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RITAGLI di Emma Lupano

TEATRO

“CESSI PUBBLICI”
Intervista a Guo Shixing

“CESSI PUBBLICI”<br />Intervista a Guo Shixing


Di Emma Lupano

 

Milano, 17 feb. - Un drammaturgo cinese dal tratto graffiante, un regista sinologo innamorato dei suoi testi, un'opera dal titolo provocatorio come "Cesuo" (Bagni pubblici) e la voglia di renderla universale, smarcandola dai suoi elementi più tipicamente cinesi. Sono gli ingredienti che hanno portato alla messa in scena di "Cessi pubblici", opera scritta dal celebre drammaturgo cinese Guo Shixing, tradotta e adattata in italiano, oltre che diretta, dal regista Sergio Basso, in programma in prima europea al Teatro dei Filodrammatici di Milano dal 21 al 26 febbraio e poi in altre città.
Accompagnato da Basso (che è regista teatrale e cinematografico, sinologo, autore tra gli altri del documentario Giallo a Milano e di documentari trasmessi dalla tv cinese di Stato), Guo ha dialogato per la prima volta con il pubblico italiano giovedì, all'Università degli studi di Milano, nell'incontro organizzato dal CARC (Contemporary Asia Research Centre) dell'Università degli Studi di Milano e dalla Compagnia teatrale Teatraz, in collaborazione con l'Istituto Confucio dell'Università degli Studi di Milano.

 

Figlio di un impiegato di banca, formatosi negli anni della Rivoluzione culturale, Guo Shixing, che oggi ha 65 anni, prima di scoprire il talento per la scrittura teatrale è stato un giornalista di professione, responsabile delle pagine di critica teatrale del quotidiano Beijing Wanbao (Beijing Evening News). Dal 1989 è passato dalle recensioni all'azione, cominciando a scrivere testi per il palcoscenico (rappresentati in Cina solo a partire dal 1993), affermandosi come uno dei più grandi drammaturghi cinesi.

 

"Cessi pubblici" è una delle sue ultime creazioni, rappresentata la prima volta al Capital Theatre di Pechino nel 2004. In Europa sarà messa in scena da attori italiani, con una regia che punta a trasmettere il messaggio universale contenuto nel testo, più che a soffermarsi sugli aspetti esotizzanti e strettamente cinesi dell'opera, presentando al pubblico l'immane metafora della crisi economica e sociale contemporanea e del bivio tra collettività e individualismo contenuta nel testo di Guo Shixing.

 

"Cessi pubblici", insomma, racconta ben più che di bagni.

 

È un'opera legata ai problemi sociali dovuti alla crescita economica e al disagio psicologico derivante dalla velocità dello sviluppo economico conosciuto dalla Cina. In questa corsa al benessere materiale, non ci si è preoccupati delle necessità spirituali delle persone e dell'essere umano. "Cesuo", che è parte di una trilogia, descrive la società cinese negli anni 70, 80 e 90, mostrando i cambiamenti della società attraverso i cambiamenti vissuti dai bagni pubblici di Pechino.

 

Come è nata questa idea?

 

Da una mostra allestita a Pechino, che percorreva la storia dei bagni dall'antica Roma e prima, fino ai modelli tedeschi più all'avanguardia di oggi. Un amico mi invitò ad andare a vederla e furono alcune parole della guida a farmi riflettere sull'importanza dei bagni pubblici nell'evoluzione della società. Così pensai di scrivere un'opera che raccontasse i cambiamenti dei bagni in Cina, nell'arco di trent'anni, passando dai bagni condivisi da tutti a quelli individuali di lusso.

 

Ci racconti, allora: come erano i bagni pubblici a Pechino negli anni Settanta?

 

Negli anni Settanta le case non avevano un bagno al proprio interno. Bisognava andare in quelli pubblici nelle strade, c'erano intere strade che avevano a disposizione un solo bagno pubblico. Se nel cuore della notte ne avevi bisogno, era un problema: chi aveva la casa vicina al bagno poteva cavarsela, altrimenti si ricorreva al vaso da notte. E la mattina c'erano processioni di persone che andavano a svuotare il proprio vaso nel bagno pubblico. Inoltre gli spazi erano limitati, era una questione delicata. A mio zio sono venuti i calcoli al colon per colpa mia, forse. A 18 anni in casa non potevo fumare, per cui lo facevo nel bagno pubblico, un giorno venne al bagno pubblico e mi sorprese a fumare, io non gli cedetti il posto, e lui dovette andare fino alla fabbrica dove lavorava per potersi svuotare le viscere. Negli anni Settanta, inoltre, non c'erano scompartimenti chiusi, né nello spazio per le donne, né in quello degli uomini. Tutti vedevano quello che facevano i loro vicini di latrina.

 

Negli anni Ottanta la situazione era già fortemente cambiata.

 

La gestione dei bagni pubblici era a quel punto diventata un lavoro. In ognuno c'era una donna o un uomo che, all'interno di un gabbiotto appositamente ricavato, vendeva i biglietti a chi doveva utilizzare il bagno. Lì dentro questa persona ci viveva: beveva il tè, metteva i figli a fare i compiti, ci faceva perfino da mangiare, mescolando il profumo del cibo all'olezzo dei bagni. Ma almeno adesso i bagni avevano una porta, c'era l'acqua corrente, quindi la situazione era già molto migliorata. Solo, non ho mai capito come si potesse cucinare in un bagno, e non solo per l'odore o per i microbi, ma perché secondo me ogni posto deve avere il suo odore, non si possono mescolare in questo modo.

