LA PAROLA ALL'ESPERTO

Di Adolfo Tamburello

IL COLLEZIONISMO EUROPEO DI QIANLONG

IL COLLEZIONISMO EUROPEO DI QIANLONG


Di Adolfo Tamburello



Napoli, 14 lug. - Il mecenatismo di Qianlong  (1711-1799), trattato in precedenza, durò fino agli ultimissimi anni di vita del sovrano e ne furono dimostrazione per gli europei i preziosi doni che elargì alle ambascerie britannica e olandese del 1793-94 e 1795 di George Macartney e Isaac Titsing. Erano in cambio di quanto da loro presentato e che aveva graziosamente accettato in "tributo" ricevendoli a corte.

 

Sarebbero stati quelli con tutta probabilità gli ultimi doni europei comprensivi di oggetti che gli destinavano loro sovrani, e di cui faceva esteriormente atto di gradire più quelli olandesi di quelli britannici. I primi erano di un paese e di una sua Compagnia delle Indie Orientali (quella appunto olandese) i quali apprezzava che non si formalizzassero di passare per suoi "sudditi"; i secondi avevano sfoggiato per l'occasione ai suoi occhi la "spocchia" di ambire a trattare con lui da pari a pari.

 

Inoltre, per i rapporti instaurati da molto più tempo, la Compagnia olandese ben conosceva cos'era la Cina e l'Impero Qing e sceglieva dunque con competenza e misura i regali da fare e porgerglieli senza pretese; al contrario, la Compagnia inglese peccava d'eccesso ai primi rapporti che allungava fino a Pechino e sembrava fosse all'oscuro che la tecnologia britannica presentata nell'occasione con grande enfasi (fra cui orologi, termometri, barometri, telescopi) era la stessa che sia l'Inghilterra sia la Cina avevano conosciuto dal resto d'Europa dalla fine del Cinquecento: nessuna espressione di meraviglia, dunque, da parte di lui che pubblicamente si degnava di aggiungere quei doni ai precedenti con sovrana sufficienza. Non dava da vedere che In realtà, lo avevano sorpreso alcuni vertici dell'ultima tecnologia britannica di fine Settecento (così un planetario, i globi celesti e terrestri, armi ecc.), e lo aveva riconosciuto in privato allo stesso Macartney e a qualche altro della missione mostrando di ben valutare l'enorme costo e valore del loro "tributo". Erano stati impiegati per portarglielo dallo sbarco a Tientsin 90 carri, 40 portatori, 200 cavalli e complessivamente 3000 uomini. 

 

Il collezionismo, anche quello europeo, era stato inculcato in Qianlong dal nonno Kangxi e dal padre Yongzheng alle frequenti visite delle collezioni di Palazzo già dei Ming che lui poi rivedeva e faceva riordinare secondo i suoi gusti. La meticolosità del raccogliere e conservare l'aveva esercitata dall'infanzia con gli abiti da cerimonia che si asteneva dall'indossare due volte e riponeva   con le loro guarnizioni e orpelli come riponeva i suoi scritti, i dipinti, gli spartiti di musica,  tutto ciò che giudicava caro e prezioso che fosse di sua mano o gli passasse per le mani. Una curiosità inesauribile che coltivava in età adulta specie per quanto vedeva e tesaurizzava con le conquiste che tanto dilatavano il suo impero durante il suo regno, e lui di persona faceva del collezionismo (collezionismo di tutto) lo strumento di conoscenza specie di nuovi popoli, usi e costumi (della Birmania, del Nepal, di altri paesi dell'Asia interna ultimamente annessi); di animali di recente conoscenza (come le renne) che lo ispiravano a farli ritrarre come soggetti per disegni o dipinti da esporre o conservare nelle sue ulteriori collezioni.    

 

Dai Ming i suoi avi avevano "ereditato" di europeo molti dei doni inviati a Pechino e Nanchino dai missionari cattolici, dalle ambascerie portoghesi e olandesi cinque- e secentesche e da Macao;  nel seguito i Qing a Pechino e Chengde avevano persino arredato i nuovi palazzi dei doni di altri  missionari e del papa, delle varie Compagnie delle Indie, degli zar e delle ambascerie russe e della missione russa ortodossa a Pechino.  

 

Erano stati doni che con quelli che erano affluiti nelle mani di  privati e di pubblici funzionari  cinesi, e coi Qing di quelle sia cinesi sia mancesi, avevano sicuramente guidato la Cina nelle tecniche, arti e scienze europee; non solo alla conoscenza, dove possibile all'imitazione e alla replica, e a Canton, Suzhou, Hangzhou, Shanghai, Ninpo, Nanchino e ancora altre città, prima che nella stessa Pechino, erano sorte piccole e medie industrie specializzate nelle nuove tecniche europee. Suggerimenti di volta in volta innovativi erano provenuti e provenivano dai cinesi oltremare, fra cui quelli di Batavia a Giava e di Nagasaki in Giappone che vivevano a stretto contatto con la Compagnia olandese.

