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ATTACCO AD AMBASCIATA CINESE IN SIRIA, L'APPELLO DI PECHINO

ATTACCO AD AMBASCIATA CINESE IN SIRIA, L APPELLO DI PECHINO


di Sonia Montrella 

Twitter@SoniaMontrella

 

ha contribuito Alessandra Spalletta

 

Pechino, 1 ott.- Cessate il fuoco. Lo ripete da mesi Pechino, ma questa volta la Cina ha un motivo in più per ribadirlo dopo che i disordini siriani hanno finito per colpire dritto al cuore della rappresentanza diplomatica cinese a Damasco. Erano le 11 ora locale quando ieri mattina un colpo di mortaio ha raggiunto l'ambasciata cinese nell'area di Mezze danneggiando le mura dell'edificio, porte e finestre e ferendo un impiegato locale. L'episodio, il primo alla sede diplomatica di Pechino dallo scoppio del conflitto siriano due anni e mezzo fa, ha scioccato il Paese. "La Cina è fortemente scossa dall'episodio", ha detto in un comunicato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Hong Lei, che, ancora una volta, è tornato a "esortare fortemente le parti interessate in Siria ad attenersi alla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e a prendere misure concrete per garantire la sicurezza delle organizzazioni diplomatiche e del personale". Poi il portavoce ha aggiunto che l'unica via per porre fine alla crisi e il ripristino della pace nazionale e stabilità è quella del dialogo. E dell'impegno: La Cina – si legge sulla Xinhua che cita Hong Lei – ha deciso di inviare un 'equipe di esperti che si uniranno al programma di indagine e distruzione delle armi chimiche. "Sosteniamo l'indagine del gruppo di inchiesta dell'Onu in un modo indipendente, oggettivo e professionale" ha sottolineato il portavoce che ha parlato anche di "aiuti finanziari da parte di Pechino".

Perché colpire l'ambasciata cinese? Un incidente? Chi ha fatto partire il colpo? Difficile stabilirlo, il puzzle manca di tasselli fondamentali. Ieri la Reuters aveva parlato di un colpo 'scagliato' dai ribelli citando come fonte l'agenzia cinese Xinhua. Falso. Hua Liming, ex ambasciatore cinese in Iran ha dichiarato alla Xinhua che potrebbe essersi trattato di un incidente, ma che non esclude la possibilità che l'attacco possa essere stato sferrato dalle forze dell'opposizione. "Dopo che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha passato la risoluzione sulla Siria lo scorso venerdì, l'opposizione siriana, che riponeva speranze nel sostegno dei paesi occidentali contro il governo siriano, è delusa e potrebbe sfogare la propria rabbia su altri paesi", ha detto Hua. L'ipotesi (e non l'accusa, quindi) è dell'ex ambasciatore e non dell'agenzia statale cinese che in caso contrario avrebbe rappresentato un chiaro attacco di Pechino alle forze di opposizione siriane.  Della stessa opinione è anche Carsten Boyer Thogersen Console Generale, ricercatore del Nordic Institute of Asian Studies dell'Università di Copenhagen, che ha commentato ad AgiChina24 che la Reuters è giunta a una conclusione errata.

A molti l'attacco alla sede diplomatica di Damasco ha riportato alla memoria un altro attentato, quello del 1999, quando un missile statunitense colpì l'ambasciata cinese a Belgrado, inasprendo per anni le relazioni sino-americane. La Cina condannò aspramente l'attacco. Il governo americano ammise subito la responsabilità dell'episodio definendolo un drammatico "incidente". "Profonde condoglianze" dall'allora presidente Bill Clinton e dalla NATO, che espresse il proprio rammarico per bocca del Segretario Generale Javier Solana. In quel caso – sottolinea ancora Thogersen – "non ci fu bisogno degli appelli e del tam-tam dei media perché Washington riconobbe immediatamente le sue colpe".

Sulla crisi siriana la Cina si è detta impegnata in modo attivo nelle consultazioni con il Consiglio di Sicurezza dell'Onu e con il Consiglio esecutivo dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche al fine di facilitare l'adozione delle decisioni sulla questione.

