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LA PAROLA ALL'ESPERTO

Di Adolfo Tamburello

IL MESSAGGIO DI QIANLONG A GIORGIO III

IL MESSAGGIO DI QIANLONG A GIORGIO III


Di Adolfo Tamburello


Napoli, 25 lug. - Ben nota a un vasto pubblico è la lettera di Qianlong che Macartney recapitò a Giorgio III in risposta a quella di lui al sovrano Qing e all'avvenuto ricevimento e congedo dell'ambasceria britannica del 1792-93. Ricevuto il dispendioso "tributo", come Qianlong lo chiamava, il sovrano si era intimamente compiaciuto e rallegrato confidandosi con pochi; ufficialmente si asteneva dal ringraziare per l'entità e il valore dei doni e dare atto delle nuove conoscenze sulla Gran Bretagna e le sue industrie che una parte di essi gli aveva fornito o gli dava il destro di avere.

 

Scriveva pertanto al re Giorgio III (ne estrapoliamo alcuni passi dalla traduzione di Giuliano Bertuccioli nella sua Letteratura cinese) : " … per mostrare la tua devozione hai mandato, come offerte, alcuni prodotti del tuo paese. […] La nostra dinastia, che estende  i suoi domini in ogni parte del mondo, si preoccupa soltanto di amministrare correttamente gli affari dello stato e non si interessa ad oggetti rari e preziosi. Tu, o Re, hai offerto numerosi doni al trono e noi abbiamo dato ordine all'ufficio competente di accettarli in considerazione della tua buona intenzione di mandare tributi da tanto lontano. In verità, la potenza della nostra dinastia è nota dovunque. Re di tutte le nazioni sono venuti a prestarci omaggio, oggetti preziosi di ogni tipo sono stati qui raccolti, come il tuo ambasciatore e il suo seguito hanno potuto osservare. Tuttavia noi non abbiamo mai apprezzato oggetti strani e curiosi e non abbiamo alcun bisogno dei prodotti del tuo paese".

 

Falsità unita a sgarbatezza. A parte che era divenuta norma di tutti gli imperi in Cina sia cinesi sia non cinesi di continuare a travestire il commercio più o meno di Stato sotto il protocollo del tributo (peraltro lautamente ricambiato), Qianlong lo pretendeva anche solo nelle vesti del grande  collezionista che sentiva di essere e per gloriarsene al punto che se non lo riceveva da Stati (come  il Giappone che ufficialmente lo ignorava e per i traffici con la Cina (e con lui) lo shogun si serviva dei "tributi" che gli inviava per il tramite delle Ryukyu), arrivava a commissionare le liste dei "doni" ambiti a fiduciari privati. Non sarebbe stato proprio il caso di scrivere così e col tono usato quando poi Macartney e altri del suo seguito erano stati testimoni oculari dell'apprezzamento e dell'interesse malcelati da Qianlong in persona alla vista di molti di quei doni comprese alcune nuove armi da fuoco. Oggi le ricerche si orientano verso un minuzioso riscontro dei doni inviati, e appare innegabile  che alcuni fossero da evitare, come era il caso delle porcellane inglesi che se erano un orgoglio del recente manifatturiero britannico non certo potevano brillare a occhi cinesi (o mancesi) per quella che era l'entità dell'incipiente "rivoluzione industriale" europea presentando oggetti che proprio in Inghilterra prendevano il nome di "China" …  

 

Molti doni non erano solo di Giorgio III o della sua corte, ma della Compagnia inglese delle Indie e di Macartney in persona. Nessuna parola di ringraziamento era espressa  indirettamente a costoro, solo che, teneva a rassicurare: "abbiamo trattato con particolare favore e benevolenza l'ambasciatore e il suo seguito in considerazione del lungo viaggio per mare da essi effettuato per portarci il messaggio e il tributo, e abbiamo dato ordine affinché essi fossero introdotti alla nostra presenza"; d'altra parte, non si asteneva dal rilevare la generosità avuta nei riguardi dell'ambasceria (di cui non mancava pure di sottolineare il numero pletorico dei componenti): "abbiamo offerto loro un banchetto ed elargito molti doni; inoltre abbiamo dato disposizione perché fossero presentati dei doni anche agli ufficiali, ai domestici e all'equipaggio delle navi, complessivamente più di seicento uomini…".

 

Nella lettera Qianlong faceva atto addirittura di ignorare la Compagnia inglese che, con le altre europee, trafficava da tempo a Canton e lui lo sapeva; faceva solo un accenno ai "sudditi" inglesi che commerciavano, e menzionava  la sola Macao come base dei loro commerci: "Se tu, o Re, ti proponi di incrementare i rapporti commerciali, ti ricordiamo che i tuoi sudditi esercitano da tempo il commercio a Macao e sono stati sempre trattati in maniera favorevole. In passato il Portogallo, l'Italia e altri stati hanno inviato più volte ambascerie nell'Impero Celeste per trattare questioni relative al commercio e, in considerazione della loro lealtà, abbiamo accolto con benevolenza i loro messi".

