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ALLARME SMOG, E I CINESI PENSANO IN VERDE
In Cina più ambientalisti di Usa e Ue

ALLARME SMOG, E I CINESI PENSANO IN VERDE<br />In Cina più ambientalisti di Usa e Ue


di Giovanna Tescione

Twitter@GiTescione

 

Roma, 7 mag. – Sotto un cielo grigio fumo i cinesi pensano in verde, molto più di europei e americani. A rivelarlo uno studio  condotto dall'agenzia di ricerca dell'agenzia Motivaction secondo cui il 64% della popolazione cinese si definisce ambientalista, più del doppio della popolazione occidentale. Un primato che la Cina conquista a testa alta, ma che viaggia parallelamente ad un altro record, quello del Paese più inquinante del mondo.

Sempre più numerosi quindi gli ambientalisti cinesi uniti nella 'lotta verde' mentre cresce la rabbia per i livelli pericolosamente alti di inquinamento nelle principali metropoli e città insieme al senso di urgenza che qualcosa debba essere fatto. Una consapevolezza che, emerge dal sondaggio, è maggiore rispetto ai Paesi occidentali, dove le politiche ambientali sono finite in fondo all'agenda a causa della crisi finanziaria. La crisi infatti sembrerebbe frenare la popolazione comune ad una maggiore attenzione all'ambiente, ma fa nascere, rivela lo studio, un 'ambientalismo cosmopolita', un movimento appoggiato da gruppi di attivisti politici, liberali e con un background culturale elevato.

I 'cittadini verdi' cinesi, rivela lo studio che ha preso in esame oltre 48mila consumatore in 20 Paesi tramite un sondaggio online, sono socialmente conservatori, devoti alla famiglia e ai valori tradizionali e credono profondamente nel ruolo della tecnologia e del business per risolvere i problemi. D'altra parte la Cina, criticata per le sue emissioni che rappresentano circa un terzo di quelle globale, è anche il più grande investitore in tecnologia green, un settore che nel futuro, riferisce il rapporto, potrebbe darle un grande vantaggio competitivo.

Ma il Drago punta anche a diminuire le proprie emissioni, mentre lotta verde è in cima alle priorità del Drago e l'inquinamento è diventato negli ultimi anni una delle sfide più dure che il governo di Pechino deve affrontare con lo smog che ha coperto circa il 15% del territorio nazionale e le principali metropoli ammantate per quasi tutto il periodo invernale – e non solo – di grigio. 

Fa parte del piano per ridurre le emissioni il progetto di estendere il mercato del carbonio anche ad altre province ad alta concentrazione industriale oltre alle sei in cui il progetto è già attivo. Lo schema, nato con l'obiettivo di controllare e ridurre l'intensità di CO2 del 21% entro il 2015 , prende a modello l'ETS europeo imponendo a circa 365 imprese di acquistare permessi di emissione per un totale di circa 31.7 milioni di tonnellate di CO2 annue, considerato come anno di riferimento il 2010, pari al 38% delle emissioni totali di Shenzhen, la prima città in cui era stato lanciato il piano.

Un impegno che il governo cinese promette di mantenere grazie anche a ingenti investimenti nel settore: solo di recente Pechino ha promesso di investire 1.65 miliardi di dollari (1.18 miliardi di euro circa) per combattere l'inquinamento e 330 miliardi (circa 236 miliardi di euro ) per risolvere il problema della scarsità di acqua. L'ultima promessa risale a marzo quando il premier cinese Li Keqiang si è impegnato ad affrontare il tema dell'inquinamento mentre un rapporto ufficiale etichettava Pechino come una città con condizioni di vita "a mala pena accettabili". Ma l'impegno di Pechino è presente anche a livello internazionale. La Cina intende infatti aderire al patto delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici al summit del prossimo anno.

"Quando il governo cinese decide di fare qualcosa, si fa. Non sono solo parole come accade in Europa", commenta Kathryn Sheridan, amministratore delegato di un'agenzia di consulenza di comunicazione sostenibile con sede a Bruxelles.

 

7 maggio 2014

 

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