L'intervista

DAVIDE CUCINO

LA CINA CHE HO VISSUTO ALLA CAMERA

LA CINA CHE HO VISSUTO ALLA CAMERA


di Alessandra Spalletta

Twitter@ASpalletta

 

Roma, 18 giu. - All’indomani della visita del presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi in Cina, vi proponiamo l’intervista a Davide Cucino, tra gli italiani protagonisti negli ultimi anni di un dialogo con il governo cinese teso a rafforzare la presenza delle imprese europee in Cina. Davide Cucino ha lasciato la dirigenza della Camera di Commercio Europea in Cina alla scadenza di un ricco mandato, e AgiChina gli ha chiesto una sorta di testamento.

 

Davide Cucino, in quali condizioni lascia la Camera?

 

Lascio la camera in forma smagliante. La lascio ben organizzata, sana dal punto di vista economico-finanziario. E la lascio in buone mani, ovvero di un presidente tedesco, che ha già ricoperto la carica per un triennio in passato, profondo conoscitore della Cina, colui che mi ha incoraggiato a provare l’avventura della Camera alcuni anni fa. La lascio poi a un comitato esecutivo estremamente variegato, con una vicepresidente italiana, e un altro membro rappresentante nazionale italiano con esperienze di altri paesi, e rappresentanti di paesi dei nuovi stati membri. Un esecutivo orizzontale, quindi. Un portafoglio interessante di esperienze e idee diverse. Ritengo che la camera continuerà a essere un’organizzazione che si farà ascoltare come si è fatta ascoltare nel mio triennio. Se devo fare un bilancio dei risultati conseguiti, sicuramente abbiamo ottenuto una maggiore attenzione in tutti e 28 i paesi; abbiamo lavorato molto in questi anni per essere presenti con la nostra voce, non soltanto nei paesi più maturi da un punto di vista storico-culturale dell’Unione Europea, ma anche nei paesi più piccoli e nella parte orientale dell’Europa, quelli che sono arrivati dopo. Un elemento, questo, importante perché lo stesso messaggio che abbiamo lanciato a Bruxelles con i cinesi, lo abbiamo lanciato nelle capitali europee. E posso dire che si tratta del risultato della mia determinazione a essere presenti dappertutto. Abbiamo inoltre maturato una certa metodologia nel lanciare i nostri messaggi; oltre a dedicare sezioni importanti divise per industrie di desiderata, abbiamo cercato anche di consolidare il messaggio generale, non solo quello dell’accesso al mercato ma anche quelli di una maggiore propensione a lasciare che il mercato e quindi la competizione prevalesse nel contesto cinese. Credo che il messaggio sia stato recepito. Un successo non solo della presidenza ma dell’organizzazione in sé che nel frattempo è cresciuta. Ottanta persone nello staff. Quaranta gruppi di lavoro, di cui ciascuno ha il suo presidente che dedica il suo tempo, oltre alla sua azienda, anche alla camera europea. Quindi il risultato di tutti.
 

 

Il governo cinese vi ascolta? Soprattutto dopo il Plenum la leadership di Pechino vi ha dato prova concreta di ricezione dei punti da voi sollevati?

 

Due esempi.
Il primo, precedente il Congresso, riguarda una delle posizioni del position paper all’interno del quale abbiamo dedicato un’ampia sezione all’innovazione e alla necessità di creare un approccio sistemico. Dopo la pubblicazione, uno dei primi incontri a livello ministeriale che ho avuto è stato con il vice ministro della Scienza e della Tecnologia cinese a cui abbiamo spiegato di cosa non eravamo soddisfatti, soprattutto per quanto riguardava la partecipazione delle imprese straniere all’innovazione, quindi l’impossibilità di partecipare a programmi di ricerca e sviluppo oppure l’essere costretti a partecipare a determinate condizioni, cedendo la proprietà intellettuale al partner. Il viceministro in quell’occasione ci disse, guardate: non è che non vogliamo dare spazio alle imprese europee in questo contesto, ma abbiamo bisogno di maturare. E credo, aggiunse, che voi ci abbiate messo nella condizione di maturare. La settimana dopo è iniziato un dialogo con le autorità per potere consentire a più aziende, soprattutto nella parte di alta tecnologia, di partecipare a programmi di ricerca e sviluppo, anche in contesti non voglio dire sensibili, ma che fino a ieri rappresentavano il segmento più innovativo e difficile. E il dialogo ha coinvolto anche le società straniere. E' un percorso che si fa un po' alla volta, piano piano.

Il secondo riguarda invece il contenuto delle sessanta decisioni del Congresso del Partito e l’attuazione delle decisioni contestuali all’apertura della free trade zone di Shanghai. Sono temi che hanno sicuramente tenuto in considerazione molti dei desiderata della camera europea, a partire dalla maggiore apertura dei servizi, la liberalizzazione dei tassi, una maggiore attenzione a settori che fino ad oggi erano chiusi. Abbiamo fatto una comparazione tra i contenuti delle sessanta decisioni e quelli del nostro paper, e abbiamo visto che in certi punti c’è una contestualità.


Ultimo punto importante, alcune settimane fa in un discorso pubblico del premier Li Keqiang ha sottolineato l’egualità di trattamento tra imprese straniere e domestiche, un punto su cui la camera è sempre stata fermi.

 

Ed è un segnale forte…

 

Un segnale fortissimo.

 

Sconfitte?

 

Ovvio, ce ne sono state. Nel portare su un tavolo 600 raccomandazioni di governo non sempre riesci a trovare chi ti ascolta. Ed è un aspetto che abbiamo sempre messo in conto. I risultati di questo dialogo devono necessariamente tenere conto dei compromessi.

