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Clima: Cina più "flessibile"
ma fondi da Paesi ricchi

Clima: Cina più  flessibile <br />ma fondi da Paesi ricchi


di Eugenio Buzzetti e Sonia Montrella


Twitter@Eastofnowest e @SoniaMontrella


Roma, 5 nov.- Pechino apre sui colloqui climatici, ma a patto che i Paesi industrializzati mantengano la promessa di  finanziare il costo di una politica di riduzione delle emissioni delle nazioni in via di sviluppo. La proposta arriva oggi da Xie Zhenghua, capo negoziatore cinese e vice direttore della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (NDRC).

Il riferimento è a Varsavia, dove dall'11 al 22 si ritroveranno i rappresentanti di oltre 190 Paesi per discutere del riscaldamento climatico e dare la spinta a un nuovo accordo globale sul taglio delle emissioni programmato per il 2015, (con entrata in vigore nel 2020) fra i paesi piu' inquinanti e le Nazioni Unite. Il documento andrà a sostituire il Protocollo di Kyoto rispetto al quale, ha osservato il mese scorso il capo negoziatore Usa Todd Stern, le nazioni dovrebbero stilare programmi  e una lista di impegni individuali.

Da tempo la Cina è alla guida delle nazioni emergenti ai vertici ONU sull'ambiente. Secondo il Drago, le nazioni sviluppate sono le prime responsabili del surriscaldamento globale, e come tali devono guidare la lotta agli sconvolgimenti climatici assumendosi vincoli determinati sulle emissioni di CO2. Ai Paesi emergenti e in via di sviluppo, viceversa, non si può chiedere di frenare la crescita economica e interrompere così la corsa che sta liberando dalla povertà milioni e milioni di persone. Se così, i Paesi più ricchi devono farsene carico, sulla base del "principio di responsabilità comuni ma diverse" osserva Xie che denuncia le nazioni industrializzate per non aver mai distribuito quei fondi promessi nel 2009 in aiuto alle economie emergenti costrette a frenare la loro crescita industriale.  Misure che prevedono un "inizio veloce" grazie a un fondo da 30 miliardi di dollari entro il 2015 e un budget annuale da 100 miliardi di dollari entro il 2020. Una volta ricevuti gli aiuti – si legge nel documento emesso dalla NDRC  - le economie in via di sviluppo dovranno mantenere gli impegni.

Secondo le stime la Cina è il primo emettitore di gas serra seguito dagli Stati Uniti e lo smog è uno dei maggiori problemi con cui il governo deve fare i conti. Il conto presentato da trenta anni di crescita economica vertiginosa la Cina lo paga in città avvolte da una cappa grigia, acque e terreni tossici, ma soprattutto malattie cardio-respiratorie e cancro, una delle cause di morte più frequenti in Cina, soprattutto nelle grandi città che registrano livelli di inquinamento atmosferico con valori anche decine di volte al di sopra della soglia di sicurezza fissata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Negli anni tra il 2001 e il 2010 nella sola Pechino i casi di persone affette dal male sono aumentati del 56%, e il cancro ai polmoni è diventato la prima causa di morte per cancro da parte degli uomini, e la seconda per le donne, dopo il cancro al seno, secondo i dati del Beijing Health Bureau. 

E' di oggi la notizia della bambina di otto anni del Jiangsu cui è stato diagnosticato un cancro ai polmoni, il più giovane caso dovuto allo smog. Lo hanno dichiarato i medici che hanno in cura la piccola, "esposta  a micro-particelle nocive e alla polvere per lunghi periodi".


Lo stesso XieIl clima in Cina sta danneggiando i suoi cittadini. Questo l'allarme lanciato da Xie Zhenua, il principale negoziatore cinese sul clima e vicepresidente della potente Commissione nazionale per le riforme e lo sviluppo, in previsione della conferenza Onu sul clima che si terra' a Varsavia dall'11 al 22 novembre. La Cina, infatti, e' il primo emettitore di carbonio del mondo e gli alti tassi d'inquinamento sono da attribuirsi maggiormente all'uso di combustibili fossili. Inoltre, le condizioni di smog sono "ormai diventate la norma che ha gravemente colpito la salute mentale e fisica del popolo cinese" ha commentato Zhenua.

Per Xie ha osservato oggo che i problemi dell'aria in Cina sono dovuti al "modello di sviluppo obsoleto" del Paese, alla sua "irragionevole struttura industriale e di energia" insieme allo scarico di sostanze inquinanti da parte di alcune grandi aziende.  "Nel giro di circa cinque a dieci anni - ha continuato - si potranno vedere miglioramenti nella qualità dell'aria".

Il governo cinese sta da tempo tentando di attuare soluzioni per gli alti tassi di inquinamento atmosferico, con un programma di riduzione della dipendenza dal carbone come fonte primaria di energia: entro il 2020, secondo il Libro Verde dei Cambiamenti Climatici pubblicato ieri dall'Accademia Cinese di Scienze Sociali, la Cina punta a ridurre la quantità di emissioni nocive in rapporto al prodotto interno lordo del 40-45% entro il 2020. Gli ultimi dati ufficiali cinesi riguardanti il fenomeno, vedono il Paese come uno dei paesi maggiormente responsabili dell'inquinamento a livello globale: nel 2012, secondo le statistiche ufficiali, la Cina ha prodotto emissioni di CO2 per oltre 9,2 miliardi di tonnellate, circa il 27% delle emissioni nocive a livello globale.


Tra le altre misure anti-inquinamento di Pechino c'è l'istituzione di una classifica delle città più inquinate, che prevede un bollettino giornaliero sui rischi dell'esposizione all'inquinamento e differenti livelli di allerta a seconda del tasso di concentrazione di polveri sottili nell'atmosfera. Uno dei casi più recenti di inquinamento atmosferico è di poche settimane fa e ha coinvolto la città di Harbin, nel nord-est della Cina, dove vivono undici milioni di persone. Il livello di smog era talmente alto da bloccare la circolazione nelle strade, con una visibilità ridotta a tre metri: la concentrazione di polveri sottili PM 2.5 nell'aria era arrivata a superare i novecento microgrammi per metro cubo di ossigeno, una soglia più di quaranta volte superiore a quella stabilità dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, fissata in 25 microgrammi per metro cubo.



5 novembre 2013

 

 

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