Politica interna

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Web, in prigione chi diffonde
rumors; nuovo giro di vite

Web, in prigione chi diffonde <br />rumors; nuovo giro di vite


di Sonia Montrella

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Roma, 10 sett.- Da oggi chi diffonde su internet pettegolezzi o voci diffamatorie sul governo cinese rischia fino a tre anni di prigione. Lo stabilisce la direttiva (la prima nel suo genere) resa nota ieri dalla Suprema Corte del Popolo e dal Supremo Procuratorato del Popolo, frutto della campagna contro i rumors online messa in piedi dal presidente Xi Jinping. A rischiare, nello specifico, sono gli autori di post 'diffamatori' ritwittati per più di 500 volte o visualizzati da oltre 5000 utenti. Ma non è solo una questione di numeri: qualsiasi messaggio possa condurre l'accusato al suicidio, a disturbi mentali o possa degenerare in una protesta di massa o infangare l'immagine del Paese è considerato illegale e il suo autore verrà punito con il carcere.


La disposizione non è del tutto nuova - in Cina coloro che vengono accusati di diffamazione sono condannati a tre anni di reclusione o alla privazione dei diritti politici -, e appare come la semplice estensione sulla rete di reati che fino ad oggi erano ritenuti tali solo se compiuti nell'arena pubblica da cui internet era esclusa. "Il Cyberspazio è parte della sfera pubblica e la rete è fortemente intrecciata alla vita reale delle persone" ha dichiarato Sun Jungong, portavoce della Corte Suprema.


Non mancano le eccezioni: secondo Sun l'accusa cade per gli autori di post che accusano di corruzione i funzionari, a patto che riescano a provare che il contenuto non è scritto deliberatamente. Ed è proprio  questo passaggio che, secondo Tong Zhiwei, professore di diritto alla East China University di Shanghai, rischia di diventare una trappola che il governo si sarebbe teso da solo: "La clausola sarà un vero e proprio dilemma per la leadership che da una parte si trova a contenere i rumors che minacciano al stabilità sciale e dall'altro non può non servirsi di internet per la caccia ai colpevoli nell'ambito della campagna anti-corruzione voluta da Xi Jinping". Un obiettivo, quest'ultimo, per cui la Commissione Centrale per la Disciplina e il Controllo del PCC ha istituito  un sito web ufficiale attraverso il quale i cittadini potranno fare segnalazioni su casi di corruzione.
Intanto il popolo di internet insorge, e a loro si uniscono anche esponenti del mondo della legge  come Zhou Ze, avvocato per i diritti di Pechino, che si dice profondamente deluso dalla normativa la quale altro non è che l'ennesimo tentativo di controllare la libertà di espressione".


La nuova disposizione arriva pochi giorni dopo il polverone sollevato dai media cinesi che hanno riportato le dichiarazioni di guerra di Xi Jinping contro gli internauti che "diffondono rumors". Le parole del neopresidente risalgono allo scorso 19 agosto, ma dopo una breve apparizione il giorno successivo sull'agenzia di stampa Xinhua, sono scomparse fino al 4 settembre.  In un discorso pronunciato lo scorso mese durante un meeting con i capi della propaganda che si è tenuto a Pechino, il presidente Xi Jinping ha ordinato di "costituire un esercito forte" in grado di "percorrere il terreno dei new media". Il giro di vite del neopresidente, nel mese scorso, ha già fatto scattare un'ondata di arresti che ha visto finire in carcere tra gli altri anche celebrità del web con l'accusa di "aver fatto girare pettegolezzi in rete". Tra le maglie della censura è finito anche Xue Manzi, presentatore televisivo e investitore sino-americano che su Weibo conta oltre 12 milioni di follone. L'uomo viene accusato di favoreggiamento della prostituzione, ma sono in molti tra osservatori, intellettuali e internauti a ritenere che sia solo un pretesto per chiudere la bocca a uno che non si  censura nelle sue critiche al  regime.

 

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