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Intervista a Edward Luttwak

I CINESI DEVONO IMPARARE
L'ARTE DI RASSICURARE

I CINESI DEVONO IMPARARE <br />L ARTE DI RASSICURARE


di Eugenio Buzzetti

Twitter@Eastofnowest

ha contribuito Alessandra Spalletta


Pechino, 10 ott. - La settimana dei summit nel sud-est asiatico si è conclusa oggi, con le ultime foto di rito, le strette di mani e i dissapori scivolati tra gli interventi dei leader, ma con molto poco di sostanziale. Al termine del vertice di Bali dei Paesi Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) i leader presenti hanno espresso una volontà comune molto generica a "mettere in atto politiche per combattere il rallentamento dell'economia globale", ma hanno rimandato i buoni propositi a un futuro ancora da definire. Il vertice dei Paesi membri dell'East Asia Summit, invece, ha riproposto intatte le divisioni tra Cina e Paesi del sud-est asiatico che si contendono la sovranità su alcuni arcipelaghi del Mare Cinese Meridionale,  con in più la "rumorosa" assenza di Obama ("Alla Cina non dispiace che io non sia in Asia") rimasto a Washignton per la mancata approvazione della legge di bilancio.

Le posizioni, già note prima degli eventi di questi giorni non sono cambiate di una virgola: il primo ministro cinese Li Keqiang ha cercato di giocare la carta economica, ventilando la possibilità di scambi tra Cina e Paesi Asean -l'associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico- a mille miliardi di dollari entro il 2020, dai quattrocento miliardi attuali e rassicurando l'opinione pubblica internazionale sulla tenuta dell'economia interna, che per i primi nove mesi del 2013 dovrebbe segnare, stando a quanto dichiarato oggi da lui stesso, una crescita superiore al 7,5%, in linea quindi con le aspettative del governo di Pechino. Nessun passo indietro, invece, sulle questioni di sovranità territoriale sul Mare Cinese Meridionale: anche ieri Li Keqiang aveva ribadito che la Cina è "inamovibile" sulle sue rivendicazioni territoriali, mentre il segretario di Stato Usa John Kerry oggi ha implicitamente dato l'appoggio statunitense alle Filippine, che hanno fatto ricorso a un arbitrato internazionale sotto l'egida dell'ONU per risolvere il problema con Pechino.

A cosa sono serviti gli incontri multilaterali di questi giorni? L'assenza di Obama è stata fondamentale? E la Cina ne è uscita davvero vincitrice come alcuni avevano dichiarato nei giorni scorsi? AgiChina24 lo ha chiesto ad Edward Luttwak, storico, saggista, e autore de "Il risveglio del Drago - la minaccia di una Cina senza strategia" (ed. Rizzoli, euro 18) quale sarà il futuro della cooperazione o della rivalità tra le due sponde del Pacifico, tra una strategia, quella dell'US pivot che sembra appannarsi e la nuova "Via della Seta marittima" proposta da Xi Jinping a Jakarta nei giorni scorsi, ancora da riempire di contenuti.


Pensa che i summit dei giorni scorsi siano stati utili o inconcludenti?

Si tratta di un format cerimoniosi che per certi partecipanti hanno un certo valore di relazioni pubbliche, ma non ci si può aspettare da un gruppo così grande di Paesi altro che di farsi fotografare, e cose del genere. Non sono cose utili in sè. Sono cose divertenti e utili per i protagonisti, ma non sono sostanziali. Sarebbe difficile anche vendere un asino in un consesso di tre persone, tantomeno firmare accordi internazionali.

Gli Stati Uniti stanno perdendo la loro influenza sull'Asia orientale?

Non lo credo assolutamente. L'influenza americana in Asia orientale e meridionale dipende dal fatto che alcuni Stati si trovano sotto pressione dei cinesi, e lo sono con misure aggressive, rivendicazioni territoriali, o provocazioni, come la Cina che stampa passaporti con una carta geografica che include territori che appartengono a otto Stati diversi. Gli Stati Uniti sono gli unici che possono appoggiare questi paesi per esercitare una contropressione e questa è una situazione che si protrarrà nel tempo, nonostante ogni possibile progresso cinese, perché l'ultima cosa che uno Stato perde, indipendentemente dalla sua situazione economica, è la capacità di esprimere potenza. E' già successo in passato, per esempio, all'Inghilterra: quando c'è una crisi internazionale, se gli inglesi non partecipano, non succede nulla. Se fai accordi economici in cui la Cina diventa dominante è un conto, ma anche in quel caso gli attuali alleati vivranno sotto la superiorità americana, quindi non cambia nulla se Obama va a un incontro o non ci va.

In questi giorni si leggeva spesso che la Cina si sia avvantaggiata dell'assenza di Obama al vertice APEC e all'East Asia Summit. Lei non crede quindi che agli occhi dei cinesi e di altri Paesi asiatici il presidente degli Stati Uniti risulti indebolito dall'assenza di questi giorni?

Il presidente degli Stati uniti è indebolito dalla situazione politica relativa a casa sua, mentre Xi Jinping è il dittatore del sistema cinese. Quando si tratta degli altri paesi della regione, però, la mossa vincente dei cinesi sarebbe di bilanciare la loro dimensione economica con comportamenti molto umili: non è affatto utile per loro apparire grandi in virtù dell'assenza americana, perché è proprio il contrario: non hanno bisogno di mostrare alla gente che sono potenti. Devono rassicurare la gente che li vede come troppo potenti. Da un punto di vista strategico, una potenza per non essere bloccata dalla resistenza creata dalla propria potenza deve atteggiarsi agli altri con umiltà. Il gioco degli Stati Uniti nella NATO, nel 1948, era quello di ascoltare pazientemente anche il Lussemburgo. La leadership del potente richiede che gli altri lo seguano e questo non succede se il potente fa lo strafottente. Il potente è tale perché ha alleati, e li ha se è rassicurante, e i cinesi non riescono ad averne. Gli unici alleati che hanno sono il Pakistan e forse la Cambogia, ma a parte loro, i cinesi non hanno alleati. Questo non è sorprendente, visto che sono cresciuti in uno stato di isolamento culturale per duemila anni, ma dell'assenza di Obama, i cinesi avrebbero potuto vincere se fossero rimasti molto umili, e invece non lo hanno capito.

