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Visita di Mattarella in Cina

Cosa pensano (davvero) i cinesi dell'Italia

Cosa pensano (davvero) i cinesi dell Italia


Di Marco Marazzi

 

Pechino, 28 feb. - La visita del presidente Mattarella in Cina, svoltasi dal 21 al 26 febbraio, ha evidenziato un forte interesse per il nostro Paese, concretizzatosi in una copertura mediatica notevole. Mi trovavo a Pechino in quei giorni per uno dei miei periodici viaggi di lavoro in Cina, per seguire progetti di clienti italiani e cinesi. Appena sceso dall'aereo e fatto il check-in in hotel, mi sono trovato tra le mani la prima pagina del China Daily del 23 febbraio, quasi interamente dedicata alla visita di stato del nostro presidente.  Ho avuto modo poi di vedere  un importante intervista televisiva a Mattarella, e vi  sono state varie trasmissioni dedicate all'evento e all'Italia.  Si può affermare senz'altro che l'interesse alla visita e agli accordi firmati durante la stessa è stato più forte in Cina che in Italia, dove la questione del congresso PD, il problema "esistenziale" dello stadio della Roma, il malore della Raggi e le sparate intolleranti di Salvini, hanno avuto maggiore copertura durante quei giorni.

 

Quindi, che cosa pensa la Cina dell'Italia? In primis, andrebbe detto che il nostro paese è conosciuto soprattutto per la sua storia millenaria, per la cultura, per il cibo, per la moda e ovviamente per il calcio. Possono sembrare luoghi comuni ma sono abbastanza vicini alla realtà.  Durante una cena con alcuni docenti universitari della UIBE, la Bocconi cinese, i miei ospiti sono rimasti sorpresi dall'apprendere che la prima categoria merceologica per esportazione del nostro paese è costituita da tempo da  macchinari e meccanica strumentale. Era così 10-15 anni fa, è rimasto così: l'idea che solo il nome Germania sia sinonimo di meccanica e macchinari è dura a morire. D'altra parte, la Cina è diventata per la prima volta il più grande mercato di export della Germania, superando gli USA.  Con 180 miliardi di dollari, l'interscambio Germania-Cina è più di tre volte quello italiano.   Come investimenti diretti nel paese, l'Italia poi è superata da molti altri paesi europei. In un certo senso, in alcuni settori come quello automobilistico per esempio abbiamo ormai perso vari treni. 

 

E noi, cosa pensiamo della Cina? Mah, anche qui i luoghi comuni abbondano e le sorprese non mancano. Per esempio, sui social italiani, dove la disinformazione regna suprema, si ritiene ancora che la Cina sia il posto dove 'schiavi' producono prodotti per un dollaro al giorno o dove i bambini vengono incatenati alle catene di produzione invece di andare a scuola.  Niente di più lontano dalla realtà: la Cina si è dotata di una legislazione sul lavoro avanzata e sebbene non esistano sindacati autonomi, nel complesso la capacità contrattuale degli operai, come dei colletti bianchi, è aumentata notevolmente. E i bambini vanno a scuola, eccome. Anzi, in media superano gli studenti americani per esempio nelle materie scientifiche.  E i salari e i contributi sono schizzati in alto. Tant'è che molte aziende straniere negli ultimi anni hanno spostato la produzione altrove oppure in zone della Cina meno sviluppate (le regioni occidentali per esempio) dove la pressione salariale è contenuta ma che hanno altri problemi di connessioni con i porti principali che si trovano tutti a est o sud (problema cui l'iniziativa Belt and Road, di cui parlerò  di seguito, sta cercando di ovviare).  E gli osservatori più attenti sanno già che oltre a esportare magliette e calzini, la Cina esporta da tempo e con successo anche apparecchiature sofisticate come quelle per le telecomunicazioni, computer avanzati e tecnologia per fare treni veloci.

 

Inoltre, mentre sappiamo della Cina importratrice di capitali, abbiamo notizie confuse e frammentate sulla Cina esportatrice di capitali.  Sappiamo (forse) che detiene una bella fetta del debito USA e sappiamo che di recente aziende cinesi hanno comprato la Pirelli, l'Inter e (stanno per comprare) il Milan, ma questo appunto è solo la punta dell'iceberg. La Cina infatti è impegnata in uno sforzo di "esternalizzazione" quasi unico nella sua storia millenaria, durante la quale (tranne una brevissima parentesi) ha guardato soprattutto a se stessa ed al proprio interno.  Era logico pero' che dopo aver aperto le porte agli investimenti esteri fosse essa ad investire altrove. Ed infatti, altra sorpresa forse per qualcuno poco informato e ossessionato dalle 'delocalizzazioni" , gli investimenti cinesi all'estero superano ormai da un paio di anni quelli in entrata. Non solo, dopo alcuni anni di "irrazionale euforia" (per parafrasare Alan Greenspan) in cui aziende private e statali hanno comprato veramente di tutto all'estero, sembra che – con tutte le difficoltà del caso – il governo cinese stia cercando di riorientare l'export di capitali verso fini più strategici. 

 

Verso una strategia win-win  - La visita del presidente Mattarella infatti non ha mancato di menzionare il progetto One Belt One Road, adesso ridenominato Belt and Road Initiative, che vuole essere il lascito più importante della presidenza Xi al mondo: una rete di  connessioni marittime e via terra che ricalca più o meno la vecchia via della seta ma va ben oltre, ed è accompagnata da forti investimenti nei paesi attraversati: dall'Europa dell'Est ai Balcani al Pakistan, alle ex repubbliche sovietiche del centro Asia, fino alla Cina occidentale ovviamente. Ma che interessa anche alcuni paesi africani, mediorientali e del sud-est asiatico.  E così, investimenti in una ferrovia in Kenya o nell'alta velocità tra Belgrado e Budapest o nel porto del Pireo o (come sembra sia in corso di discussione)  in uno o più porti italiani, ma anche una fabbrica di prodotti tessili in Kazakhstan vengono riclassificati come parte della Belt and Road Initiative con importanti conseguenze anche dal punto di vista dei finanziamenti statali messi a disposizione.  Con questo progetto, con le sue opportunità ma anche con i rischi che ne derivano dovremo fare i conti - come Italia ma soprattutto come Unione Europea, che ha mandato esclusivo di negoziare accordi commerciali e di investimenti con partners extra UE -  nei prossimi 10-20 anni. Un orizzonte forse troppo lungo o ampio per le nostre democrazie ossessionate dal consenso a breve e dalla necessità di creare posti di lavoro "ieri", ma che dovranno imparare di nuovo a fare pianificazione e immaginare cosa vorranno essere non tra 6 o 12 mesi, ma tra 10 o 20 anni e cercare di adottare il più possibile strategie win-win, soprattutto con la Cina  ma anche (visti gli sviluppi) con gli USA. Sempre tenendo conto di quanto si muove intorno all'Italia ed all'Europa e non ignorandolo o cercando di chiuderlo fuori, perché tutti sappiamo che non è possibile.  

 

Marco Marazzi, avvocato con base a Milano, esperto di mercati asiatici, ha lavorato in Asia Orientale e soprattutto in Cina per quasi 20 anni, e' stato anche per un periodo vice presidente della EU-China Chamber of Commerce a Shanghai ed Expert dello Europe-China Research and Advisory Network, ha studiato in Italia, a Pechino e in USA. Di recente si e' fatto promotore di un progetto di think tank teso ad analizzare il fenomeno di integrazione economica euroasiatica e le opportunità che si offrono per le aziende italiane.  
 

 

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