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INVESTIMENTI ESTERI IN CINA +16,1% A GENNAIO

INVESTIMENTI ESTERI IN CINA +16,1% A GENNAIO


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 18 feb. - Gli investimenti diretti in Cina a gennaio sono cresciuti su base annua del 16,1%, raggiungendo i 10,76 miliardi di dollari, e segnando un ulteriore incremento del 3,3% sui dati di dicembre scorso pubblicati dal Ministero del Commercio. "La crescita a doppia cifra - ha commentato un portavoce del Ministero - è la replica più solida e convincente ai dubbi riguardo alla Cina come mercato favorevole agli investimenti e sulla fiducia nelle prospettive economiche della Cina degli investitori stranieri". Le critiche erano arrivate nei giorni scorsi per i dati sull'export, cresciuto del 10,6% a gennaio, una cifra che ha fatto dubitare, tra gli altri, anche gli analisti di Nomura, secondo i quali "l'ingresso di capitali potrebbe avere contribuito, almeno in parte, ai forti numeri di crescita delle esportazioni di gennaio". Il dato sulle esportazioni è andato al di là delle previsioni più rosee anche degli analisti di Bloomberg.

 

Tra i dati più significativi, c'è l'aumento degli investimenti nel settore dei servizi a livello nazionale che è aumentato del 57%  a gennaio, a 6,3 miliardi di dollari, mentre in calo c'è il settore manifatturiero, del 21,7%, a 3,4 miliardi di dollari. Calano anche gli investimenti dall'Unione Europea, del 41,2% su base annua, a 482 milioni di dollari, mentre sono in crescita del 34,9% quelli degli Stati Uniti, a 369 milioni di dollari. Da segnalare, anche i dati di crescita degli investimenti nelle aree centrali e occidentali cinesi, quelle che Pechino intende sviluppare attraverso un massiccio piano di urbanizzazione, a un tasso di crescita molto elevato. Il centro della Cina ha attratto investimenti per oltre 1,5 miliardi di yuan, l'89% in più dello scorso anno, mentre le aree occidentali hanno raccolto 989 milioni di dollari, a un tasso di crescita del 71,7%.

 

Un rischio ancora più grande per l'economia globale lo ha evidenziato al New York Times il premio Nobel per l'economia A. Michael Spence, che negli scorsi anni ha incoraggiato i leader cinesi verso le riforme economiche, secondo cui la Cina potrebbe entrare "in collisione con il suo stesso modello di crescita". Il cambio di modello economico che la Cina da tempo ha preso in considerazione deve passare al più presto dalle parole ai fatti: se Pechino non passerà dalla dipendenza verso le esportazioni a una domanda trainata dai consumi interni, il rischio è quello di fallire e rinchiudersi nella trappola del Paese a reddito medio. Più facile a dirsi che a farsi: l'economista ricorda come anche l'undicesimo piano quinquennale, dal 2006 al 2010, aveva tra i suoi obiettivi quello di fare ripartire la domanda interna, senza riuscirci.

 

Oltre alle preoccupazioni dell'economista, ci sono anche quelle degli organismi internazionali, a cominciare dal Fondo Monetario Internazionale, secondo cui la Cina è oggi più vulnerabile a uno shock macro-economico per l'alto livello del suo debito fiscale, in particolare delle amministrazioni locali, che ha toccato quota 17900 miliardi di yuan. Il governo cinese, secondo gli ultimi studi del FMI, dovrebbe introdurre una gestione dei prestiti alle amministrazioni locali più attenta e livelli di spesa per le infrastrutture più alti degli attuali.



18 febbraio 2014

 

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