Politica internazionale

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Minatori arrestati in Ghana:
parenti contro governo

di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella


Roma, 7 giu.- Il governo cinese non è in grado di proteggere i suoi lavoratori all'estero. Lo scandiscono a suon di slogan le centinaia di persone che si sono riversate per le strade del Guangxi dopo che 160 cercatori d'oro cinesi sono stati arrestati ad Accra, in Ghana, con l'accusa di essere clandestini e di condurre attività estrattive illegali  nelle miniere della regione centrale dell'Ashanti. Il fermo – fa sapere il governo ghanese – è il risultato di una maxi retata. Secondo quanto riferito da Francis Palmdeti, capo dell'Ufficio Immigrazione del Ghana, i cinesi saranno rimpatriati quando loro stessi o l'ambasciata cinese pagheranno i costi di trasporto".

 

In patria, i manifestanti si sono radunati davanti alla sede del governo locale della contea di Shanglin, casa della gran parte della maggior parte dei cercatori d'oro nel Paese africano. "Ogni telefonata che arriva dai nostri parenti in Ghana ci distrugge. Migliaia di minatori sono in pericolo, possono essere sequestrati e derubati" sostiene uno dei dimostranti. Si stima che i cercatori d'oro cinesi illegali in Ghana siano oltre 50mila, e la maggior parte di loro proverrebbe proprio da Shanglin. Il valore degli affari è da capogiro: secondo il 21st Century Business Herald – quotidiano finanziario cinese - la banca di Shanglin sembra aver ricevuto in sole due settimane un totale di un miliardo di yuan (125milioni di euro circa) in rimesse dal Ghana.

 

Intanto il portavoce del ministero degli Esteri Hong Lei ha tentato di rassicurare i parenti dei detenuti spiegando che il governo cinese è in contatto con quello ghanese e che funzionari del Drago hanno fatto loro visita per garantire assistenza e beni di prima necessità. "Abbiamo fatto pressioni al governo del Ghana affinché metta fine alle violazioni dei diritti dei nostri connazionali" ha dichiarato Hong, aggiungendo che i rappresentanti di Pechino stanno conducendo una missione nell'area interessata.

 

"Da domenica scorsa ho ricevuto almeno 50 telefonate al giorno da parte dei familiari di minatori cinesi" spiega Su Zhenyu, segretario generale dell'Associazione cinese dei minatori."Secondo le denunce almeno cinque connazionali sono stati uccisi a Kumasi, Obuasi e Dunkwa, nella regione dell'Ashanti". Ma è difficile portare il conto – puntualizza -  perché molti cercatori d'oro cinesi sono nascosti nelle foreste, in villaggi locali o hanno perso i contatti con i familiari in Cina. "I gangster locali prendono di mira chiunque abbia l'aspetto asiatico, non importa se sei un minatore o il proprietario di un ristorante" spiega ancora Su.

 

La vicenda non è un caso isolato, soprattutto in Ghana, secondo maggior produttore di oro del continente africano dopo il Sudafrica. Il Dragone ha puntato gli occhi sull'intero continente e investe in progetti infrastrutturali, know how, e sviluppa progetti che riguardano istruzione, sanità e cultura. Cosa vuole in cambio? "Sostegno verso i propri interessi". Rientrano in questo grande progetto – che il governo definisce una "win - win situation" – anche la visita in Tanzania, in Congo e in Sud Africa effettuate dal presidente Xi Jinping a marzo durante il suo primo tour internazionale in veste di capo dello stato.

 

La frenetica corsa all'oro dei cinesi in Ghana prosegue dal 2005, dopo che alcuni cercatori improvvisati avevano fatto la loro fortuna tornando in Patria più ricchi di prima. Da allora fiumi di cinesi hanno invaso le miniere d'oro ghanesi creando rapporti di partenariato anche con i locali. Secondo Su Zhengyu "le miniere in Ghana controllate dai cinesi producono circa 24 tonnellate di oro all'anno".

 

Tuttavia la forte presenza cinese in territorio ghanese crea non poche tensioni con i residenti, che vedono i cercatori d'oro cinesi come coloro che rubano il lavoro alla popolazione locale. A ciò si aggiunge anche un  problema ambientale visto che le miniere d'oro illegali producono scarichi che inquinano laghi e fiumi e, secondo i locali, tolgono il lavoro ai nativi. "In alcune aree l'acqua non è potabile e molte foreste sono state distrutte" riferisce Daniel Mishio, capo della Commissione per la sicurezza nazionale ghanese al The Guardian, aggiungendo "questo mette in serio pericolo in nostro futuro".

 

Tutto ciò a portato al massiccio giro di vite ordinato il mese scorso dal governo di Accra, il quale ha istituito una commissione politica per inasprire i controlli sulle attività minerarie illegali e per far rispettare una legge in vigore dagli anni ottanta che vieta agli stranieri di lavorare nelle miniere di piccole dimensioni. Lo scorso ottobre un altro raid era stato messo a segno, portando all'arresto di 101 cinesi ritenuti illegali e successivamente liberati su cauzione grazie all'intercessione del governo cinese. Durante il blitz aveva perso la vita anche un ragazzo di 16 anni, raggiunto da un proiettile mentre tentava la fuga.

 

Il problema della sicurezza dei lavoratori del Dragone oltre confine non è limitata solo ai clandestini di Accra. Nel gennaio del 2012, 29 operai cinesi furono rapiti da gruppo di ribelli nel Sud Kordofan, in Sudan. I sequestrati erano tutti operai che stavano lavorando alla costruzione di una strada. 

 

La vicenda - terminata qualche giorno dopo col rilascio degli ostaggi, reso possibile dall'intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa - ha risvegliato la rabbia dell'opinione pubblica cinese che si interroga sui rischi corsi dai sempre più numerosi lavoratori inviati da Pechino in alcune delle aree più turbolente del monde: "Non è affatto semplice per un cinese cercare di guadagnare qualche soldo" scriveva un utente su Sina.Weibo, il Twitter cinese. Autostrade, ponti, aeroporti e dighe: negli ultimi anni il Dragone si è affermato come principale investitore e costruttore dell'Africa sub-Sahariana e di tutte quelle regioni in via di sviluppo che le società occidentali evitano. E per la realizzazione di questi progetti le compagnie semi-statali cinesi tendono a inviare forza lavoro dalla madrepatria anziché assumere personale del luogo: un approccio che se da una parte assicura risultati nel più breve tempo possibile, dall'altro estranea la popolazione locale mettendo a rischio la vita dei cinesi. Secondo Neil Ashdown, analista per l'Asia e il Pacifico presso la società di consulenza con base a Londra IHS Global Insight, in percentuale le aziende cinesi inviano all'estero molti più lavoratori di quanto facciano quelle occidentali. La maggior parte di questi lavoratori verrà poi raggiunto dal resto della famiglia con il risultato che Pechino si ritrova a gestire un sempre maggior numero di cittadini in aree fortemente a rischio.


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