Politica internazionale

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Risiko nel Pacifico,
la sfida dei nuovi leader

Risiko nel Pacifico, <br />la sfida dei nuovi leader<br />


SPECIALE AGICHINA24  - CAMBIO AL VERTICE
a cura di Alessandra Spalletta e Antonio Talia



AgiChina24 seguirà lo svolgimento del Diciottesimo Congresso del Pcc a Pechino dall'8 al 14 novembre. L'atteso evento sancirà il passaggio di consegne dalla quarta alla quinta generazione di leader. Lo Speciale sarà aggiornato ogni giorno e sarà ricco di notizie, approfondimenti e interviste a cura delle redazioni di Roma e di Pechino. 
 


L'AGENDA ESTERA DELLA CINA di Sonia Montrella

twitter@soniamontrella

 

 

Risiko nel Pacifico, la sfida dei nuovi leader

 

Roma, 9 nov.- "Dobbiamo trasformare la Cina in una potenza militare". Lo ha detto senza giri di parole il presidente uscente Hu Jintao nel discorso di apertura del Diciottesimo Congresso del PCC. L'appuntamento, che quest'anno segnerà la consegna delle chiavi del Paese nelle mani dei futuri leader, è anche un'occasione per tracciare le linee guida dello sviluppo della seconda economia mondiale nella prossima decade; sviluppo che per il Partito Comunista cinese passa, appunto, anche per la sicurezza marittima. "La Cina – ha precisato Hu - deve difendere con risolutezza i suoi diritti e i suoi interessi marittimi''. Parole che, secondo molti osservatori, lasciando intendere che il presidente della Repubblica popolare manterrà ancora per altri due anni la carica di presidente della Commissione militare centrale del PCC che, di fatto, comanda l'esercito.

Non stupisce che, insieme alla lotta alla corruzione – tema diventato rovente dopo gli scandali che hanno macchiato l'immagine del partito, primo fra tutti quello dell'ex boss di Chongqing Bo Xilai - il potenziamento della flotta marittima si piazzi tra le priorità di Pechino. Fino al punto da trovare spazio nella prima giornata dello Shibada (il grande 18) come i cinesi chiamano informalmente il Congresso.

Il perché è noto: il Dragone è impegnato su più fronti in una delicata partita di Risiko con i  con i Paesi limitrofi che da tempo si gioca nel Pacifico. Tutto per un pugno di scogli disabitati, ma ricchi di risorse energetiche, sparpagliati nel Mar Cinese Meridionale e in quello Orientale.

ACQUE BURRASCOSE: DALLE HUANGYAN ALLE DIAOYU

Vietnam, Filippine, Brunei, Taiwan, Malesia, Giappone e Cina: la 'battaglia navale' per il controllo dei due Mari non risparmia quasi nessuno. Diversi i focolai, uno il filo rosso che li lega: il ruolo di Pechino, che rivendica la sovranità nell'area a colpi di dichiarazioni e testimonianze storiche. In generale, il Dragone  sostiene che le sue acque territoriali si allargano a quasi tutto il Mar Cinese Meridionale, per un'area di circa 1,7 milioni di chilometri quadri, e tenta da tempo di gestire le controversie una per una con i singoli stati, anziché impegnarsi in negoziati multilaterali. Il controllo, inoltre, si estenderebbe inoltre anche al Mar Cinese Orientale dove il Gigante Asiatico è impegnato in un'accesa disputa territoriale con Tokyo per il controllo dell'arcipelago Diaoyu/Senkaku, amministrato dal Sol Levante, che due mesi fa ha acquistato tre delle isole dell'arcipelago da una famiglia giapponese che ne deterrebbe formalmente la proprietà, scatenando la peggiore crisi dei rapporti sino-nipponici degli ultimi anni.

Cina nelle Diaoyu, ma anche nelle Paracel, contese con il Vietnam e Taiwan; nelle Socotra, con la Corea del Sud; nelle Spratly, oggetto di un braccio di ferro con Vietnam, Filippine, Taiwan, Brunei e Malesia, gli stessi attori della disputa territoriale nella Secca di Scaraborogh.

