LA PAROLA ALL'ESPERTO

di Cecilia Rasile

CINA, NUOVO ARBITRO DEL MEDIORIENTE?

CINA, NUOVO ARBITRO DEL MEDIORIENTE?


di Cecilia Rasile

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Tel Aviv, 10 mag. - Cerimoniale diplomatico in subbuglio e tappeto rosso affollato in Cina questa settimana, dove, nel giro di pochi giorni, si sono succeduti in visita ufficiale Abbas e Netanyahu che, nella migliore tradizione, hanno accuratamente evitato l’incontro.

 

Da entrambe le visite è emerso un unico vincitore: la Cina.
Non più unicamente baluardo di un’economia al galoppo, ma protagonista incontrastata della diplomazia internazionale, capace di oscurare attori di primo piano come Russia e Stati Uniti.

 

Nel giro di una settimana, la potenza asiatica, è riuscita ad affermare prepotentemente il proprio ruolo nello scacchiere mediorientale, confermando la propria evoluzione da partner commerciale a vero punto di riferimento della stabilità politica nell’area.

 

Il fatto che il governo israeliano si sia sentito in dovere di inviare il capo dell’intelligence militare a Pechino, prima dello strike aereo in Siria, non è da considerarsi legato unicamente all’incombente visita di Stato, ma è un chiaro segnale di uno spostamento negli equilibri internazionali.

 

Per quanto per Israele i buoni rapporti con i cinesi siano fondamentali, dato il volume di scambi commerciali, non si può di certo dire che i due paesi condividano una linea comune in politica estera, dove i nemici di Tel Aviv sono gli amici di Pechino, in un gioco di condanne espresse (vedi Siria) e silenzi stampa che rende particolarmente interessante l’osservazione della strana armonia tra i due paesi.

 

La proposta cinese per la pace tra Israele e Palestina, presentata ad Abbas, non deve aver fatto molto piacere a Gerusalemme o Washington, dato che, non solo scavalca Kerry, auto-elettosi paladino della crociata pacifista tra Ramallah e Tel Aviv, ma presenta quattro idee che sorprendono per la loro semplicità, tanto da risultare materialmente applicabili.

 

La creazione di uno Stato sovrano palestinese con il ritorno di Gerusalemme est come capitale dello stesso, il diritto all’esistenza di Israele, la necessità di una vera cooperazione e dialogo tra i due paesi, la fine degli insediamenti nel West Bank e del blocco di Gaza, sono tutte azioni concretamente realizzabili con un po’ di buona volontà da entrambe le parti e non fanno altro che confermare la pragmaticità del governo cinese, che non vuole proporsi o imporsi come salvatore delle relazioni internazionali, ma si dimostra profondamente consapevole del ruolo affidatogli dai paesi dell’area mediorientale.

 

Pechino ha costantemente evitato un diretto coinvolgimento nelle vicende esterne, mantenendo una politica estera di osservazione diretta, pur sempre venata da un profondo isolazionismo, privilegiando i rapporti bilaterali ad una presenza diffusa e conquistando in questo modo una veste anomala, di quasi imparzialità, che permette oggi, al portavoce del Ministero degli Esteri, di condannare gli attacchi in Siria mentre, nell’altra stanza, Netanyahu firma accordi bilaterali, di ricevere Abbas martedì e Bibi mercoledì, di mantenere fitti legami con Teheran e Tel Aviv indistintamente.

 

Per quanto molti siano scettici riguardo ad un futuro ruolo centrale per la Cina in Medioriente,  la politica di equidistanza di Pechino potrebbe rivelarsi la chiave di volta nelle relazioni con il mondo arabo, che sempre di più guarda al gigante asiatico come ad un punto di riferimento, costringendolo così ad abbandonare la propria vocazione isolazionista per una sempre più preponderante funzione di mediazione diplomatica. 

 

*Cecilia Rasile è Political Analyst - MENA area.Analista politico, specializzata in Affari Medio Orientali e gruppi armati, collabora come  ricercatrice volontaria con un istituto governativo affiliato all'università di Tel Aviv sulle tematiche dell'Islam Politico (Hamas e Hezbollah). Vive a Tel Aviv.

 

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