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SURPLUS COMMERCIALE CALA 14%, GIU’ EXPORT A GIUGNO

SURPLUS COMMERCIALE CALA 14%, GIU’ EXPORT A GIUGNO


di Eugenio Buzzetti

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Il surplus commerciale in Cina scende del 14% a giugno. L'export arretra del 3,1% a 174,32 miliardi di dollari e l'import dello 0,7%. Gli analisti si aspettavano aumenti del 3,3% e del 5,5% per export e import .

 

Pechino, 10 lug. - Diminuiscono del 3,1% le esportazioni cinesi a giugno. Si tratta del primo calo in questo comparto dal gennaio 2012. Segno negativo anche per le importazioni, in discesa dello 0,7% il mese scorso. Ancora più significativo il dato rispetto ai due principali mercati di sbocco delle merci cinesi: secondo i dati diffusi dalle dogane cinesi, le esportazioni verso l'Unione Europea sono calate dell'8,3% su base annua, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono diminuite del 5,4%. Il surplus commerciale cinese ammonta a 21,1 miliardi di euro, in linea con le aspettative degli analisti.

 

Negli ultimi mesi la situazione economica si è fatta più complicata, con il settore manifatturiero che da maggio mostra segni di cedimento e che a giugno ha segnato quota 48,2, ben al di sotto di 50, segnando una pesante contrazione. In aumento, invece, l'inflazione, al 2,7% a giugno, di oltre mezzo punto superiore al dato del mese precedente, a quota 2,1%. Anche la Borsa di Shanghai, dopo il pesante calo del 24 giugno scorso ha risentito dei contraccolpi dell'economia, perdendo il 2,44% a 1958,27 punti. Nell'ultimo mese di contrattazioni, l'indice Composite ha perso oltre 11 punti e ha subito il calo più significativo in un unico giorno (-5,3%) per i timori diffusisi dopo la stretta creditizia delle scorse settimane che aveva fatto lievitare per diversi giorni il tasso di prestito interbancario a breve scadenza.

 

A incidere sul risultato deludente della bilancia commerciale di giugno è anche la campagna lanciata dalle autorità regolatrici e dalle dogane nel maggio scorso per interrompere il flusso di false fatturazioni che gonfiavano i volumi dell'import-export cinese. La Cina non è l'unico tra i cosiddetti Paesi emergenti a risentire delle difficoltà della propria economia. Secondo i dati calcolati dall'Emerging Markets Index (EMI) di HSBC, i 16 Paesi che contribuiscono a formare le economie emergenti del mondo hanno segnato il passo a giugno nella produzione. L'indice EMI si è fermato a quota 50,6 a giugno contro il 51,3 registrato a maggio, ancora in espansione, ma di poco, come sottolinea in un comunicato la stessa HSBC: nel lungo periodo, però, le prospettive rimangono incoraggianti. L'indice EMI si basa sui risultati del settore manifatturiero dei Paesi presi in esame, e calcola anche le performance degli altri Paesi che assieme alla Cina compongono l'acronimo BRIC: Brasile, Russia e India.

 

I risultati della Cina risentono del ribilanciamento della propria economia che Pechino intende mettere in atto, secondo Stephen King, capo economista di HSBC, passando da una crescita guidata da esportazioni e investimenti a un nuovo modello di sviluppo incentrato sui consumi interni: una scelta, spiega King, che "potrebbe fungere da incitamento alle altre nazioni emergenti". La necessità di riforme del sistema cinese è una priorità del governo, che non intende stimolare artificialmente la crescita: il no agli stimoli è uno dei punti della Likonomics, termine coniato da tre economisti di Barclays Capital e che prende il nome dal primo ministro cinese Li Keqiang, che prevede, oltre all'assenza di misure ad hoc per la tenuta dell'economia, anche la riduzione della leva finanziaria e l'introduzione delle riforme strutturali. Nei prossimi giorni è previsto il dato finale della crescita per il secondo trimestre: le previsioni degli analisti non si discostano dal 7,5%, in calo quindi rispetto al dato dei primi tre mesi, quando la crescita era del 7,7%, ma ancora in linea con le proiezioni del governo che a marzo scorso aveva fissato come obiettivo da raggiungere entro fine anno una crescita del 7,5%.

 

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