Proprio quest'ultima ha risvegliato lo scorso aprile le ostilità tra Pechino e Manila con uno dei più classici casus belli. Il 10 aprile una nave ammiraglia della Marina filippina, impegnata in un giro di perlustrazione, sorprende dodici pescherecci cinesi al largo della Secca di Scarborough – o Huangyan per i cinesi -, a 124 miglia dalla principale isola filippina di Luzon, sulla costa nord-occidentale e in acque che Manila considera "parte integrante del proprio territorio". Mentre i marinai filippini procedono all'arresto dei pescatori accusati di "pesca illegale", arrivano sul posto due navi della Marina cinese che ne impediscono il fermo. La Cina – sostengono da Pechino - è in possesso di numerosi documenti storici che attestano "la sovranità territoriale sulle Haungyan e sulle acque circostanti, tradizionale zona di pesca dei cinesi". A rafforzare la tesi arriva anche il quotidiano statale China Daily: "Le Huangyan furono scoperte durante la dinastia Yuan (1271-1368).  Nel 1279 le isole furono incluse nell'indagine sui mari della Cina condotta da Guo Shoujing per Kublai Khan. Sin dalla scoperta, gli scogli furono accorpati ai territori cinesi come parte delle isole Zhongsha. Poi, nel 1949 le Huangyan sono passate prima sotto l'amministrazione della provincia del Guangdong e poi di Hainan". Qualche settimana dopo arriva anche il quotidiano del PLA, l'Esercito di Liberazione Popolare: "La Cina non rinuncerà neanche a un centimetro del proprio territorio" e per riuscirci era pronta ad abbracciare le armi.

La temperatura dei rapporti si fa rovente.

Passano pochi mesi e le acque tornano di nuovo agitate, ma questa volta lo sfondo è il Mar Cinese Orientale, precisamente a largo dell'arcipelago delle Diaoyu, o Senkaku per i giapponesi. Formate da tre isole maggiori e da numerosi scogli, le Diaoyu hanno una superficie di appena 7 chilometri quadrati ma celano nel sottosuolo ingenti riserve sottomarine di gas naturale, e probabilmente anche petrolio, che secondo proiezioni di Pechino potrebbero arrivare a coprire fino al 20% delle riserve del Dragone.

A fine agosto il quotidiano nipponico Mainichi Shinbun  rivela che Tokyo sarebbe in trattativa per l'acquisto di tre delle isole dell'arcipelago al momento concesse dalla famiglia che le possiede 'in affitto' al governo del Sol Levante le amministra. Prezzo: 2 miliardi di yen (circa 20 milioni di euro). La notizia manda su tutte le furie Pechino che per bocca del ministro degli Esteri Yang Jiechi, avverte: "Qualsiasi azione unilaterale da parte del Giappone riguardante le isole Diaoyu sarà considerata illegale e non valida. E nessuna interpretazione cambierà il fatto che le isole e i territori affiliati appartengono alla Cina". L'11 settembre la stampa giapponese annuncia l'avvenuta "nazionalizzazione delle isole".

Non è certo la prima disputa territoriale, ma questa volta lo 'sgambetto' del Giappone è intollerabile per Pechino. Tra le prime due economie dell'Asia si apre la più grave crisi dell'area, tutt'ora in corso.


In Cina, in decine di città, vanno in scena delle proteste anti-giapponesi, alcune delle quali sfociano in pesanti scontri che causano la chiusura di diversi esercizi commerciali, ristoranti e fabbriche nipponiche, tra cui anche quelle di grandi nomi dell'elettronica come Panasonic, Sony e Canon. Nel mirino anche le auto giapponesi parcheggiate in strada. Nel Paese soffia il vento del nazionalismo alimentato – secondo una parte di analisti – anche dal governo, che lo utilizza per distogliere l'attenzione del popolo dai problemi interni.
A rischio anche l'economia con il settore automobilistico nipponico che registra un sostanzioso calo delle vendite nell'ex Impero di Mezzo.

Ma perché tanta confusione sulla sovranità?


La ragione risale a più di un secolo fa, quando le isole Diaoyu/Senkaku facevano parte - insieme a Taiwan, da cui distano appena 100 miglia nautiche - dei territori ceduti dalla Cina al Giappone con il Trattato di Shimonoseki, in seguito alla sconfitta del 1895 del primo conflitto sino-giapponese. Il gruppo di scogli aveva adottato il nome di Senkaku appena cinque anni prima, quando il Giappone incorporò le isole all'amministrazione di Okinawa sostenendo di aver effettuato studi da cui sarebbe emerso che l'arcipelago non solo era terra nullius, ma non esistevano indizi che facessero pensare che era sotto il controllo della dinastia cinese dei Qing.  Nel 1943 la Dichiarazione del Cairo, secondo cui "tutti i territori strappati alla Cina dal Giappone avrebbero dovuto essere restituiti alla Cina", menzionò solo l'isola di Formosa (Taiwan) e le Pescadores.
Nel 1944 un tribunale giapponese sancì che le isole erano parte integrante di Taiwan, al tempo sotto l'influenza nipponica, ma l'anno successivo la fine del secondo conflitto mondiale stabilì che Okinawa e i territori circostanti sarebbero passati agli Stati Uniti, che li restituirà a Tokyo nel 1972.