 

Suona apparentemente a sproposito nella lettera questo accenno alla vecchia Macao e all'Italia papale di tanti decenni prima, una volta che Qianlong era bene al corrente che i traffici delle Compagnie si svolgevano regolarmente a Canton e lungo il Fiume delle Perle dove erano sistemate le loro sedi e i loro depositi (nel solo 1792 vi approdavano ben 72 navi europee),  e certamente i "sudditi" britannici non avevano niente a che vedere con la Macao portoghese.

 

Ci chiediamo: Qianlong intendeva forse fare apparire Canton come un prolungamento di Macao e cioè entrambe le portualità facenti parte dell'unico "comodato" che manteneva in concessione agli europei e magari sotto un'adombrata giurisdizione della Macao portoghese?

 

Si sa bene che il 'clou' della lettera di Qianlong era nel suo reciso rifiuto sia ad aprire a Pechino una sede diplomatica britannica sia a concedere altre portualità cinesi che erano le richieste degli inglesi  (ed  entrambe costituivano gli  scopi precipui dell'ambasceria Macartney); la seconda richiesta Qanglong la ignorava del tutto, in quanto alla prima la risposta era:  "…  la tua richiesta, o Re, di essere autorizzato a far risiedere nel Celeste Impero uno dei tuoi sudditi per sopraintendere al commercio del tuo paese è contraria a tutte le usanze dell'Impero e non può essere accolta"; fra l'altro: "… la distanza tra Macao, località dove vengono effettuati gli scambi commerciali, e Pechino è di circa 10.000 miglia, cosicché se quell'inviato rimanesse nella capitale non potrebbe sopraintendere al commercio".

 

L'unico accenno nella lettera a Canton è il seguente: "Quando il mercante di Canton Wu Zhaoping [Wayqua] doveva pagare del denaro ad alcuni mercanti stranieri, noi ordinammo al governatore generale di quella città di anticipare la somma necessaria a saldare il debito, traendola dalle casse dello stato. Probabilmente è giunta anche al tuo paese la notizia della severa punizione inflitta al mercante insolvente. Perché dunque i paesi stranieri dovrebbero sentire la necessità di inviare qualcuno nella capitale per risiedervi stabilmente?".

 

Ci domandiamo: aveva in mente Qianlong di promuovere la Macao portoghese a qualcosa come una sede "consolare" delle  Compagnie di Canton e si muoveva eventualmente in concerto con qualche ambizione del Portogallo (o di qualche portoghese in Cina o a corte) a eleggere Macao a sede giuridica del "regine commerciale" di Canton?  

 

La cosa non era del tutto improbabile visto come stava evolvendo la situazione internazionale. La futura permanenza del Portogallo a Macao si prospettava in pericolo con l'avvicinamento inglese in atto. Dopo le guerre anglo-olandesi del 1780-83 nel 1784 il Trattato di Parigi aveva  infranto definitivamente il monopolio commerciale olandese in India con l'Inghilterra che si era fatta riconoscere il diritto di navigazione su tutti i mari assicurandosi la libertà di commercio nell'Oceano Indiano. Oltre a consolidarsi in India, la Compagnia inglese (e ormai il governo britannico) avevano  acquisito nel 1786 dal sultano di Kedah l'isola di Penang sulle coste centro-occidentali della penisola di Malacca, costituendo una prima base strategica sulla rotta per la Cina. L'impero britannico avrebbe tollerato la presenza di una Macao portoghese prossima a Canton? E comunque i portoghesi di Macao non temevano che persino il missionariato anglicano si sarebbe mosso contro il padroado cattolico detenuto dal Portogallo in Cina e già indebolito dalla soppressione della Compagnia di Gesù fin dal 1774?

 

La lettera non conteneva poi alcun cenno di rammarico o riprovazione del traffico dell'oppio che Qianlong continuava a proibire coi suoi decreti (il successivo sarebbe seguito nel 1796). Non è che  era stato eventualmente ventilato a lui o a qualche suo referente che le cose sarebbero cambiate con una soprintendenza portoghese a Macao ai traffici di Canton dopo che lui  avesse dato incarico al Portogallo di farsene parte diligente?

 

Forse potrebbe condursi una ricerca in tal senso.
Il  dubbio che ci viene è poi che se la lettera era sicuramente del pennello di Qianlong, l'aveva concepita e compilata lui oppure scritta sotto dettatura o copiata dal testo di altri? La vocazione alla copiatura era viva in Qianlong, e sappiamo anche che da quasi vent'anni il sovrano era venuto crescendosi al fianco quasi un diarca nel famigerato Heshen (1750-1799), e questi intrecciava i più svariati intrighi politici con confidenti che raramente erano scelti fra l'entourage fedele a Qianlong ma assai meno ascoltato.  

 

Usciva la lettera dalle macchinazioni di Heshen, il quale, questo si sa, si dimostrava ben avverso all'ambasceria Macartney?  

 

25 LUGLIO 2017

 



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