LA PAROLA ALL'ESPERTO

Di Adolfo Tamburello

IL REGNO DI DAOGUANG
E IL PRECEDENTE DI KOKHAND

IL REGNO DI DAOGUANG <br />E IL PRECEDENTE DI KOKHAND



Di Adolfo Tamburello

 

Napoli, 06 nov. - Succeduto a Jiaqin, di cui era il secondogenito di madre mancese, Daoguang (r. 1820-1850) nacque nel 1782 e fu uno dei nipoti prediletti di Qianlong che gli trasmetteva viva passione per la caccia. Fornito in infanzia e adolescenza dell'abituale severa formazione bilingue cinese e mancese, la seconda etnicità in lui prevalente gli fu glorificata a vita per avere affrontato nel 1813 ancora da principe un assalto di ribelli portato fin nel Palazzo imperiale.

 

Nella biografia di Daoguang, pubblicata a Londra nel 1852 a soli due anni dalla sua morte, Charles Gutzlaff  così descriveva il sovrano: "Di bassa statura, dall'aspetto macilento, con una faccia smunta, un'aria timida e un atteggiamento dimesso: un individuo sempre taciturno, noto soprattutto per il suo sforzo di garantire, con la parsimonia, la solvibilità dell'impero".  Riprendo la descrizione da John King Fairbank (Storia della Cina contemporanea 1800-1985, Rizzoli 1988), che metteva a fuoco la figura di Daoguang al di là della sola parsimonia, quando non manifesta avarizia, attribuitagli dagli storici. L'episodio di coraggio e valore del 1813 era così descritto da Fairbank: "Il giovane principe Manciù Mien-ning, distolto dai suoi studi, chiese di poter partecipare alla caccia e catturò due ribelli. Le forze governative soffocarono rapidamente la patetica rivolta, che si era estesa anche ai villaggi della Cina del Nord e a un capoluogo di distretto. In tre mesi le forze dell'ordine uccisero 'settantamila persone' (cioè una gran quantità di gente), in molti casi facendole a pezzi: un sistema che veniva ostentatamente usato per scoraggiare i traditori. Ma il principe Mien-ning, che diventò poi l'imperatore Tao-kuang, conservò anche in seguito una grande paura delle masse cinesi". Masse cinesi, molte delle quali ridotte alla fame e in tumulto negli anni del suo regno e che salivano, secondo alcuni censimenti demografici, dai 401 milioni del 1834 ai 421.340.000 del 1846.

 

A giudizio più o meno generale della storiografia, Daoguang fu lo sfortunato regnante, pure "intelligente" e "capace" come il padre Jiaqing (Herbet Franke-Rolf Trauzettel, L'impero cinese, Feltrinelli 1969), col quale però vennero al pettine i nodi accumulati dall'impero Qing finché sotto di lui iniziò la "fine della vecchia Cina" e con essa le prime gravi lesioni alla sovranità dell'impero. Abbastanza unanime rimane anche il suo  esonero da colpe o addebiti personali vedendolo piuttosto nelle vesti di colui che paga "per le omissioni ed i peccati dei suoi avi" (Luciano Petech in Civiltà dell'Oriente).

 

Le letture in generale sul suo regno galvanizzano l'attenzione sulla strenua lotta portata al contrabbando e al consumo dell'oppio: dal 1821 con l'ordine emanato alle navi-deposito inglesi di lasciare il delta di Canton al veto emesso nell'anno successivo di detenzione dell'oppio, all'inasprimento delle pene nel 1831 (comminabili anche a stranieri) per detenzione, consumo, traffico della droga e ordine di distruzione delle piantagioni di papavero dello Yunnan.

 

Fairbank spiegava bene nel libro citato perché il consumo dell'oppio da relativamente poco preoccupante per la salute pubblica ( pur tempestivamente proibito dai sovrani che l'avevano preceduto) passava sotto il regno di Daoguang  a essere considerato allarmante. Inizialmente: "Il fumo conteneva una percentuale molto tenue di morfina (lo 0,2 per cento). Ma, verso la fine del Settecento, i fumatori cominciarono a collocare sopra una fiamma una pipa in cui era racchiuso un globulo di estratto di oppio puro e ad aspirare il vapore riscaldato di acqua e oppio, che conteneva una percentuale di morfina del 9-10 per cento e costituiva un potente narcotico. Le importazioni di oppio, che veniva prodotto essenzialmente dal governo anglo-indiano, aumentarono rapidamente dopo il 1820". Infine negli anni Trenta fu scoperto "che il vizio dell'oppio aveva contagiato i pubblici funzionari, gli eunuchi di Palazzo a Pechino e i militari, alcuni dei quali risultarono non più idonei a svolgere i loro compiti. Nel 1836 si constatò anche che le importazioni di oppio prosciugavano le riserve cinesi di argento a beneficio dei paesi stranieri e determinavano una crisi fiscale dello stato…".