Ad oggi, per i giapponesi le isole Senkaku fanno parte del territorio nazionale in virtù del Trattato di Shimonoseki, mentre per i cinesi il trattato è nullo, come tutti gli altri trattati ineguali firmati nell'800 sotto la minaccia delle armi delle potenze straniere. 

Al momento la questione è ancora aperta, mentre i rapporti tra Pechino e Tokyo sono precipitati di nuovo.

"E' LA PESCA LA VERA RICCHEZZA"

"Sia le Diaoyu che le Spratly, contrariamente all'opinione più diffusa, hanno uno scarso valore strategico": la voce fuori dal coro è quella di Robert S. Ross, analista e professore di politica estera cinese al Boston College. "Le risorse minerarie sono minime e la loro superficie  è troppo ristretta per supportare attività militari" sostiene Ross nel suo paper "New directions in the study of China's Foreign Policy". Secondo uno studio dell'istituto di Geologia americano, il Mar Cinese Meridionale vanta 28 miliardi di barili di petrolio, mentre 100 milioni sono quelli stimati nel Mar Cinese Orientale. E le proiezioni del Dragone sono anche più alte. Lo scorso anno il portale cinese di informazione economica China 5e, - legato al Falcon Group Investment, società di investimento fondata nel 1999 da partner cinesi - aveva annunciato che la Cina punta a produrre greggio e gas per l'equivalente di 500mila barili al giorno dai giacimenti nel Mar Cinese Meridionale nel 2015, e intende arrivare a quota un milione di barili nel 2020. Nel 2010 CNOOC – il leader cinese dell'offshore - ha ricavato dai giacimenti della zona circa 290mila barili: i nuovi obiettivi, quindi, indicano di fatto che Pechino intende più che triplicare l'estrazione nel giro di soli dieci anni.

Tuttavia Ross rigetta l'ipotesi che le aree in questione possano aiutare la Cina a placare la sua fame energetica. "Pechino può contare sulle sue riserve di carbone, sul nucleare e sugli idrocarburi " sostiene lo studioso,  secondo cui il Dragone dipende solo per il 10% dalle importazioni di petrolio e una porzione crescente di questo oro nero proviene dalla Russia e dall'Asia Centrale".

Per Ross, la ricchezza di queste isole non è nascosta nel sottosuolo, ma sotto il pelo dell'acqua: è lì, e nel resto dei due Mar cinesi, che si trovano infatti le aree più pescose della terra. Secondo le statistiche elaborate dal 2004 dalla Fao, ogni anno i pescatori cinesi ricavano circa 3,6 milioni di tonnellate di pesce dal Mar Cinese Meridionale, ovvero il 25% del pescato totale del paese, mentre il 34% proviene dal Mar Cinese Orientale. Risorse simili, c'è da aspettarselo, non fanno gola solo al Dragone. Nel 2007,  i pescherecci filippini e malesiani hanno catturato nelle loro reti pesce dal valore di 1 miliardo di dollari a testa. "Il valore dell'industria ittica del Mar Cinese Meridionale è enorme – osserva Ross -, soprattutto se si considera il calo delle scorte destinate al mercato che si sta registrando in alcuni degli attori".  Una emorragia che diversi governi stanno cercando di tamponare con sussidi. E' questo, ad esempio, il caso di "Cina e Vietnam che incentivano i pescherecci ad addentrarsi nelle acque contese" spiega ancora lo studioso.

Ma soprattutto è una questione di supremazia: dominando i due mari, Pechino non solo avrebbe il controllo sui suoi vicini, ma si ritroverebbe nella posizione di minacciare le rotte commerciali del Giappone e di negare a Washington il transito tra il Pacifico  e l'Oceano Indiano.

WASHINGTON: "L'INTRUSA"

Nel Mar Cinese Meridionale c'è un 'intruso': Washington, più volte invitato dal Dragone a "restare fuori dalle questioni interne". "Per gli Stati Uniti il Ventunesimo Secolo sarà il secolo del Pacifico" aveva detto Clinton alla fine del 2011 all'apertura del vertice APEC (Asia- Pacific Economic Cooperation) che riunisce 21 Paesi dell'Asia-Pacifico. Un attivismo  interpretato da osservatori - cinesi e non solo - come una forma di contenimento della Cina nell'area e nelle rotte commerciali che la Casa Bianca vuole restino libere. Per Washington l'arginamento viaggia su due  binari,  economico e militare. 