 

Recente visita di Xi Jinping in Europa: quali progressi sono stati compiuti rispetto al tanto atteso accordo sugli investimenti Pechino-Bruxelles?

 

L’accordo è un traguardo che abbiamo conseguito a livello europeo. Abbiamo costituito una task force che ci è stata chiesta dall’Unione Europea costituita da membri fissi e membri che ruotano. Quest’ultimi sono dedicati a uno specifico settore. Quando vengono i negoziatori da Bruxelles oppure i cinesi vanno a Bruxelles a negoziare, coinvolgiamo oltre alle persone fisse tutti i membri della task force. Passi in avanti ne sono stati fatti: il negoziato sta partendo. Ci sono stati fino ad ora due incontri, uno di carattere preliminare a gennaio e un altro svoltosi a Bruxelles nelle scorse settimane, volto a puntellare il perimetro su cui si articolerà la negoziazione. Rispetto alla maturità del dialogo tra Cina e Stati Uniti, giunto già alla tredicesima tornata, noi siamo ancora all’inizio. Ma noi pensiamo che l’Europa possa bruciare alcune tappe. Da un lato perché c’è già l’esperienza pregressa degli Usa, dall’altro perché c’è una dimostrazione di forte attenzione da parte cinese. L’ultima dimostrazione in tal senso è il viaggio per la prima volta del presidente cinese non solo nelle capitali ma nel cuore dell’Europa.

 

In Italia il presidente Xi non ha messo piede. Renzi ha forse gettato le basi per un cambio di rotta nelle relazioni tra i due paesi. Quale ruolo vede per l’Italia in Europa soprattutto dopo la visita del premier italiano in Cina?

 

Innanzitutto le tappe decise in questo primo viaggio di Xi in Europa mi sono sembrate un atto dovuto.


La Germania è il primo partner commerciale in Europa della Cina, sia in termini qualitativi sia quantitativi. Un partenariato consolidato, frequenti viaggi da una parte e dall’altra; quindi una dimostrazione di attenzione da parte della Cina abbastanza ovvia. Quindi il fatto che Xi si sia recato a Berlino non deve sorprendere nessuno, sfatiamo falsi miti e piuttosto sfruttiamo l’attenzione di Pechino per la Germania.


Francia: quest’anno è il 50esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra le due nazioni, c’è un forte interesse reciproco verso il consolidamento dei rapporti. Quello che dovremmo fare noi e che non abbiamo fatto, anche se non credo sia questo il motivo per il quale siamo rimasti fuori da questo primo viaggio di Xi dettato da motivi fisiologici, è di creare canali di dialogo simili. Laddove non possiamo farlo perché non abbiamo magari lo stesso peso economico di Germania e Francia, lo possiamo avere da un punto di vista culturale.


Ritengo la recente visita del presidente del Consiglio un importante esercizio per prendere le misure su cosa sia l’Italia in Cina e soprattutto l’Italia per la Cina. Il lancio di un dialogo culturale è un fatto molto significativo. Senza mai dimenticarci che abbiamo fortissimi elementi di attrazione di natura economico commerciale, elementi che vanno quindi evidenziati. La questione del sistema paese è ampiamente dibattuta da anni. Ci sono segnali importanti: la costituzione del forum economico Italia-Cina, il riavvio del Comitato intergovernativo tra i due paesi che dovrebbe lanciare una partnership più consolidata, ci sono poi i 4 pacchetti promossi dal nostro paese (ambiente, urbanizzazione, settore agroalimentare e della sicurezza alimentare) con la decisione di aggiungerne un quinto sull’aerospazio. Infine, la numerose piccole imprese che continuano in maniera sparsa ma ferma a cercare di contribuire per quanto poco, allo sviluppo delle relazioni economico-commerciali tra Italia e Cina. Probabilmente questo non basta. Una chiave di volta potrebbero essere gli investimenti cinesi in Italia.



Ma arriveranno quest’investimenti?


Ho qualche perplessità. Innanzitutto perché parliamo di numeri relativi: gl’investimenti della Cina nel mondo sono ancora relativi. E vanno in diverse direzioni, e si stanno già ritagliando alcuni spazi in alcuni paesi: nei servizi la Cina investe nel Regno Unito, nella meccanica ce la giochiamo con la Germania, nell’edilizia pur cercando di attrarre investitori cinesi non ci stiamo dimostrando all’altezza. A mio avviso il segreto è di non dare l’impressione, come invece purtroppo spesso facciamo, di essere alla canna del gas. Sembra sempre che debba esserci qualche cinese a salvarci l’azienda: non dev’essere così. Dobbiamo offrire ai cinesi aziende o opportunità sane, ancora capaci di sviluppare nuove tecnologie e di essere competitive sul mercato. Non possiamo offrire soltanto pezzi di aziende arrivate in fondo alla strada della loro esistenza.

 

La carenza di visione strategica che ha caratterizzato negli ultimi anni i rapporti sia politici sia commerciali con la Cina, può essere concretamente corretta?

 

Va orchestrata. Lasciarla in mano ai singoli non ci porta da nessuna parte. C’è bisogno di un buon direttored’orchestra. E’ l’unico modo per convincere i cinesi che abbiamo dei buoni prodotti da offrire; prodotti non soltanto competitivi rispetto al resto d’Europa, ma anche migliori. A volte i cinesi vanno a investire in altri paesi europei in prodotti o tecnologie inferiori ai nostri. Perché gli altri hanno maggiore capacità di vendita.

 

Riflessione a consuntivo?

 

E’ un rammarico che probabilmente questa mia posizione negli ultimi quattro anni alla dirigenza della Camera di Commercio Europa sia stata sfruttata poco dall’Italia.

 

18 giugno 2014

 

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