Focus

di Maurizio Scarpari*

E CONFUCIO TORNO' A SOGNARE
IL NUOVO RINASCIMENTO CINESE

E CONFUCIO TORNO  A SOGNARE <br />IL NUOVO RINASCIMENTO CINESE


di Maurizio Scarpari*

 

Venezia, 29 lug. - Negli ultimi decenni la Cina ha assunto un ruolo dominante nel panorama economico mondiale, trasformando gli assetti geopolitici non solo dell’area asiatica, ma dell’intero pianeta, e divenendo la seconda potenza, dopo gli Stati Uniti. I maggiori centri di ricerca prevedono che entro la fine del prossimo decennio avverrà il fatidico sorpasso che ne decreterà il primato. Quest’enorme successo è dovuto a cambiamenti politici e sociali radicali volti a favorire la crescita economica e la creazione di una ricchezza immensa che, pur non essendo ancora distribuita in modo equilibrato ed equo nel paese, ha ridotto significativamente la percentuale di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà.

 

Il supporto ideologico fornito dal Partito comunista, così essenziale nel primo periodo post-1949, è riuscito solo in parte a sostenere la "lunga marcia" verso il progresso e il benessere sociale, tant’è che da più parti si è avvertita l’esigenza, oggi ritenuta improcrastinabile, di correggere gli squilibri che ancora permangono, e che tuttora si vengono a creare, e di rimettere l’uomo, in quanto portatore di bisogni individuali, al centro del progetto, conditio sine qua non per la costruzione di una Cina moderna, forte e stabile. Dopo aver rifiutato modelli di governance importati dall’Occidente, perché considerati inapplicabili alla complessa realtà cinese, intellettuali e politici sono ora impegnati nella realizzazione di un sistema originale che tenga nel giusto conto la storia, la cultura, le convinzioni e i canoni estetici cinesi, in altre parole quei tratti peculiari dell’identità di un popolo che nel corso dei secoli hanno saputo dar vita a una civiltà grandiosa che nell’area dell’Asia orientale ha svolto un’influenza analoga a quella avuta dalla nostra civiltà in Occidente. È alla propria tradizione e a quei principî di buon governo che hanno mantenuto unito, pur tra alterne vicende, l’impero per oltre due millenni che guardano oggi con rinnovato interesse i leader cinesi.

 

Il fenomeno è di vasta portata: teorie e concezioni che sembravano ormai abbandonate sono oggi rivisitate e riformulate nella consapevolezza che l’inarrestabile sviluppo dell’economia non può procedere ulteriormente senza il sostegno di quei valori, di quegli ideali e di quelle credenze religiose che hanno tenuto insieme così a lungo etnie e culture diverse. Il dibattitto, inizialmente circoscritto all’interno di università, centri di ricerca e circoli di confronto indipendenti o filo-governativi, si è velocemente diffuso a tutti i livelli, all’interno così come all’esterno della Cina. È significativo che, oltre a dibattere tra loro, gli intellettuali cinesi si rivolgano sempre più spesso al largo pubblico, non solo cinese. Non si tratta semplicemente di promuovere un processo di "rinnovamento" o di "ringiovanimento" (fuxing) della società, ma di favorire un vero e proprio "rinascimento": il rifiorire di elementi essenziali della civiltà, della cultura, del sapere scientifico, delle concezioni filosofiche ed etiche che hanno impegnato gli intellettuali cinesi per secoli. "Realizzare il rinnovamento della nazione – ha dichiarato il neo-presidente della Repubblica Xi Jinping qualche mese fa – è il più grande sogno della Cina nei tempi moderni", un sogno (meng) non facile da realizzare e che è già al centro di un vivace dibattito che impegnerà la nuova dirigenza per i prossimi anni.

 

Stiamo assistendo a un processo di attualizzazione della cultura tradizionale o, per dirla con i cinesi, "nazionale" (guo). L’ideologia dominante all’interno del Partito comunista sembra rifarsi sempre più a dottrine e ideali propri di sistemi di pensiero – primo fra tutti il confucianesimo – fino a poco tempo fa messi al bando perché ritenuti pericolosi per lo sviluppo armonico di un paese socialista. Non si tratta unicamente di un’inversione di rotta rispetto al più recente passato, ma della volontà di riappropriarsi di un sistema etico, sviluppatosi nel corso dei secoli, ritenuto funzionale alla costruzione di una nuova "moralità di stampo socialista", che sappia parlare il linguaggio dell’uomo e non solo quello dell’economia, della solidarietà e della condivisione e non solo dell’individualismo, che contrapponga l’onestà alla corruzione e il merito personale all’appartenenza a caste o a gruppi privilegiati. Il fine dichiarato è riuscire a realizzare, entro il decennio in corso, una "società moderatamente prospera" (xiaokang shehui) nella quale la classe media dovrebbe raggiungere il 30% della popolazione, corrispondente a oltre 400 milioni di individui, come dire all’intera popolazione dell’Europa occidentale.

 

Parrebbe quasi riproporsi una contraddizione che ha segnato la storia cinese fin dalla nascita dell’impero: le dottrine confuciane, fortemente avversate dal Primo Imperatore dei Qin (r. 221-210 a.C.), in quanto ritenute conservatrici e ostili alle profonde riforme da lui introdotte, divennero ideologia di stato pochi decenni dopo la sua morte e condizionarono il pensiero, la vita e la società cinesi fino all’inizio del XX secolo. Ciò accadde nel momento in cui fu avvertita l’esigenza di consolidare l’imponente struttura burocratica che rendeva possibile il governo dell’impero e si comprese che ciò poteva avvenire solo ponendo l’uomo e il popolo al centro delle politiche di governo, passo giudicato essenziale per amministrare un territorio vastissimo che, nell’immaginario dell’epoca, corrispondeva all’intero mondo civilizzato, a "tutto ciò che è sotto il cielo" (tianxia). In Cina la rivalutazione del tradizionale sistema di valori si è riproposta ogni qual volta a un periodo di divisione è seguito un periodo di riunificazione e, avvenuta l’unificazione, si è dovuto poi provvedere al suo consolidamento.

 

Molti studiosi e opinionisti vanno sempre più spesso sostenendo che siamo di fronte al declino dell’Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, implicante un avvicendamento di leadership destinato a spostare il baricentro del mondo da Washington a Pechino; altri, invece, ritengono che si tratti solo di una fase di riassestamento degli equilibri mondiali che non muterà in modo radicale gli attuali assetti geopolitici. Sono temi che sollevano interrogativi ai quali i politici di tutto il mondo dovranno dare risposte adeguate, impostate su strategie lungimiranti, se non vogliono che i paesi da loro governati restino emarginati sullo scacchiere politico ed economico internazionale. Nell’ottica di un mondo sempre più globalizzato, diventa prioritario dotarsi di strumenti idonei a comprendere la realtà cinese, la cui storia e le cui tradizioni millenarie hanno un’influenza determinante sulle scelte che i dirigenti di quel paese si apprestano a compiere, una realtà che l’Occidente conosce per lo più in modo approssimativo e che tende a valutare con simpatia o sospetto su una base puramente soggettiva e ideologica, più raramente in termini pragmatici e fondandosi su una conoscenza approfondita delle sue caratteristiche.


*Maurizio Scarpari (Università Ca' Foscari Venezia)

 

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