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Federico Brusadelli

CINA-VATICANO, SEGNALI
DI UNA SVOLTA 'EPOCALE'

CINA-VATICANO, SEGNALI<br />DI UNA SVOLTA  EPOCALE


Di Federico Brusadelli

 

Roma, 03 feb. - Quella solitaria bandiera cinese che, inattesa, sventolava su Piazza San Pietro ormai due anni fa, nel giorno della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, potrebbe presto essere considerata la profezia di una svolta per la quale l’aggettivo ‘epocale’ non sarebbe una volta tanto sprecato. Il riavvicinamento tra Repubblica popolare cinese e Santa Sede dopo il congelamento subito negli anni Cinquanta, sembra ormai un dato di fatto. Con tempi lenti - che sono propri di entrambi i Palazzi, quello di Pechino e quelli vaticani - le distanze paiono colmarsi, come informava domenica Paolo Salom sul Corriere della Sera svelando l’intensificarsi dei contatti tra Vaticano e vertici comunisti per una normalizzazione dei rapporti. Già nel 2014 il presidente dell'Associazione della Chiesa Cattolica Patriottica spiegava come la Cina sperasse di “stabilire legami diplomatici con il Vaticano”, e di come “la maggiore parte delle persone in Vaticano condivide questa speranza”. E adesso, spiegava Paolo Salom, le buone intenzioni potrebbero concretizzarsi nella nomina, a lungo rimandata, di tre vescovi cinesi proclamati dal pontefice ma scelti da una rosa di nomi graditi alla Chiesa Patriottica.

 

In attesa dell’annuncio (che dovrebbe accompagnarsi alla chiusura dei rapporti diplomatici con il governo di Taiwan), di significativo, se non di ‘epocale’, c’è intanto l’intervista rilasciata dal pontefice al sinologo e giornalista Francesco Sisci (ricercatore presso la prestigiosa Università Renmin di Pechino) e apparsa sulla influente rivista Asia Times di Hong Kong. Parole rivolte al mondo, ma soprattutto, al gigante asiatico e ai suoi leader, con cui Bergoglio intende favorire l’ammorbidimento dei rapporti, di sicuro aiutato dalla presenza ai vertici della Segreteria di Stato di un uomo rispettato e conosciuto a Pechino come il cardinale Parolin. “Un grande Paese. Ma prima ancora che un grande Paese, una grande cultura, con una saggezza inesauribile”, dice Bergoglio della Cina. “Mi ha commosso volare su questa grande ricchezza della cultura e della saggezza”, spiega riferendosi al viaggio in aereo verso la Corea del Sud, che gli ha permesso di sorvolare il territorio della Repubblica popolare. E a proposito: non va sottovalutato, in questo quadro, il ruolo di ponte che potrebbe essere giocato non tanto in senso politico quanto di immagine dalla Corea del Sud, paese che vanta ormai forti legami economici e culturali con la Cina, e in cui il boom del cattolicesimo ha assunto un carattere ‘trendy’ e ‘pop’ che lo rende la versione riflessa del buddhismo in Europa.

 

Ma tornando all’intervista del papa, Bergoglio prosegue: “Da ragazzo, ogni cosa che leggevo sulla Cina aveva la capacità di suscitare la mia ammirazione. Ho una profonda ammirazione per la Cina”. Sono affermazioni che non mancheranno di suscitare l’apprezzamento di Xi Jinping, egli stesso in prima linea nella valorizzazione di quella “grande cultura” millenaria sacrificata dagli ardori rivoluzionari in età maoista - e oggi strumentale al progetto di ‘rinascita nazionale’ (o meglio ‘nazionalista’) con la quale la leadership cinese tenta di costruirsi una nuova legittimazione interna, esaurito l’utopismo comunista. Insomma, ora che il comunismo non è più un ostacolo e Confucio è tornato a vegliare sulla identità cinese, ora che lo stesso Xi - come già sottolineato negli scorsi mesi - non esita a definire la sfera religiosa come uno degli elementi fondamentali di una società ‘stabile’ e ‘armoniosa’, parte degli ostacoli che si frapponevano alla normalizzazione dei rapporti tra le due istituzioni può considerarsi rimosso.

 

Da risolvere restano i nodi politici. Ovvero, quelli che da sempre costituiscono il vero cuore della questione. Non era il professato ateismo di Stato a impedire il radicamento della Chiesa Cattolica in Cina, ma il fatto che essa fosse una realtà subordinata a un centro di potere esterno: aspetto inaccettabile agli occhi della leadership cinese, ben consapevole di cosa abbia significato lo sfaldamento del ‘centro’ a beneficio di poteri ‘esterni’ nel collasso dell’Impero nel diciannovesimo secolo e nelle tragiche vicende della prima Repubblica cinese. In questo senso, il Papa e il Dalai Lama, i cattolici e i buddhisti, rappresentano la stessa minaccia; una sfida non ‘metafisica’ né valoriale, ma essenzialmente politica e strategica: la questione religiosa nella Cina moderna (per riprendere il titolo di un interessante volume a cura degli storici Vincent Goossaert e David Palmer, The Religious Question in Modern China) è fin dai tempi dell’impatto traumatico con l’espansionismo Occidente ottocentesco intrecciata a problemi politici di sovranità, legittimità e costruzione dello Stato. Le parole di Bergoglio sul “mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina” che “hanno tutta la capacità di conservare la bilancia della pace” servono come segnale distensivo anche in questo senso: il Vaticano non rappresenta una minaccia, un potere che minaccia la sovranità cinese o che intende delegittimare il Partito comunista né ingerirsi in questioni interne, bensì un alleato nella ridefinizione di un nuovo ordine mondiale ‘multipolare’ (parola molto cara, questa, alla retorica della leadership cinese). Questo il papa sembra voler suggerire e questo non mancherà di rassicurare quanti, dietro gli impenetrabili paraventi del potere cinese, frenano il disgelo. 

 

In attesa dunque che la spinosa questione della nomina dei vescovi sia sciolta dalle diplomazie, i messaggi e le mani tese si moltiplicano. La svolta, che fino a qualche tempo fa appariva più come un’illusione ottica che come una prospettiva reale, lentamente si avvicina, al punto da sembrare ormai solo questione di tempo. Per ora il pontefice parla alla Cina dalle colonne di un giornale, forse un giorno - magari prima del previsto, come suggerisce il Corriere della Sera - lo farà di fronte alla Piazza della Pace Celeste.

03 FEBBRAIO 2016

 

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