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La parola a Hu Shuli

Clima: la responsabilità della Cina
nella governance globale

Clima: la responsabilità della Cina<br />nella governance globale


Traduzione a cura di Giovanna Tescione


Roma, 01 dic. - In un editoriale pubblicato il 21 novembre scorsosu Caixin, il principale quotidiano finanziario cinese, Hu Shuli, direttrice del giornale, commenta la possibilità che gli Stati Uniti con il presidente eletto Trump abbandonino l'Accordo di Parigi sul clima, e riflette sulle responsabilità maggiori che in tal caso avrebbe la Cina.  Hu Shuli ripercorre le tappe, tra alti e bassi, che hanno portato alla firma dell'Accordo di Parigi, soffermandosi sull'importanza che l'intesa ha non solo a livello internazionale, ma soprattutto per la Cina, la cui popolazione ha già "provato sulla propria pelle" gli effetti dell'inquinamento e dei cambiamenti climatici. Per Hu Shuli si tratta "dell'ultima occasione per l'essere umano di salvare il pianeta" e di "un'opportunità che non può essere sprecata".

 

L'editoriale  "La responsabilità della Cina nella governance globale per il clima" (qui la versione originale in cinese)

 

Il summit annuale sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite ha improvvisamente cambiato tono a seguito dei risultati delle elezioni americane. A Marrakesh, in Marocco, il risultato delle elezioni statunitensi ha portato delusione e sconcerto tra i delegati dei Paesi che hanno presenziato la prima Conferenza delle Parti tenuta dopo l'entrata in vigore dell'"Accordo di Parigi". Il neo-eletto presidente americano Donald Trump durante la campagna elettorale ha definito i cambiamenti climatici una "bufala" e una "cospirazione", minacciando di ritirare gli Stati Uniti dall'"Accordo di Parigi" entro 100 giorni dall'inizio del suo incarico. Considerando la particolare posizione degli Stati Uniti nel mondo, se le parole di Trump diventassero realtà, sarebbero molti gli  ostacoli alla governance globale per il clima.

 

Quello dei cambiamenti climatici è un problema complesso che necessita una concentrazione di sforzi a livello globale che per la prima volta si erano visti proprio con l'entrata in vigore a inizio novembre 2016 dell'"Accordo di Parigi" che, fino ad oggi, è il risultato delle negoziazioni sui clima globale più rappresentativo e che più di tutti ha valore di pietra miliare. Negli ultimi anni Cina e Stati Uniti, i due principali Paesi per le emissioni di gas serra, sono passati nel corso delle negoziazioni sul clima dall'essere rivali all'essere partner, diventando leader nelle azioni sul clima globale. Alcuni mesi fa i leader di Cina e Stati Uniti, alla vigilia del G20 di Hangzhou, avevano depositato alle Nazioni Unite i documenti di ratifica, spingendo per l'entrata in vigore dell'Accordo. Se dopo l'inizio del mandato di Trump gli Stati Uniti dovessero insistere nell'abbandonare o nel adempiere agli obblighi stabiliti dalla Convenzione, la responsabilità della Cina e degli altri paesi del mondo nel mantenere le posizioni sulla governance sul clima globale sarebbero ancora maggiori.Le negoziazioni sul clima hanno avuto alti e bassi, con momenti piuttosto difficili, ed è per questo che i risultati non possono essere gettati via con leggerezza. Nel 2001 gli Stati Uniti annunciarono il loro rifiuto a ratificare il precedente trattato di cooperazione sul clima, il "Protocollo di Kyoto", compromettendo seriamente il corso delle negoziazioni. A partire dalla "Roadmap di Bali" del 2007 ciascun Paese ha iniziato a esplorare nuovi accorsi sul clima globale e dopo anni di stallo, dopo i dibattiti di Copenaghen, fino ad arrivare alle Conferenze di Cancun e Durban che hanno permesso di risolvere le divergenze, si è arrivati a fine 2015 alla firma dell'Accordo di Parigi, ponendo così rimedio alla crisi del sistema delle emissioni gas serra globali.

 

Certo non sono pochi gli scettici sul clima. Trump non sembra essere solo ed esisteranno sempre quelli che nutriranno dubbi sui fattori scatenanti dei cambiamenti climatici, sui suoi livelli critici e sulle sue conseguenze. Non molto tempo fa anche in Cina esistevano gli scettici che consideravano le posizioni per combattere i cambiamenti climatici un "complotto" dei Paesi sviluppati per ostacolare il progresso dei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, il frutto di ricerche ottenute da discipline diverse e con metodi diversi hanno dimostrato che: l'aumento della concentrazione dei gas serra porterà al riscaldamento globale con conseguenze inevitabili sugli esseri umani. Secondo l'attuale trend di aumento delle temperature, entro il 2100 la temperatura media della superficie terrestre sarà 4 gradi più alta rispetto al periodo precedente alla Rivoluzione Industriale e il pianeta si troverà quindi di fronte agli enormi rischi sistemici portati dai cambiamenti climatici: estinzione di massa di alcune specie, scarsità di cibo a livello globale e regionale, condizioni atmosferiche avverse e frequenti eventi climatici estremi, oltre che innescare conflitti locali che e altri problemi economici, politici e all'ecosistema. I cambiamenti climatici sono ormai diventati la minaccia numero uno allo sviluppo sostenibile globale. Per evitare che i cambiamenti climatici possano provocare conseguenze irreversibili è necessario che si riesca a contenere l'aumento della temperatura entro i 2 gradi centigradi e per farlo sono necessarie azioni immediate. La risolutezza di ogni Paese nel voler affrontare il problema dei cambiamenti climatici è perciò rappresentata dall'"Accordo di Parigi".