La Cina ha mandato un avviso chiaro agli Stati Uniti riguardo alla necessità di trovare un accordo per l'approvazione della legge di bilancio. Quanto sarebbe profonda la crisi per i Paesi dell'Asia orientale, l'area economicamente più dinamica del pianeta, per la mancata approvazione della legge di bilancio Usa?


Questa è una specie di mega-barzelletta. Il governo cinese è molto criticato perché, invece di investire il surplus che ha nello sviluppo della Cina e ridistribuirlo per permettere ai cinesi di comprarsi l'automobile o di farsi le vacanze, investe questi soldi in Buoni del Tesoro americani per la strategia di tenere alto il dollaro e deprimere lo yuan. L'export cinese è dovuto a molti fattori, ma uno di questi è la manipolazione della valuta: tu tieni la valuta artificialmente bassa per potere esportare. I cinesi lo hanno fatto comprando i Buoni del Tesoro americani e hanno trasferito un'enorme quantità di ricchezza , che è frutto del lavoro dei cinesi e dei loro sacrifici e risparmi, agli americani, a un tasso di interesse che è molto vicino a zero. La politica economica cinese, frutto del dirigismo, ha avuto l'effetto di prestare soldi agli americani gratis. Così, i cinesi non hanno le vacanze e l'automobile, mentre gli americani ce li hanno grazie al prestito cinese a tasso zero. E se gli americani non si mettono d'accordo tra di loro e il dollaro scende a un decimo del suo attuale valore, questo non avrà alcun effetto sullo standard di vita degli americani, ma avrà l'effetto di portare via enormi quantità di denaro cinese. Il governo cinese è interamente vulnerabile, sotto questo profilo, mentre il governo americano no: se ne frega. Gli unici che non se ne fregano in America, sono gli industriali che vorrebbero vedere il dollaro scendere sempre più in basso per permettere a loro di esportare. Questo è il paradosso della situazione. Il dirigismo economico cinese ha l'effetto di essere un sussidio per l'economia americana a spese dei contribuenti cinesi. In molti sono arrabbiati per questo e i leader cinesi sono molto nervosi, perché hanno fatto un errore. Il monito cinese fa solo ridere agli americani.

Pensa che gli Usa stiano abbandonando la pivot strategy in Asia e che John Kerry abbia a cuore più la risoluzione nei rapporti tra Israele e Palestina?

John Kerry è una figura marginale nella strategia americana. Sta facendo le solite cerimonie in Medio Oriente, i soliti tentativi di fare la pace. Il pivot è un massiccio trasferimento di forze militari e di enfasi governativa: costituisce l'abbandono di tutta la zona musulmana, dove c'è scelta solo tra dittatori e anarchia, in favore di un'altra zona. E' l'abbandono di una zona inutile per una zona utile. Il pivot è un grande cambiamento e il fatto che John Kerry faccia queste scelte diplomatiche è irrilevante. Quello che è strutturale è lo spostamento dell'interesse da una zona a un'altra, indipendentemente da quello che faccia John Kerry.

Da una parte abbiamo la pivot strategy statunitense, dall'altra la "via della seta marittima" di Xi Jinping, un concetto forse ancora da riempire di contenuti. E' su questi due pilastri che si giocherà la supremazia nel Pacifico e nei Mari Cinesi Meridionale e Orientale nei prossimi anni?

I cinesi dovrebbero avere influenza e importanza in base alla direzione della loro economia proprio in quelle aree dove non ce l'hanno. Se tu vuoi essere globale, non ti puoi inimicare i vicini. Se sei americano puoi fare la guerra in Afghanistan, ma non in Messico o in Canada. Ogni considerazione di potere militare sarebbe sbagliata. Il solo fatto che i cinesi litighino con i giapponesi, mostra che o non riescono a controllare le loro emozioni o non capiscono niente di strategia: vogliono fare la via della Seta, la via della Seta marittima, ma non possono litigare con i vicini. Chi litiga con i vicini non riesce ad alimentare neanche un potere regionale, diventa, invece, un antagonista regionale. Non è la stessa cosa. Quello che i cinesi dovrebbero fare per diventare la grande potenza asiatica è di smettere assolutamente di parlare di isolotti, rocce e atolli e dedicarsi alle cose importanti. Pensiamo alle isole Senkaku, per esempio, di cui si dice che abbiano attorno un immenso giacimento di petrolio e gas, che assolutamente non hanno: anche se lo avessero, questo non servirebbe a ripagarli degli investimenti perduti. Questo è dovuto al fatto che i cinesi non sono capaci di gestire le loro risorse di potenza. Sono bravi in economia, in questo sono imbattibili. Ma non sanno gestire la strategia. I loro comportamenti negli ultimi quindici anni mostrano questo. Invece di diventare potenti, diventano impotenti. La prima cosa che dovrebbero fare è quella di ristampare i passaporti, cambiare la mappa, dimenticare l'intera vicenda. Se vuoi diventare una grande potenza devi avere per prima cosa i tuoi vicini amici. I cinesi devono imparare l'arte di rassicurare, non di minacciare. Alla fine, hanno fatto il contrario di quello che sarebbe loro servito.

 

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