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ECONOMIA SU, MA RESTA LA PRUDENZA MONETARIA

ECONOMIA SU, MA RESTA LA PRUDENZA MONETARIA <br />


di Eugenio Buzzetti
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Pechino, 14 mag. - Gli ultimi dati economici del Dragone sono stati accolti con forte scetticismo dagli analisti finanziari. In particolare, la forte crescita delle importazioni nei primi quattro mesi del 2013 ha generato il dubbio che in molti abbiano gonfiato i bilanci per introdurre capitali nel Paese senza incorrere nel sistema di tassazione a cui sono soggetti i capitali in entrata. Gli ultimi dati sembrano suggerire una ripresa, senza significativi riscontri, della domanda interna soprattutto in quei mercati che assorbono la maggiore parte dell'export del Dragone: Stati Uniti e Unione Europea. Il mese scorso a destare il sospetto di una manovra analoga era stato un aumento del 93% su base mensile delle esportazioni a Hong Kong. "Questo tipo di scambio è scevro da tasse -avevano scritto nei giorni scorsi gli economisti di Nomura, società di servizi finanziari- così si innalza il valore di esportazioni e importazioni senza essere soggetto a tassazione". Alla base di questo procedimento ci potrebbero essere, secondo l'Amministrazione delle Dogane cinesi, un gioco di false dichiarazioni commerciali e di emissione di fatture più alte del valore reale delle merci scambiate. Le dogane stanno svolgendo indagini su possibili abusi e reati.

Tra i dati più importanti degli scorsi giorni ci sono quelli della bilancia commerciale che è tornata in attivo ad aprile 2013. I dati dell'Amministrazione delle Dogane cinesi mostrano un aumento del 14,7% dell'export rispetto allo stesso periodo del 2012, a quota 187,1 miliardi di dollari; un dato molto al di sopra delle aspettative, che davano in un più contenuto 10,3% la crescita delle esportazioni. Le importazioni sono cresciute, invece del 16,8% a 168,9 miliardi di dollari. Il saldo finale è, dunque, in attivo di 18,2 miliardi di dollari. Cresce anche la produzione industriale, che ad aprile, secondo i dati dell'Ufficio Nazionale di Statistica, ha avuto un incremento del 9,3%, rispetto all'8,9% di marzo scorso.

I dati macro-economici mostrano un trend positivo, anche se inferiore alle aspettative, ma i dirigenti politici della seconda economia del pianeta temono come ricadute i rischi che minano il sistema finanziario nazionale, al centro di un incontro tra i vertici politici a fine aprile. Il dilemma per Pechino è l'apertura del proprio sistema finanziario evitando i contraccolpi che hanno portato alla crisi dei mercati asiatici alla fine degli anni Novanta. Per uscire dall'impasse, la Banca Centrale starebbe pensando a un piano per la graduale apertura del proprio mercato finanziario nei prossimi dieci anni cominciando con l'incoraggiare gli imprenditori cinesi a comprare aziende straniere, approfittando del ribasso nei prezzi in periodo di recessione; in seguito aumenteranno i prestiti in valuta locale, lo yuan, al cui piano di internazionalizzazione Pechino sta lavorando da tempo; infine gli stranieri potranno investire più liberamente in titoli cinesi, grazie a un progressivo allentamento dei vincoli fiscali.

Un calcolo che potrebbe rivelarsi esatto sul lungo periodo. Nell'immediato, i dati di aprile mostrano come i prestiti denominati in yuan sono calati a quota 792,9 miliardi a causa della debole richiesta di credito da parte delle imprese e da un drastico calo dei depositi. Ad evitare il declino sarebbe stata la ripresa delle transazioni immobiliari. E nel breve periodo Pechino si concentrerà sempre su politiche che eviteranno una fiammata inflazionistica: ad aprile il Consumer Price Index è salti o più del previsto, al 2,4%, contro il 2,1% di marzo, accompagnata a un aumento del settore bancario ombra che rappresenta uno dei rischi più alti per Pechino, secondo l'agenzia di rating Fitch, che ad aprile aveva declassato il debito a lunga scadenza in yuan da AA- ad A+ con outlook stabile (da positivo) una mossa, quella del downgrading, che non accadeva dal 1999.

Un sobbalzo agli analisti, poi, lo aveva provocato anche il dato sull'aumento delle riserve forex nei forzieri del Dragone -a 3440 miliardi di dollari nel primo trimestre 2013- un segnale, non solo che i flussi di capitale stanno tornando, ma che il trend potrebbe continuare e aumentare nei prossimi mesi a causa di aumento massiccio nella massa monetaria statunitense e soprattutto giapponese. Pur mantenendo una politica monetaria prudente, la Banca Centrale cinese ha finora cercato di calmare gli effetti di questo afflusso di denaro: lo scopo è quello di bilanciare la tenuta della crescita nel breve termine, fondamentale per il mantenimento della stabilità sociale e la salute economica nel lungo periodo. Il rischio è quello di non applicare le riforme finanziarie di cui il Paese ha bisogno. La via d'uscita, a questa situazione passa, secondo il settimanale The Economist, attraverso una liberalizzazione dei tassi di interesse all'interno del Paese, che eviterebbero quegli squilibri del mercato che provocano fughe di capitali dalle banche cinesi e non attraggono gli investimenti in valuta locale.

Una soluzione che non sembra incontrare il favore della Banca Centrale, almeno per il 2013: venerdì scorso Barclays Bank aveva dichiarato che la Cina manterrà una politica monetaria prudente e l'ambiente finanziario attuale e cercherà di arginare i rischi finanziari derivanti dall'emissione di prodotti finanziari strutturati e regolando maggiormente sia le piattaforme finanziarie locali che il sistema bancario ombra, che per i suoi volumi potrebbe portare, secondo alcuni, a una crisi finanziaria ancora superiore a quella del 2007-2008.

 

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