Sul piano commerciale il primo passo in questa direzione sembrerebbe già stato compiuto con la creazione della TPP (Trans Pacific Partnership),  accordo stipulato proprio in occasione dell'APEC che prevede l'abbassamento delle tariffe doganali e la costruzione di quella che - con quasi 800 milioni di consumatori e il 40% circa dell'economia globale - diventa la più grande zona di libero scambio del mondo.

Pochi giorni dopo il presidente Obama, volato a Camberra, ha concordato con premier Julia Gillard, la creazione entro il 2016  di una task force marittima americana in Australia composta da 2.500 soldati. Bssi navali sono in aumento anche sulle coste dell'alleato filippino che cerca in Washington un aiuto contro la Cina.
La reazione di Pechino non tarda ad arrivare. "Preparatevi a combattere": è l'appello secco lanciato da Hu Jintao alla marina cinese che "accelerare con forza la trasformazione e la modernizzazione" per "prepararsi a combattimenti militari in modo da dare un maggior contributo alla salvaguardia della sicurezza nazionale e della pace mondiale". Il messaggio è chiaro: gli Usa non sono più i padroni del mondo. 

Dal canto loro gli Stati Uniti non giocano da soli, ma hanno cinque alleati militari nel Pacifico occidentale. Le navi americane, insieme a quelle di Corea del sud, Giappone, Tailandia, Filippine e Singapore, sono impegnate nel pattugliamento delle acque interessate. Per ora l'America sta a guardare e invita alla gestione pacifica dei contenziosi, come ha dichiarato di recente il Segretario della Difesa Usa Leon Panetta a proposito della disputa sulle Diaoyu tra l'alleato giapponese e la Cina. " Senza un via-libera da Washington – scrive su Caixin l'editorialista Wang Shuo - non è da prendere in considerazione la possibilità di una guerra tra navi da guerra di paesi sovrani. Mentre gli scontri tra navi di pattuglia e pescherecci non sono un gran problema.

GUERRA: IPOTESI PLAUSIBILE?

"Il più importante test che il nuovo regime dovrà affrontare a breve termine sarà come gestire le dispute nel Mar Cinese Meridionale in corso con i vicini di casa" sostiene Shen Dingli esperto di politica estera della Fudan University di Shanghai. Se lo farà in modo assertivo o meno – osserva lo studioso – è tutto da vedere. Le manifestazioni anti-giapponesi hanno svelato la posizione del popolo cinese sulle dispute territoriali. Tra i cortei facevano continuamente capolino immagini di Mao Zedong. "Il governo è troppo debole. Mao non avrebbe mai permesso questo calpestamento" sostenevano in molti. Di pari passo, sulle pagine dei quotidiani gli appelli "a combattere per ogni centimetro dei territori contesi" si fanno sempre più numerosi. In quest'ottica le dichiarazioni di Hu Jintao al Congresso potrebbero essere interpretate come una dichiarazione di guerra.

"E' improbabile che si possa arrivare a un conflitto vero e proprio" ha dichiarato a settembre ad AgiChina24 Adam Webb, Politologo e professore di Scienze Politiche presso l'Hopkins Nanjing Centre dell'Università di Nanchino.
Pechino e Tokyo non arriveranno alle armi, assicura Webb a proposito di quello che ad oggi appare il fronte più a rischio. "Entrambi i Paesi hanno troppo da perdere. Credo comunque che il regime cinese stia sentendo molto la pressione all'interno, e questo potrebbe portare a un conflitto di breve durata contro il Giappone (o contro altri Paesi che si affacciano sul Mare Cinese Meridionale, con cui esistono altre controversie per questioni di sovranità su altre isole, n.d.r.) come una guerra di distrazione. Il rischio di una tale decisione è che se le cose non dovessero mettersi bene per la Cina, i leader che avessero preso questa decisione pagherebbero a caro prezzo le loro scelte. C'è il precedente dell'Argentina con le Falkland nel 1982".