 

Solo allora parve che Daoguang tornasse a concentrarsi su Canton e sui "barbari" europei che vi erano di stanza;  gli anni precedenti altri "barbari" avevano meritato le sue attenzioni, con Jahangir Khoja (1788-1828) che aveva indetto una "guerra santa" e compiuto nel 1826 un'invasione del Turkestan, definita da Fairbak  "devastante" e  scatenata "da una dinamica combinazione di fede religiosa e di problemi commerciali". A seguito di essa: "una spedizione di soccorso di ventiduemila uomini, inviata dai Ch'ing, percorse le aride piste della regione, passando da un'oasi all'altra, e riconquistò Kashgar nel 1727". Uno dei comandanti era Yang Fang (1770-1846) che catturò Jahangir e lo inviò nel 1828 a Pechino "dove l'imperatore Tao-kuang  lo presentò ritualmente al tempio degli antenati e lo fece poi squartare come pena adeguata per il suo tradimento". La cosa non finì lì, perché nel 1830 fu Kokhand a invadere il Turkestan , e allora: "la potenza commerciale e la pericolosità militare di Kokand erano ormai troppo evidenti, e ciò indusse i diplomatici di Pechino a cercare piano piano un accomodamento con quella città". L'accordo con Kokhand stipulato nel 1835 fu oneroso per i Qing, i quali dovettero accettare un suo rappresentante politico residente a Kashgar, con agenti in cinque città e la cessione loro di poteri consolari, giudiziari, di polizia sugli "stranieri" e di imponibilità di dazi sui loro beni; infine, un indennizzo per gli espropri compiuti ai danni dei suoi mercanti.

 

Fairbank vedeva un po' quel trattato come un  precedente di quello di Nanchino del 1842. Leggiamo ancora da lui: "Tao-kuang affrontò il problema dei suoi rapporti con gli inglesi sulla base dell'esperienza che aveva fatto con i guerrieri e i mercanti islamici di frontiera nel Turkestan cinese. Quando nel 1839 scoppiò la Guerra dell'oppio, i Manciù […] cercarono di ripetere l'impresa nel nuovo conflitto. Tao-kuang mandò il generale Yang Fang, ormai settantenne e completamente sordo, a difendere Canton, ma Yang non riuscì in alcun modo a battere le cannoniere inglesi. Sulla costa cinese del Pacifico  venivano studiati i libri che spiegavano come Pi-ch'ang, il difensore mongolo di Yarkand nel 1830, avesse condotto le sue operazioni di confine, e nel 1843 lo stesso Pi-ch'ang ebbe l'incarico di governatore generale a Nanchino, con il compito di aprire Shanghai al commercio internazionale. […] Per Tao-kuang e la sua corte, l'accordo del 1835 con Kokand sulla questione del Turkestan era stato un buon esempio di come si potessero ammansire i barbari, assicurandosi una stabile linea di confine per mezzo di concessioni commerciali locali. L'accordo raggiunto con l'Inghilterra nel 1842-43, che pose fine alla Guerra dell'oppio, risultò molto simile  […]. Questo modo di considerare l'"apertura della Cina" all'Occidente è una sfida ai luoghi comuni sia del liberalismo occidentale sia del marxismo rivoluzionario maoista. Entrambi ritengono, infatti, che la Guerra dell'oppio sia stata un tipico prodotto dell'espansionismo industriale inglese …".       

 

Fairbank pubblicava il libro citato a New York nel 1986. Gli oltre trent'anni che ci separano da allora hanno mantenuto vivo il dibattito sulla Guerra dell'oppio, e ne dava una succinta lettura in italiano la Storia della Cina di J.A.G. Roberts della Newton Compton (Roma 2006).

 

La preoccupazione per l'argento che usciva dalla Cina è pure in discussione che fosse reale. Le importazioni erano certo gravose, ma i grossi quantitativi di oppio (che negli anni Trenta salivano a oltre 40 mila "casse" l'anno) erano forniti dai trafficanti stranieri (per lo più inglesi e americani, ma anche portoghesi di Macao) a prezzi, diciamo modesti se non irrisori, rispetto a quelli che raggiungevano nella distribuzione al minuto. Le commissioni sul grande mercato facevano capo alle società "segrete" che gestivano la rete degli spacciatori, le fumerie  e il connesso démi-monde . Gli utili venivano preparando le rivolte, equipaggiando di armi le truppe che reclutavano.

 

È da queste ricerche che si confida emergano aspetti ancora inediti della "Guerra dell'oppio".  La crisi dell'argento, come cercheremo di vedere, aveva anche altre cause.

 

 


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