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CINA: NO ALLEANZE INDIGESTE

CINA: NO ALLEANZE INDIGESTE


di Sonia Montrella
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Roma, 7 ott.- Giù le mani dai mari cinesi: è il monito lanciato lunedì da Pechino a Washington, Canberra e Tokyo che "tentano di usare la loro alleanza come pretesto per intervenire nelle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale e Orientale infiammando le tensioni nella regione". "Esortiamo le parti a rispettare i fatti, a distinguere tra giusto e sbagliato, essere cauti ed evitare parole o fatti che non aiutano la gestione delle controversie minacciando la stabilità della regione" ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying in risposta al comunicato congiunto rilasciato dalle tre potenze.


Dopo tre giorni di colloqui a margine del summit dell'Asia-Pacific Economic Co-operation (Apec) di Bali, il segretario di stato Usa, John Kerry; il ministro degli Esteri australiano, Julie Bishop; e quello giapponese, Fumio Kishida, hanno concordato "sull'opposizione a qualsiasi azione unilaterale coercitiva che possa cambiare lo status quo nel Mar Cinese orientale". Il comunicato sottolinea "la necessità di ridurre le tensioni in modo da evitare errori di calcolo e incidenti" nonché "l'importanza del mantenimento della stabilità nell'area e dell'adesione alle leggi internazionali".

Il riferimento a Pechino è chiaro sebbene la nota congiunta non la citi. "E' ovvio che l'obiettivo è la Cina, nonostante non sia mai stato accennato a essa o alle isole Diaoyu" sostiene Zhuang Jianzhong, vice direttore del Centro di Studi Strategici dell'Università Jiaotong di Shanghai. E non ha dubbi, Zhuang, che a muovere le fila ci sia il Giappone. Le tre nazioni rappresentano una sorta di alleanza militare volta a contenere la Cina, ha notato ancora il professore, che ha aggiunto come "nessuna delle nazioni dell'Asean (Association of Souteast Asian Nations) voglia offendere la Cina sposando la causa giapponese".

Probabile, ma allo stesso tempo nessuno dei 10 Paesi dell'Asean vuole restare a guardare l'ascesa del Drago. Lo ha assicurato il ministro degli Esteri indonesiano Marty Natalegawa al Sunday Morning Post: "La Cina deve capire che un'Asean  forte e unita è nel suo interesse". "La sicurezza – ha continuato – è un bene comune e tutti beneficeranno di un'area stabile e prospera". Le dichiarazioni arrivano qualche giorno dopo la visita del presidente Xi Jinping in Indonesia durante la quale sono stati firmati due accordi: uno da 28,2 miliardi di dollari per i settori minerario,energetico, manifatturiero e dei trasporti e l'altro di currency swap - un rinvigorimento di quello del 2009 - per il valore di 16,3 miliardi di dollari. Per Natalegawa l'approfondimento dei rapporti tra Pechino e Jakarta sono la prova del contributo positivo che la Cina sta apportando alla pace e alla stabilità nella regione. Tuttavia – ha aggiunto il Ministro – nessuno trarrà beneficio da un'Asean divisa. Allo stesso tempo – ha continuato-  i paesi membri apprezzano il maggior coinvolgimento dimostrato dal Giappone.
Da tempo le acque dei mari cinesi (Orientale e Meridionale) fanno da teatro a una partita di Risiko che vede la Cina battersi per la sovranità territoriale contro Vietnam, Filippine, Brunei, Taiwan, Malesia, Giappone, tutte impegnate a rivendicare ammassi di scogli disabitati ma di grande importanza strategica ed energetica. Di questi focolai il più 'rovente' è quello delle isole Diaoyu/Senkaku, nel Mar Cinese Orientale, che Pechino si contende con Tokyo; una controversia degenerata l'anno scorso quando Tokyo decise di acquistare (o nazionalizzare) alcune delle isole dell'arcipelago della discordia mandando il Drago su tutte le furie.

Nel quadro asiatico si inseriscono (o meglio, "si intromettono" secondo l'opinione del governo cinese) anche gli Stati Uniti, che nel Pacifico occidentale vantano cinque alleati militari: Corea del sud, Giappone, Thailandia, Filippine e Singapore. Nessuna questione territoriale né scogli a far gola a Washington: nella regione gli Usa hanno indirizzato la loro Pivot to Asia, politica che punta a ribilanciare la presenza e gli interessi degli Stati Uniti nell'Asia Pacifico. Fu un altro vertice Apec, nel 2011, a decretare il cambio di rotta della politica estera statunitense:  "per gli Usa il Ventunesimo Secolo sarà il secolo del Pacifico" disse l'ex segretario di stato Hillary Clinton in quell'occasione.

Sul tavolo, interessi commerciali – il Mar Cinese Meridionale e il Pacifico ospitano alcune delle rotte commerciali più lucrose del mondo – e geo-strategici (non dichiarati) secondo i quali l'America punta contenere l'ascesa dell'influenza cinese nella regione attraverso il rafforzamento della partnership con gli alleati statunitensi in Asia, i quali guardano con timore le mosse del Drago.

E per Washington l'arginamento viaggia su due binari, economico e militare. Sul piano commerciale il primo passo in questa direzione sembrerebbe già stato compiuto con la creazione della TPP (Trans Pacific Partnership), accordo stipulato proprio in occasione dell'Apec e che prevede l'abbassamento delle tariffe doganali e la costruzione di quella che - con quasi 800 milioni di consumatori e il 40% circa dell'economia globale - diventa la più grande zona di libero scambio del mondo.

Sul piano militare, invece, gli Usa hanno puntato a rafforzare le basi navali nell'area del Pacifico stipulando accordi con Camberra e Manila innanzi tutto.

Un progetto che negli ultimi giorni è stato colpito al cuore dallo shutdown (il blocco parziale dell'amministrazione federale Usa, dovuta al no della Camera alla legge di bilancio)  in cui è scivolata la prima economia al mondo per la prima volta dopo 17 anni  e che ha impedito al presidente Barack Obama di partire per il suo tour asiatico. 

 

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