La pensa così anche Wang Shuo che osserva: "Se si presta davvero attenzione, si nota come sia la Cina che il Giappone hanno almeno due cose in comune in questa disputa territoriale: in casa soffiano sul fuoco del nazionalismo, mentre sull'arena internazionale non si spingono oltre le dichiarazioni di sovranità territoriale". Ciò significa che non sussiste neanche la più remota possibilità di una guerra in Asia orientale, aggiunge Wang. Dal Mar cinese Orientale a quello meridionale, le relazioni della Cina con i vicini non sono affatto positive. "E' difficile eliminare le cause dei rancori, ma il paese può di certo diminuirne l'impatto". Per Wang la chiave è il miglioramento delle relazioni con gli Usa. "Quando, nella prima decade del secolo, i rapporti Cina-Usa erano più cordiali, anche i legami con i paesi dell'ASEAN (gruppo che riunisce dieci nazioni del Sudest asiatico) erano amichevoli. Con il raffreddarsi delle relazioni con gli Stati uniti, anche quelle con l'ASEAN hanno subito un peggioramento. Dopo l'entrata di Barack Obama alla Casa Bianca nel 2008, i due paesi non sono riusciti a intrattenere rapporti positivi. Il G2 si è dimostrato irrealistico e i due paesi collaborano solo quando è strettamente necessario, mentre si scontrano su numerosi temi.  Il commercio, come carta da giocare ha perso la sua forza, non solo tra Cina e Usa, ma anche tra la Cina e i suoi vicini sudorientali".

Forse la guerra non ci sarà, ma il rebus geopolitico nel Pacifico è ancora lontano da una risoluzione. Soprattutto dopo il flop del luglio scorso del summit ASEAN – esteso anche a Russia e Usa – che si è tenuto in Cambogia, dove le nazioni asiatiche avrebbero dovuto emettere un comunicato congiunto sulle dispute territoriali in corso nel Mar Cinese Meridionale. 

 

 

 

 

CINA-USA "UN MATRIMONIO CHE NON AMMETTE IL DIVORZIO"

 

Roma, 7 nov.- Mentre l'America festeggia la rielezione del presidente Barack Obama, dalla Cina arrivano le prime congratulazioni. "Sia il presidente Hu Jintao che il premier Wen Jiabao hanno inviato messaggi a Barack Obama" ha riferito ai giornalisti il portavoce del ministero degli Esteri Hong Lei. Negli ultimi quattro anni, osserva Hong Lei, i rapporti tra le due potenze hanno compiuto progressi positivi; la Cina guarda al futuro e continuerà a compiere nuovi sforzi per accrescere la collaborazione con gli Stati Uniti. Entusiasmo anche da parte di una fetta dei cinese che ha preso parte, per così dire, alle presidenziali Usa: "Ho votato per Obama perché i democratici rappresentano la libertà" ha dichiarato Wang Zheng, tra le centinaia di cittadini cinesi che sono stati invitati dall'ambasciata americana a Pechino a esprimere la propria preferenza attraverso una simulazione di voto. E anche lì il presidente Obama ha avuto la meglio con 153  finti voti contro i 51 di Romney. "E' un peccato – esclama un altro 'elettore' - che la Cina non abbia un sistema elettorale simile". Un tema, questo, più attuale che mai.

 

Già perché in meno di una settimana l'assetto mondiale subirà grossi scossoni. Non capita spesso che due superpotenze siano a distanza di pochissimi giorni impegnate in un ricambio ai vertici. E ancora più di rado che a farlo siano le prime due economie al mondo: Usa e Cina, protagoniste, e sopratutto antagoniste, nello scacchiere degli equilibri economici, commerciali, finanziari e  geopolitici internazionali. Due potenze in contrapposizione così come opposti appaiono i loro passaggi di consegna. Telecamere e microfoni costantemente accesi sulla campagna elettorale dei due candidati americani, il repubblicano Mitt Romney e il presidente democratico Barack Obama, contro l'assoluta segretezza che regna a Zhongnanhai, il quartier generale del PCC, dove nelle scorse settimane i potenti della Cina hanno individuato quelli che saranno i futuri leader e aspettano il Congresso, che aprirà i battenti giovedì, per rendere noti i loro nomi.

 

L'AGENDA ESTERA DEL DRAGONE

 

Corruzione dei quadri, scandali, divario tra ricchi e poveri, riforma finanziaria, ambiente, consumi interni. E' la difficile eredità che spetta alla nuova leadership cinese che governerà il Gigante asiatico per i prossimi 10 anni. Ma se le sfide interne sembrano fondamentali, non meno importanti appaiono quelle sul fronte estero che promettono di restare sotto i riflettori per tutta la durata del Congresso. Sovranità territoriale nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, crisi siriana, 'conquista' dell'Africa, Medio Oriente, dossier nucleare iraniano e nordcoreano, Asia centrale: questi i fronti aperti con i quali i Dragone fa e continuerà a fare i conti. 


In che modo? (Continua su USA-CINA, UN MATRIMONIO CHE NON AMMETTE IL DIVORZIO)

 

 

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