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LA POSIZIONE CINESE NEL MEDIO LUNGO TERMINE

LA POSIZIONE CINESE NEL MEDIO LUNGO TERMINE


Di Geminello Alvi

 

Ancona, 11 mag. - Risulta interessante riconsiderare l’attuale congiuntura cinese alla luce di alcune comparazioni effettuate in un working paper della Bank of Japan, China’s Economic Growth: Some Insights from Japan’s Experience, da Tomoyuki Fukumoto e Ichiro Muto, tornato di recente all’attenzione del dibattito degli economisti cinesi. In Cina, dove il reddito pro capite di recente superato 7.000 dollari, il Pil crescerà secondo ogni previsione più lentamente che negli anni passati, eppure all’economia giapponese, con un reddito procapite allo stesso livello, dal 1955 al 1970 riuscì di crescere in media circa del 9,7% l’anno. La produttività del lavoro giapponese crebbe  infatti di ben oltre il 10% all'anno in media  nel periodo 1960-1973, mentre la produttività cinese è risultata in costante calo dal 11,8% nel 2001-2008, al 8,8% nel 2008- 2012, al 7,4% nel 2011-2012, ammettono ormai gli economisti cinesi. Peraltro l’offerta di lavoro del Giappone in termini di ore di lavoro crebbe sempre in quegli anni di oltre il 3% annuo. Al contrario, la popolazione in età lavorativa in Cina è diminuita, di più di tre milioni all'anno dal 2012. Ed ecco allora spiegato rispetto all’esempio del Giappone a parità di reddito procapite la diversità della Cina e la sua difficoltà a mantenere i tassi di crescita passati.

Ma come sottolineano gli economisti giapponesi, il Giappone beneficiò all’epoca di un elevato tasso di risparmio e di un coefficiente d’intensità di capitale, basso. E per quanto il confronto delle serie statistiche risulti ancora adesso piuttosto complicato, il  rapporto capitale prodotto della Cina odierna comunque risulta con ogni verosimiglianza più alto. Il divario tra il tasso di crescita dell'intensità di capitale e quello della produttività del lavoro pertanto si aggrava. Certo un tasso di investimento pubblico può compensare l'impatto negativo sulla crescita di un elevato coefficiente. Ma il tasso di investimento in Cina è stato gonfiato negli anni recenti già oltre ogni buon senso, fin quasi a divenire la metà del PIL. E se l’intensità di capitale aumenta più rapidamente della produttività del lavoro ne deriva l'inefficienza della nuova accumulazione, che anzi alla lunga aggrava la situazione.  Tra l’altro il debito delle imprese cinesi sia in termini assoluti che in rapporto al PIL risulta già elevato e dunque l’aumento dell’intensità di capitale aumenterebbe anche il loro livello di rischiosità. Le manovre di stimolo monetario lasciando intatta la struttura dell’economia cinese dell’ultimo decennio rischiano di complicare lo scenario di medio lungo termine, che richiede una ribilanciamento, come quella di cui fu capace il Giappone. 

11 maggio 2015


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