 

Qianlong era tutt'altro che alieno con le elite del resto della Cina e di buona parte dell'impero  dal condividere ed esprimere lui per primo il clima di "europerie" col suo collezionismo che veniva coincidendo temporalmente con quello della chinoiserie in Europa. Versailles diventava "cinese" e Pechino diventava Versailles.

 

Fra le tecniche che avevano fatto presa in Cina dall'arrivo degli Europei  anche sul proverbiale uomo della strada erano state di gran successo quelle relative ai progressi per la vista e la visualizzazione: il vetro per le lenti e le vetrate per vedere e guardare attraverso di esse, gli specchi per vedersi (quelli dei cinesi erano fino ad allora costosi bronzi lucenti), il disegno o la pittura prospettica  per vedere la realtà così come si vede. Il vetro era di antica conoscenza in Cina, ma nessuno aveva prima pensato di lavorarlo in lastre fino a produrre ciò che l'Europa era riuscita a fare di esso sia per agio di vita che per progresso di scienza. 

 

A sua volta nella meccanica di precisione la Cina era arrivata a fabbricare automi, ma nell'orologeria non aveva affatto pensato di cimentarsi in congegni musicali da parete o da tavolo o in quelli portatili da tasca con catena pratici per conoscere  agevolmente l'ora ovunque si fosse. Dunque, le arti vetrarie e l'orologeria, la prima  non solo per l'ottica, per tutta un'industria del vetro di vaste applicazioni fino ai cristalli e alle vetrate alle finestre e alle porte, ai lampadari e ai soprammobili, nonché ai nuovi smalti per la ceramica e i metalli.  Finanche l'insuperata Jingdezhen rinnovava le sue produzioni di porcellana e altre ceramiche grazie alla conoscenza delle tecniche vetrarie e dei nuovi smalti europei di cui era esperto a corte dal 1719 il gesuita Jean-Baptiste de Gravereau .

 

Nella "Città Proibita" una prima vetreria era sorta coi gesuiti a corte nel 1696 e Kangxi aveva inviato in dono al papa nel 1721 136 pezzi di vetri di Pechino. Nel 1723 vi si inaugurava un'ultima fabbrica di orologi, e sotto Qianlong ben 11 gesuiti vi era addetti a fabbricarli. Vetri e orologi (specie quelli portatili con casse protette da vetri) erano ricercati oggetti di uso e collezione in tutta la corte e acquistati per regali reciproci o ad esterni, insieme con gli altri oggetti tradizionali delle manifatture imperiali ormai spesso di disegno europeizzante o tecnica originariamente europea.

 

Il merito di europeizzare la corte mancese era quasi tutto italiano e francese: una delusione per i tanti dell'ambasceria Macartney che scoprivano la grandeur europea più a Pechino che in patria. Macartney in persona si sorprendeva di vedere appeso a una parete un prezioso orologio marcato "George Clarke, Clock and Watch Maker, in Leaden Hall Street, London" così come quelli di John Brockbank, orologiaio attivo a Londra dal 1761 al 1806.

 

Il collezionismo della corte mancese proseguito da Qianlong non era stato solo quello di raccogliere e accatastare oggetti, quanto quello di farli vivere il più possibile nei loro stessi ambienti esponendoli in palazzi di stile europeo o persino arabo-islamico con giardini, aiole e fontane, e arredandoli sia con tappezzerie Gobelin (le prime inviate dalla Francia nel 1767) sia coi rotoli e quadri che Qianlong ordinava fossero disegnati e dipinti in tecniche anche commiste. Il gesuita Bourgeois (1723-1792) annotava i vetri veneziani e cinesi di Qianlong.

 

Seguivano le collezioni librarie e di stampe a colori incise e impresse a Parigi in continuo aggiornamento da parte del governo francese o suoi ministri dalla prima missione gesuitica giunta a Pechino nel 1688 sotto la direzione di Jean de Fontaney. Aveva cominciato a portare di tutto dell'editoria europea quella missione, dalla cartografia all'ultima geografia mondiale: de Fontaney soprattutto libri d'astronomia con gli strumenti illustrati, Bouvet di scienze naturali, Gerbillon di storia e su Francia ed Europa (con barometri, termometri e altre varietà di strumenti), Videlou dizionari e Le Comte libri d'arte,  d'architettura e "verrerie".  Era nata con loro e Kangxi l'idea della ricognizione cartografica dell'impero che doveva realizzarsi col primo grande Atlante cosiddetto di Kangxi che era venuto fra l'altro utilizzando molto di quanto era stato fino ad allora raccolto e conservato della cartografia dell'impero . Con Qianlong il collezionismo cartografico di mano europea era pienamente colto nel suo valore e impiego strategico militare.

 

14 LUGLIO 2017



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