 

Gli accordi internazionali sono legalmente vincolanti e anche se Trump dovesse in futuro caldeggiare un passo indietro degli Stati Uniti, il percorso sarebbe lungo e pieno di ostacoli. Secondo quanto stabilito originariamente, nell'ambito della governance globale sul clima, gli Stati Uniti e gli altri Paesi sviluppati continueranno ad essere in prima linea, mentre la Cina dovrà farsi carico di una "responsabilità comune ma con alcune peculiarità". Anche se gli Stati Uniti avessero intenzione di tirarsi fuori dall'Accordo, secondo il regolamento bisognerà aspettare tre anni prima di poter presentare la richiesta e un altro anno per potersi ritirare, pur con numerose limitazioni legali e commerciali.Al momento alcuni analisti ritengono che a causa delle forti pressioni esterne ed interne, è più probabile che l'amministrazione Trump decida di restare nella cornice dell'Accordo, senza però adempiere pienamente agli obblighi previsti. In ogni caso, se ci dovessero essere cambiamenti, la Cina dovrà rimanere fedele alle proprie promesse sulle azioni da intraprendere sul clima.

 

Dal punto di vista internazionale, la Cina, decidendo di ratificare l'Accordo di Parigi e allacciando con gli Stati Uniti un partenariato su temi ambientali, ha lanciato alla politica globale e al mondo industriale un messaggio che parla della volontà di trasformazione verso una economia a basse emissioni. Nel momento in cui gli Stati Uniti decidessero di non attenersi ai propri obblighi o addirittura di tirarsi fuori dalla cooperazione sul clima, la Cina, quale Paese in via di sviluppo e con tecnologie e capacità ancora ben diverse dai Paesi sviluppati, non sarebbe in grado da sola di farsi carico delle quote di emissioni lasciate dagli Stati Uniti né di coprire i capitali necessari. Tuttavia la Cina deve mantenere la parola data, contribuendo nel modo più adeguato alle proprie capacità e dando un'immagine di sé di grande Paese in via di sviluppo e di Paese responsabile.

 

Dal punto di vista interno, rispettare le politiche sui cambiamenti climatici con uno sviluppo green e a basse emissioni, è un'occasione d'oro per la Cina per tenere sotto controllo il consumo energetico e sviluppare fonti di energia pulita, rispondendo così ai propri interessi a lungo termine. Da un lato, infatti, è l'occasione per aderire alla trasformazione della struttura energetica e gestire l'inquinamento atmosferico e altri temi legati al benessere del popolo, dall'altro questo processo favorirà una grande rivoluzione in campo economico, sociale e tecnologico. In un periodo cruciale per la trasformazione, il risparmio energetico e la riduzione delle emissioni promettono di concentrarsi su nuove fonti di crescita economica.

 

Negli ultimi 30 anni, a partire dal periodo delle Riforme e Apertura, la Cina ha ottenuto enormi risultati in campo economico, diventando però il primo paese al mondo per le emissioni di carbonio raggiungendo livelli di consumo energetico per unità di PIL che al momento sono di gran lunga superiori a quelli di paesi sviluppati come Stati Uniti o Giappone, con grandissimi margini di riduzione delle emissioni. La Cina, d'altra parte, con il suo vastissimo territorio e molte aree sottosviluppate presenti in zone sensibili al clima e soggette a calamità naturali, può ancor più comprendere l'enorme impatto dei cambiamenti climatici, che quanto mai attengono al benessere del popolo e al futuro di tutti gli esseri umani.Al momento la Cina deve continuare ad agire nel rispetto dei principi di responsabilità comune ma con le proprie peculiarità, di equità e secondo le proprie capacità, in conformità con la Conferenza di Parigi e continuando a portare avanti le negoziazioni future. I cambiamenti climatici sono ormai diventati un pilastro nelle relazioni bilaterali sino-americane e in quanto tali la Cina deve fare del proprio meglio per cercare di mantenere una cooperazione tecnologica in contesti quali cattura e stoccaggio del carbonio o nella progettazione di edifici ad efficienza energetica o automobili green, riducendo al minimo gli effetti negativi della possibilità che gli Stati Uniti si ritirino dall'Accordo di Parigi o non adempiano ai propri obblighi.
Dal momento che lo smog è ormai diventato un incubo che da tempo avvolge vaste aree del territorio cinese, la popolazione ha potuto provare amaramente sulla propria pelle il significato della riduzione delle emissioni a livello nazionale e personale. L'adattamento al clima e la trasformazione economica verso il low-carbon è fedele alla promessa di raggiungere il picco delle emissione entro il 2030 e una strategia win-win con la comunità internazionale è l'unica scelta giusta per la Cina. Un eventuale dietrofront degli Stati Uniti ci spinge ad una maggiore preparazione verso le difficoltà e le sfide del futuro. Si tratta tuttavia dell'ultima occasione per l'essere umano di salvare il pianeta, un'opportunità che non può essere sprecata.



01 DICEMBRE 2016

 

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