente inefficienti e hanno condizionato la formazione di una vera economia di mercato. Quello che c'è oggi in Cina è una specie di capitalismo di Stato". A bloccare lo sviluppo di un'economia competitiva non c'è però solo l'intreccio tra la politica e le aziende statali, una riforma attesa da almeno venti anni in Cina. Chovanec individua almeno tre ostacoli all'apertura dell'economia verso un sistema concorrenziale sano. "Se si guarda all'economia cinese negli ultimi dieci anni -spiega l'analista- si vede in primo luogo un'enorme espansione del credito affiancata dalla nascita di settori secondari di finanziamento". Il secondo aspetto è quello relativo alle azioni repressive nei confronti delle aziende straniere, come nei casi recenti che hanno riguardato i settori alimentari e farmaceutico: a volte si tratta di azioni nate da effettive preoccupazioni, ma non è una linea che può essere portata avanti indiscriminatamente se si intende aprire il sistema a una maggiore concorrenza. Il terzo problema -conclude Chovanec- è politico. Non si può avere una società aperta, competitiva e innovativa e allo stesso tempo diffondere il "documento numero nove" che "elenca tra le minacce alla Cina cose come la democrazia, l'indipendenza dei media e il neo-liberalismo in economia".

Non meno impervio, affrontare una riforma del sistema di registrazione familiare, che implica grossi cambiamenti, a cominciare dai metodi di finanziamento alle amministrazioni locali e alla riforma dell'agricoltura, con la terra che in Cina è di proprietà dello Stato e che è stata oggetto di diversi casi di sequestri negli ultimi anni da parte delle amministrazioni locali, provocando un malcontento sociale che ha generato molti casi di petizioni di cittadini sostanzialmente espropriati del loro maggiore possedimento. "La riforma dello hukou è un processo lento -spiega Chovanec- La Cina si sta muovendo gradualmente nella direzione di dare servizi sociali anche alle persone che non hanno uno hukou urbano, ma non basta pensare di eliminare lo hukou per risolvere il problema. Il problema resta quello di finanziare in maniera sostenibile le amministrazioni locali in modo che siano in grado di fornire un'assistenza sociale ai cittadini". Proprio le leggi sul finanziamento alle amministrazioni locali sono alla base dell'impronunciabile cifra accumulata in debiti da questi enti negli ultimi anni, specialmente dopo il maxi-pacchetto di stimoli da quattromila miliardi di yuan degli anni 2008-2009, che ancora oggi causa non pochi problemi a livello centrale.

Non saranno probabilmente solo questi i temi che animeranno la terza sessione plenaria del diciottesimo Comitato Centrale il mese prossimo. Di sicuro la loro interconnessione in un Paese destinato a rallentare economicamente sarà un tema da cui non si potrà sfuggire. "Tutte le riforme sono interconnesse tra di loro e connesse ai maggiori clan che si dividono il potere e controllano larghe fette dell'economia -spiega ancora Willy Lam- E' difficile che tutti i clan decidano di rinunciare ad alcuni privilegi in nome di una competizione serena. In questo momento le imprese private sono discriminate nella competizione dalle imprese di Stato e da quelle controllate dai principi rossi" la fazione all'interno del Partito Comunista Cinese di cui fa parte lo stesso Xi Jinping. Su una cosa sembrano però concordare gli esperti: qualsiasi decisione venga presa, i cambiamenti non arriveranno a breve. "Credo che la Cina si muoverà verso una riforma dei prezzi delle risorse naturali -ipotizza ad Agi China 24 Elizabeth Economy, direttore del dipartimento di Studi Asiatici del Council of Foreign Relations- e vedremo qualche elemento di sperimentazione nel sistema dello hukou e nelle riforme finanziarie, ma presumo che l'orizzonte temporale sarà di dieci anni, non di due o tre". Irrealistico, quindi, aspettarsi grandi colpi di scena o decisioni clamorose nelle prossime settimane. "Al momento -conclude De Jonquieres- le aspettative sono quelle di un plenum che stabilisca obiettivi nel lungo periodo, ma rimanga debole nei dettagli. Ma qualsiasi decisione venga presa, importerà quanto efficacemente e con quanta forza verrà messa in atto. E questo è improbabile che sia chiaro per un bel po' di tempo".

 

23 ottobre 2013

 

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