In Siria come nel resto del mondo Pechino, anche sotto la guida del nuovo presidente Xi Jinping, rimane allineata al tradizionale principio di non-ingerenza che vede la Cina restare fuori dalle questioni interne di un Paese in cambio della stessa 'discrezione' soprattutto – è sottointeso - quelle che il Drago considera tematiche sensibili: Taiwan e Tibet in prima battuta. Il dialogo, quello sì, rappresenta l'unica strada giusta da percorrere, insieme ai negoziati, e non l'intervento armato promosso dagli Usa al quale la Cina si è sempre detta contraria. E questo Pechino lo ha ribadito anche la settimana scorsa in un comunicato congiunto rilasciato giovedì dai parlamenti di Cina e Russia: il Comitato per gli Affari Esteri dell'Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) e dal Consiglio di Federazione russo (il Senato). "Vittime civili, proteste, flussi di rifugiati, la rovina del patrimonio cultural e altri tragici eventi hanno reso la crisi una delle più terribili tragedie del mondo", riportava la Xinhua citando il comunicato.  che continua "il popolo della Cina e della Russia spera in una veloce risoluzione alla crisi, nel ripristino della pace e nella fine dello spargimento di sangue". "Appoggiamo – continua - la decisione dei leader siriani di unirsi alla Convenzione sulle armi chimiche così come all'accordo quadro Russia-USA sul disarmo del regime di Bashar Al-Assad". "Il popolo e le istituzioni legislative di Cina e Russia auspicano nella convocazione al più presto di una nuova conferenza internazionale sulla Siria a Ginevra".

Entrambi i Paesi sostengono che la minaccia della forza o l'intervento militare esterno sia inaccettabile, ma secondo alcuni osservatori dietro la forte opposizione di Pechino all'intervento si nasconderebbero sopratutto calcoli personali relativi alla questione dello Xinjiang, regione autonoma turcofona abitata dagli uiguri nell'ovest della Cina. Quest'etnia di religione musulmana è protagonista di periodici scontri – spesso sanguinosi - contro la popolazione han e contro il governo di Pechino cui chiede l'indipendenza. Per la Cina gli uiguri sono dei pericolosi terroristi, per la minoranza etnica il governo strumentalizza la popolazione per esercitare il controllo sulla regione autonoma. Secondo il quotidiano cinese in lingua inglese Global Times, costola del megafono del PCC, People's Daily, dal 2012 alcuni membri della fazione dell'East Turkestein Islamic Movement sono entrati in Siria dalla Turchia e si sono uniti ai gruppi più estremisti dell'opposizione siriana. Allo stesso tempo, sempre secondo il quotidiano cinese, il movimento dell'East Turkestein avrebbe reclutato candidati per entrare in Cina ed eseguire attacchi terroristici proprio nello Xinjiang. Notizia immediatamente smentita da Assad che ha ribadito più volte l'autorità cinese sulla regione 'ribelle'.

Difficile dire quali di questi punti abbia più peso a Zhongnanhai, ma l'impressione degli analisti è che in generale l'agenda estera cinese si sia infittita di appuntamenti, visite di stato e meeting internazionali, segno che sullo scacchiere internazionale il Drago non vuole accontentarsi del ruolo di semplice pedina. Sotto la guida di Xi appare maggiormente assertiva soprattutto nei confronti dei vicini asiatici con i quali Pechino si contende la sovranità di isolotti nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. In un articolo pubblicato da AgiChina24 in esclusiva per l'Italia, il Consigliere di Stato ed ex ministro degli Esteri, Yang Jiechi scrive che finora "il presidente Xi Jinping e i leader cinesi hanno effettuato diverse visite in Asia, Africa, Europa e nelle Americhe e, nel giro di pochi mesi, la Cina ha ospitato i capi di governo di più di dieci paesi esteri; i leader cinesi hanno avuto quindi incontri faccia a faccia con più di cento esponenti politici stranieri". Grande attenzione è riservata ai rapporti con i mercati emergenti e in via di sviluppo, lo dimostra il fatto che Xi ha effettuato visita nel continente africano poco tempo dopo la sua nomina, per la prima volta nella storia. "Di pari passo la Cina appare sempre più attiva nelle istituzioni internazionali" ha sottolineato Yang. Una politica che punta a tre obiettivi fondamentali: "stabilire un nuovo partenariato tra la Cina e gli Stati Uniti come grandi attori nel mondo; trovare un rapporto equilibrato tra la giustizia generale e gli interessi particolari; e salvaguardare gli interessi nazionali fondamentali" (difficile non leggere in quest'ultimo punto un riferimento ai contenziosi territoriali nel Mar Cinese Meridionale e Orientale). Ma la Cina che la quinta generazione di leader ha ereditato è sopratutto un Paese affamato, affamato di grano, che le  limitate aree coltivabili del Paese non riescono a produrre a sufficienza, di alimenti non nocivi, e di risorse energetiche, dal petrolio al gas. Difficile, dunque, restare a guardare dentro i confini della Muraglia cinese.

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