 

E negli anni Novanta?

 

C'è stata una vera rivoluzione, dagli anni Novanta i bagni sono diventati come negli alberghi, ognuno ha il suo scompartimento privato e così via. Certo, non tutti i bagni pubblici sono diventati così, quelli delle zone più popolari sono ancora un passo indietro, perciò capita che qualcuno che non è abituato allo sciacquone automatico si spaventi quando l'acqua parte da sola. Spesso lo sciacquone parte prima ancora che tu abbia finito, si rimane un po' spiazzati. I bagni pubblici sono sempre più lussuosi, ma le persone sono sempre più confuse. Parlo dei bagni pubblici per chiederci se la civiltà moderna ci renda davvero felici.

 

Le sue opere raccontano delle cose e delle persone più comuni. Perché questa scelta?

 

Tra il 1980 e il 1993 sono stato giornalista, scrivevo recensioni sul teatro. Andavo a ogni tipo di opera, fu un periodo molto intenso, perché dovevo vedere spettacoli in continuazione e scrivere articoli in continuazione. Nel 1985 a Pechino si tenne un festival di teatro dedicato a Shakespeare e vennero rappresentate moltissime opere. Ogni giorno ne vedevo diverse e la sera ne scrivevo per il giorno dopo, e quando il festival finì mi ero innamorato della commedia. Fu allora che cominciai a pensare che anche io avrei potuto mettere in scena un'opera. Così chiesi consiglio a quello che allora era il regista teatrale più famoso, Lin Zhaohua. Io volevo consigli pratici, ma lui non volle darmi regole, mi disse solo di scrivere liberamente. È così che mi supportò, non dandomi limiti. Il problema era che non avevo una storia da raccontare. Senza materiale su cui lavorare, come potevo scrivere? Gli dissi che pensavo di non avere abbastanza esperienza di vita, lui mi rispose che tutti ne hanno e che perciò anche io dovevo averne. Quello che intendevo era che la mia esperienza non era importante come quella degli eroi teatrali. Fu quando capii che non dovevo cercare eroi, ma che potevo trovare storie tra la gente intorno a me, che cominciai a scrivere. Per avere successo, però, bisogna scrivere in un modo in cui gli altri non sanno scrivere. Io trovai una soluzione nella tragicommedia. Questo fu il mio modo di rendere le mie opere originali, pur parlando di persone comuni. 

 

È così che nacque la sua prima trilogia, composta da Yu ren, Niao ren e Qi ren (Uomini-pesce, Uomini-uccello e Uomini-scacco).

 

A quel tempo mi piaceva pescare e mi ero accorto, pescando, di alcune cose interessanti. Il modo in cui pescano i cinesi è diverso dal modo in cui pescano gli occidentali: i pescatori cinesi aspettano che arrivi il pesce, gli occidentali lo rincorrono. Nel processo di attesa del pesce, ci sono molti argomenti interessanti per scrivere un'opera teatrale. Quando finii questa opera, Yu ren (Uomini-pesce), la proposi per la messa in scena al Teatro dell'arte del popolo, ma il comitato artistico che doveva decidere la respinse. Fu uno smacco, perché io nel frattempo avevo passato un anno a lavorare a quella pièce e avevo pensato di lasciare il mio lavoro da giornalista, visto che non volevo più farlo. Passai due anni difficili e cupi, ero un po' depresso. Solo nel 1992 riuscii a metterlo in scena. A quel punto andò a ruba, i biglietti erano introvabili, piacque molto.

 

Perché voleva smettere di fare il giornalista?

 

Come critico teatrale non mi sentivo molto libero. La più grande differenza tra i critici teatrali occidentali e quelli cinesi è che quelli cinesi non possono dire quello che davvero vogliono dire. Perciò mi sentivo poco libero, e perciò volli diventare un autore di teatro.

 

Qi ren, (Uomini-scacco) nasce dalla sua esperienza di scacchista, cresciuto in una famiglia di scacchisti. E Niao ren (Uomini-uccello), invece?

 

Nei parchi si vedeva sempre molta gente che allevava uccelli, i cinesi allevano quelli selvatici per addestrarli, e gli allevatori si riunivano molto presto la mattina in un parco che frequentavo. Al mercato degli uccelli c'erano persone che vendevano erbe medicinali per calmare gli uccelli e tutto questo mi incuriosì, volevo capirne di più, così mi misi anche io ad allevare uccelli. Mi accorsi facendolo che anche questo poteva essere un tema interessante per un'opera. Questa trilogia parla di persone comuni che però dedicano gran parte del proprio tempo a delle passioni che li assorbono completamente. Che si parli di pescatori, allevatori di uccelli o giocatori di scacchi, l'elemento comune è che tutti si dedicano maniacalmente a un passatempo al punto da diventarne ossessionati.

 

17 FEBBRAIO 2017

 

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