Politica internazionale

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OBAMA: CINA SCALZATA DA USA
COME DESTINAZIONE PER INVESTIMENTI

OBAMA: CINA SCALZATA DA USA <br />COME DESTINAZIONE PER INVESTIMENTI


di Sonia Montrella
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Roma, 29 gen.- L’America è tornata a essere la prima destinazione per gli investimenti, scalzando la Cina. Lo dicono gli imprenditori, ma soprattutto lo ha sottolineato ieri il presidente Barack Obama nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, snocciolando una serie di risultati come prova inoppugnabile. “Abbiamo raggiunto il livello di disoccupazione più basso degli ultimi cinque anni. Il mercato immobiliare si è risollevato, mentre il settore manifatturiero è tornato a creare posti di lavoro per la prima volta dagli anni novanta”. Nello specifico negli ultimi quattro anni, ha rimarcato il presidente, sono stati creati 8 milioni di nuovi posti, il deficit è stato ridotto alla metà e “l'indipendenza energetica promessa è più vicina", e non solo grazie alla rivoluzione dello shale gas, ha tenuto a sottolineare, ma anche perché "stiamo diventando leader nell'energia solare".

 

“E per la prima volta dopo oltre dieci anni, la Cina non è più il primo Paese in cui investire. L’America si”. Anche per questi motivi, “il 2014 sarà l’anno della svolta” per gli Stati Uniti.
E’ la prima delle due volte in cui Obama nominerà il Gigante asiatico nel corso del suo lungo discorso durato un’ora. Tornerà a parlare di Pechino nella seconda parte a proposito delle opportunità di lavoro offerte dalle partnership nel campo delle esportazioni. Il 98% degli esportatori americani – ha spiegato - è costituito da piccole aziende, ma gli accordi commerciali con l’Europa e l’Asia Pacifico potrebbero aiutare a creare più posti di lavoro. “E’ necessario collaborare per gli strumenti, quali le authority bipartisan per la promozione commerciale, in grado di proteggere i nostri lavoratori, l’ambiente e di aprire nuovi mercati ai beni “Made in the USA”. La Cina e l’Europa non restano ai margini, e nemmeno dovremmo farlo noi”.

 

Il riferimento alla Cina non è un elemento nuovo nei discorsi del Presidente Obama alle Camere e al popolo americano. Sia esso un j’acccuse o anche solo un riferimento.  Molti hanno accusato il presidente di avere un atteggiamento ondivago nei confronti di quella che soprattutto i repubblicani considerano una “vera minaccia” per gli Usa. “L’amministrazione democratica ha faticato non poco, negli ultimi anni, per trovare una giusta lunghezza d’onda nei rapporti con la Cina” ha spiegato ad AgiChina24 Raffaello Matarazzo analista di politica internazionale di Eni, consulente di ricerca dell’Istituto Affari Internazionali e docente di politiche comparate all’Università Saint John’s di New York. “Il ricambio generazionale avviato a Pechino con l’insediamento della nuova leadership sembra aver sbloccato parzialmente l’impasse, con un lieve miglioramento dei rapporti bilaterali. La Cina sembra lentamente acquisire crescente consapevolezza del suo ruolo di international stakeholder” ha aggiunto Matarazzo, co-autore del saggio  appena uscito “La lezione di Obama, come vincere le elezioni nell’era della politica 2.0” edito da Baldini e Castoldi.

 

Ma Obama non è stato l’unico negli ambienti politici statunitensi, a guardare al Gigante asiatico nelle ultime 24 ore. Dopo di lui è stata la volta di Max Baucus , l’uomo che Obama ha indicato come il prossimo ambasciatore americano in Cina. Baucus, ha dichiarato che la protezione dei diritti umani è in cima alla sua agenda e che intende rafforzare i rapporti con sino-americani attraverso un atteggiamento costruttivo. Settantadue anni, senatore democratico del Montana e in attesa dell’approvazione  del Senato, Baucus ha detto di essere fermamente convinto che “le strette relazioni politiche portano a forti relazioni economiche”  Parole che non sono piaciute al repubblicano John McCain secondo cui la Cina rappresenta una minaccia crescente per la pace e la stabilità in Asia  e se Baucus non lo ha capito, ha fatto intendere McCain senza giri di parole, non può proteggere gli interessi degli Usa.


E se una parte del governo americano soffia sul fuoco, l’altra sembra gettare acqua. Almeno per quanto riguarda il braccio di ferro tra Cina e Giappone. Secondo quanto riportato oggi dall’agenzia Kyodo news, due settimane prima della visita del premier giapponese Shinzo Abe all’altare di Yasukuni, il vice presidente Joe Biden avrebbe tenuto un lungo colloquio telefonico con Abe per cercare di convincerlo a rinunciare alla visita. Tra i caduti nipponici della Seconda Guerra mondiale sono sepolti, infatti, anche 14 supercriminali colpevoli delle peggiori atrocità nella guerra sino-nipponica, va da sé che l’omaggio avrebbe scatenato l’ira di Pechino. E così è stato. Il governo cinese ha definito “inaccettabile” il gesto di Abe accusandolo di “avere una errata percezione della storia”; dall’altra sponda del Pacifico, invece,Washington ha emesso un comunicato subito dopo la visita  del premier in cui si è detta “delusa”. La  telefonata di Biden sembra essere la dimostrazione dell'intenzione di Washington di tenere distesi i rapporti sino-giapponesi. Insomma, se da una parte gli Usa tentano di arginare l'ascesa cinese in Asia Pacifico attraverso nuovi accordi con gli alleati nella regione, dall'altro sembrano avere l'interesse a non esacerbare i rapporti tra Cina e Giappone, già messi a dura prova dalla contesa sulle isole Diaoyu/Senkaku.

 

La parziale distensione dei rapporti sino-nipponici – ha continuato Matarazzo - è una delle condizioni fondamentali della strategia di crescente influenza americana nella regione del Pacifico - il cosiddetto pivot asiatico - sotto il profilo politico, economico ed anche energetico. Lo storico asse tra Usa e Giappone nell’area non è in discussione, e Washington è certamente interessata a ridurre al minimo i margini di possibile frizione tra Tokyo e Pechino.



Intanto al Pentagono preoccupa il confronto tra la spesa militare americana e quella cinese. La superiorità militare degli Usa – ha detto oggi il Pentagono - sta per essere messa in ombra dall’ammodernamento cinese. Mentre Pechino investe, Washington taglia, riassume il comunicato stampa.  E sebbene i funzionari della difesa dicono di non aspettarsi un faccia a faccia militare con la Cina, non escludono che quelle tecnologie possano essere vendute ad altri Paesi e che gli Stati Uniti si ritrovino ad affrontarle con mezzi militarmente inferiori.

Un timore quasi infondato secondo Matarazzo: “Gli Stati Uniti continuano a detenere, da soli, circa la metà dell’arsenale militare mondiale cui va sommato, in caso di gravi crisi internazionali, l’arsenale militare dei paesi appartenenti alla Nato. E’ naturale che la più grande crisi economica dell’ultimo secolo costringesse il governo ad alcuni tagli, soprattutto dopo l’exploit del bilancio della difesa Usa successivo all’ 11 settembre. Ma credo che nessuno negli Usa, in coscienza, possa davvero dichiarare che  i tagli abbiano aumentato l’esposizione del paese a possibili minacce”.



29 gennaio 2014

 

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