L'intervista

PAOLO BORZATTA

GLI INVESTIMENTI CINESI IN ITALIA

GLI INVESTIMENTI CINESI IN ITALIA


di Eugenio Buzzetti

Twitter@Eastofnowest

 

Pechino, 11 ago. - Investimenti cinesi in Italia e strategia globale. L'ingresso della banca centrale cinese, la People's Bank of China nei grandi gruppi italiani con quote del 2% nel giro di pochi mesi ha destato non poche domande sulle reali intenzioni di Pechino. È solo shopping o dietro questi investimenti si nasconde una strategia mirata? Quali gli scenari possibili per il nostro Paese? AgiChina lo ha chiesto a Paolo Borzatta, direttore e senior partner di The European House Ambrosetti.


Come valuta l'ingresso della banca centrale nei grandi gruppi italiani?

La mia impressione è che queste operazioni rientrino in una strategia della Cina emersa molto chiaramente con l'arrivo di Xi Jinping di una maggiore assertività internazionale e di un aumento del soft power e, forse, in parte dell'hard power. Dove andare a mettere un 2% di partecipazioni in grandi aziende italiane o internazionali credo che rappresenti una zona grigia tra il soft power e l'hard power, nel senso che non si tratta certo di potere militare, ma non si tratta neppure di influenza culturale. Questo vuole dire che i cinesi potranno avere qualcosa da dire nei momenti delicati. Il 2% può essere nulla o tutto: dipende dal momento, dalle coalizioni, dagli scopi, e via dicendo. E sicuramente vuol dire essere ammessi a un circuito di informazioni sulle decisioni interne molto importante. Credo che la Fiat farebbe fatica a non informare un investitore di quel peso, sia pure con il 2%.

È una scelta quindi sia di soft power che di hard power?

Secondo me, sì. Usare il termine hard power in relazione all'acquisto di quote azionarie è un concetto po' tirato per i capelli, però credo sia un tentativo per cominciare a usare tutti gli strumenti possibili e immaginabili in giro per il mondo, non solo in Italia, per avere maggiore influenza anche con mezzi importanti. A questo si aggiunge un quadro più generale in cui la Cina negli ultimi due o tre anni tende verso la convertibilità del renminbi, ma soprattutto verso una riforma della governance del sistema finanziario mondiale, come testimonia l'istituzione dell'agenzia di rating Dagong. L'anno scorso a Hong Kong, per esempio, abbiamo organizzato l'iniziativa di lancio delle associazioni di credito indipendenti, con quella russa e con quella americana. È indubbio che la Cina voglia pesare di più sia a livello finanziario che a livello industriale. Quale sia l'obiettivo ultimo dietro tutto questo, è difficile da dire.

Quale è la mira geopolitica sull'Italia dietro questi ingressi nei grandi gruppi italiani? È d'accordo con la tesi secondo cui la Cina stia cercando di inserirsi nell'alleanza tra Stati Uniti e Unione Europea e stia cercando di farlo facendo leva sugli Stati dell'Europa meridionale, tra cui, per l'appunto, l'Italia?

Si, direi di sì. La Cina intende giocare un ruolo importante a livello mondiale, e intende contrastare, nei limiti delle regole del gioco, il  potere americano. L'America sta cercando di chiudere contemporaneamente una serie di progetti con l'Europa, tra cui il trattato transatlantico. La Cina tenta di avere influenza nei Paesi "più deboli" dell'Europa. Pochi giorni dopo la dichiarazione del potenziale default greco, due o tre anni fa, la Cina è stata il primo Paese a dichiararsi pronta a comprare bond greci e a intervenire in Grecia. Tanto è vero che Zapatero fu il primo capo di governo europeo ad andare a parlare al Boao Forum, la Davos asiatica, che ufficialmente è paritetica tra tutti i Paesi asiatici, e che avviene in Cina e di fatto ha una moral suasion del governo cinese.

Lei crede che la Cina debba "dettare le regole" a livello globale in tema di investimenti e i governi degli altri Paesi dovrebbero occuparsi di favorire gli investitori cinesi? Cosa pensa di questa logica? Possono permetterselo? Fino a quando?

È certamente nei loro desideri. Se tutti si occupassero di non contrastarli da questo punto di vista, i cinesi ne sarebbero felici. Credo che dipenda dalla loro strategia. La Cina è stato l'unico Paese a pretendere che tutti i progetti della Banca Mondiale sul suo territorio - fin dagli inizi, circa 25 anni fa - fossero co-diretti da cinesi, e che la Cina avesse una grande influenza. Di fatto la Cina ha controllato i soldi che le venivano dati e i progetti che venivano realizzati sul suo suolo in maniera pesante, perché ha sempre mal digerito il fatto che uno straniero venisse a realizzare progetti sul suo territorio o a dettare regole sui suoi asset. Questa è la naturale evoluzione di una filosofia, di un modo di pensare che risale agli inizi dell'avventura della Cina, e probabilmente anche molto più indietro. Se lo possono permettere? Oggi, si. Oggi i soldi li hanno. Fino a quando? Se nel prossimo decennio faranno le scelte giuste, probabilmente a lungo, perché il Paese ha un potenziale enorme. Poi potranno inciampare in due o tre cose: se riusciranno a liberalizzare l'economia senza perdere il controllo politico e senza andare incontro a rivoluzioni sociali forti, bene; in caso contrario potrebbero avere seri problemi. Lo stesso vale per le questioni aperte nei mari della Cina, in cui una politica che oggi è discutibile - ma nei limiti dell'ara grigia tra lecito e illecito e tra giusto e sbagliato - è tutto sommato digeribile da parte degli altri. Se si arrivasse a un conflitto armato, il pericolo, per la Cina, sarebbe quello di perdere anche il suo peso morale. Aggiungo che questa è la prima leadership che osa arrivare a tanto: Hu Jintao non si è mai esposto fino a questo punto, così fortemente e così consistentemente. Mentre Xi Jinping, sì: ritiene che sia giunto il momento di farlo. Non credo che ci sia stato un cambio di strategia: non è una strategia diversa, è solo più evidente.

Nei confronti dell'Italia, dove i cinesi non sono fortemente amati, come dimostra un sondaggio condotto dal PEW Research Institute, gli ingressi cinesi possono essere visti come un tentativo di guadagnare punti agli occhi degli italiani?

Se dovessi giudicarli da questo punto di vista, non è una mossa che gli porterà molti punti. Non credo che l'italiano medio aumenti il suo livello di simpatia nei confronti della Cina perché si sono "comprati" il 2% della Fiat. Questa è la lettura dell'opinione pubblica, non il contrario, ovvero che l'acquisto di quote nei grandi gruppi significhi che i cinesi credono nel nostro apparato industriale. Credo che ci vorrebbe un'indagine seria di percezione del mercato.

 

11 agosto 2014

 

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