L'intervista

XIA YELIANG

IL PROFESSORE DELLA BEIDA CHE 'PARLA TROPPO'

IL PROFESSORE DELLA BEIDA CHE  PARLA TROPPO


di Antonia Cimini

Pechino, 19 sett.- Il ritorno sui banchi di scuola, questo autunno, sarà angosciante e tumultuoso per Xia Yeliang, ora che le lotte politiche sono tornate ad affacciarsi nel mondo accademico. Professore di economia all'università di Pechino (BeiDa), Xia è incerto se la carriera nel prestigioso istituto continuerà o sarà bruscamente interrotta per un volere oscuro. Sulla sua testa pende, infatti, la spada di Damocle della censura cinese, un incubo che dura già da mesi ma potrebbe avviarsi a breve ad una conclusione.

L'università di Pechino, la stessa in cui hanno studiato intellettuali rispettabilissimi come Lu Xun, Chen Duxiu e Mao Zedong, sta per aprire un processo alle idee del professor Xia, ritenute troppo liberali e troppo poco politicamente corrette. L'intellettuale è stato avvisato che una votazione del corpo dirigenziale dell'istituto si pronuncerà sulla sua permanenza o meno nell'università entro la fine di settembre, spiega Xia Yeliang ad Agichina24. "Mi hanno ingannato, mi hanno detto che avrebbero tenuto sotto osservazione il mio comportamento e se fossi stato esemplare mi avrebbero risparmiato una punizione. Così non è stato" dice con amarezza il professore.


Dal sapore di passato, di quelle sessioni di accusa e autocritica del periodo della Rivoluzione Culturale, la campagna contro Xia Yeliang è uno strumento ideologico che si credeva superato nella Cina della modernità e del boom economico. Neppure dissidenti eccellenti come Liu Xiaobo, professore all'università normale di Pechino e in prigione per 11 anni per reati di opinione, sono stati espulsi dal mondo accademico.

Il caso del professor Xia è un'eccezione, che dato il clima di austerità intellettuale e caccia al dissenso messo rilanciato dopo l'ascesa della nuova leadership al potere, potrebbe anche diventare consuetudine.

L'odissea di Xia Yeliang è iniziata anni fa. Entrato all'università di Pechino nel 2000 per una borsa di ricerca sotto la guida di Justin Yifu Lin, il primo capo economista cinse alla Banca Mondiale, Xia divenne un teorico dell'economia di successo. Le sue apparizioni sulla tivù di stato CCTV erano diventate una consuetudine, i disegnatori delle politiche economiche lo consultavano per pareri sulle riforme, e le università di tutta la Cina lo invitavano a tenere conferenze. "Mi sono accorto che qualcosa non andava quando nel 2007 hanno cancellato i miei interventi alla televisione, Cctv non mi chiamava più. Poi l'università di Canton dove avrei dovuto tenere due conferenze mi chiamò dicendo che avevano ricevuto una telefonata da Pechino che chiedeva di cancellare il mio discorso" racconta Xia, a Pechino dove è appena rientrato da un'estate trascorsa in America. Poco tempo prima lo studioso aveva rivolto il proprio interesse ad altre discipline, complementari e strettamente legate all'economia.

"Dieci anni fa mi sono interessato alle scienze politiche, al diritto e alla storia. Perché credo che il problema più grande in Cina sia quello delle istituzioni, e allora mi sono chiesto come dare un contributo per instaurare una democrazia costituzionale nel nostro paese che garantisca le libertà individuali". La risposta a quella urgenza di "cambiare le istituzioni" è arrivata nella forma dell'impegno intellettuale e civile. Xia Yeliang ha firmato numerose petizioni in richiesta di riforma del sistema giudiziario e politico e, non da ultimo, ha partecipato alla stesura della Carta 08 di cui è stato poi anche firmatario. "Mi sono accorto che bisognava studiare di più, capire meglio le teorie sulla costituzione e il ruolo che essa deve avere in uno stato", dice.

Anche il governo cinese ha deciso di fare di più. Dopo di allora Xia Yeliang è stato sotto costante sorveglianza: polizia in borghese di pattuglia davanti alla sua abitazione, telefono sotto controllo, computer attaccato ripetutamente. Tanto che persino il mite e determinato professore di economia si è sentito soffocare sotto il peso della pressione poliziesca cinese. "Non ne potevo più e ho deciso di andare all'estero per un periodo di ricerca. L'università di Pechino fu contenta di vedermi andare via nel 2011".

Un anno dopo, il professor Xia non aveva rotto il filo intellettuale e sentimentale con la sua Cina, neppure da Stanford dove conduceva un progetto di ricerca. Dopo l'ultima conferenza dell'ex premier Wen Jiabao, Xia Yeliang ha firmato articoli in cui chiedeva il diritto alla libertà di espressione, di assemblea e di voto, tutte richieste costituzionali, dice il professore, ma che non sono piaciute all'establishment del potere. "Il segretario di partito dell'università di Pechino mi chiamò dicendomi che il comitato del partito in forma allargata si sarebbe riunito quella notte per parlare del mio caso, evidentemente era molto importante". Il giudizio sul futuro del docente fu pronunciato in quella riunione: "il segretario di partito disse che la mia natura era cattiva e che il risultato sarebbe stato serio, un modo di dire in cinese che prelude disgrazie".

Da allora Xia Yeliang ha cercato di scongiurare una profilata cacciata dall'università. Si è rifiutato di scrivere un'autocritica ma ha deciso di tornare ad insegnare a Pechino quando i suoi superiori glielo hanno intimato all'inizio di quest'anno. "A giugno avevo già insegnato per un semestre, ho incontrato il segretario di partito che mi ha detto: i tuoi colleghi dicono che sei bravo, il che vuol dire che non si riferiva al mio insegnamento ma alla mia condotta. Ho incontrato anche il poliziotto che mi faceva la guardia sotto casa e quando gli ho chiesto se era lì per me mi ha detto: no, il mio capo dice che ti stai comportando bene ora".


Soggiogata la propria libertà intellettuale alla volontà di burocrati e piccoli ufficiali, il professor Xia Yeliang oggi si sente tradito. Alla fine dell'anno accademico, a giugno, gli è stato comunicato che una riunione ufficiale si sarebbe tenuta a settembre per decidere sul proprio futuro.

Xia Yeliang non è una testa calda. Di sé dice "non sono un rivoluzionario, ma solo un promotore della società civile, del governo della legge e delle libertà individuali". Del proprio paese, invece, dice "il partito e il governo fanno certamente male, ma il problema oggi in Cina è che le persone sono troppo obbedienti, sono come schiavi: sono abituate ad essere schiavi e non mettono in dubbio l'autorità. Essere obbedienti è più sicuro e porta più benefici".

Parla con calma e affabilità, fino a quando rivela un particolare molto triste. "Ho scritto in una sorta di testamento che non ho nessuna intenzione di commettere suicidio nella mia vita. Voglio che se mi succede qualcosa e le autorità dicono che sono morto suicida, la gente sappia che ciò non è vero. In quel caso posso solo essere morto ammazzato".

Mentre aspetta una decisione sul suo futuro all'università di Pechino, Xia Yeliang ha ripreso quest'anno ad insegnare. I suoi tre corsi alla facoltà di economia sono tra i più seguiti e qualche settimana fa è arrivata anche la petizione di intellettuali e professori stranieri, partita dagli Stati Uniti, che chiede all'università di non espellere il collega Xia.

 

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