Politica internazionale

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LA MINACCIA DELL'ISIS E GLI SCONTRI IN XINJIANG
I volti del terrorismo per Pechino

LA MINACCIA DELL ISIS E GLI SCONTRI IN XINJIANG<br />I volti del terrorismo per Pechino


Di Eugenio Buzzetti

Twitter@Eastofnowest

 

Pechino, 20 nov. - La Cina ha promesso di "consegnare alla giustizia" gli autori dell'uccisione del primo cittadino cinese rimasto ucciso sotto i colpi dei jihadisti dell'autoproclamatosi Stato Islamico, e in molti si chiedono quale potrà essere la risposta cinese all'Isis. L'annuncio dell'uccisione dell'ostaggio cinese ha provocato lo sdegno delle massime autorità, dei media e della popolazione che si è espressa sui social media cinesi. Subito dopo la conferma della morte del consulente freelance Fan Jinghui, messo "in vendita" dall'Isis nel settembre scorso, il presidente cinese, Xi Jinping, da Manila - dove si trovava per partecipare al vertice Apec - ha condannato il gesto definendo il regime di Al-Baghdadi "nemico dell'umanità": nelle stesse ore, il primo ministro, Li Keqiang, ha chiesto di aumentare il livello di sicurezza per cittadini e gruppi cinesi all'estero, definendo una "atrocità" l'uccisione del proprio concittadino, morto assieme a un altro prigioniero di nazionalità norvegese, Ole Johan Grimsgaard-Ofstad, secondo quanto scrive l'ultimo numero della rivista in lingua inglese dell'Isis, Dabiq.

La notizia della morte del proprio concittadino ha messo in allarme anche il popolo cinese del web, che si è espresso anche con toni duri sulla vicenda. "Ora che il fuoco brucia vicino a casa, pensate ancora che sia un problema di altri?", chiede un utente in un post su Weibo, la piattaforma di social network più utilizzata in Cina. Molti altri hanno espresso pareri analoghi, alcuni dei quali chiedendo anche un intervento più concreto da parte del governo nel contrasto alle forze dell'Isis e di unirsi alla Russia nei raid aerei contro lo Stato Islamico.

Le ultime ore sono state segnate anche da un altro episodio, l'assalto all'hotel Radisson di Bamako, capitale del Mali, da parte di un gruppo di uomini armati identificati come jihadisti dai primi testimoni: tra i 170 ostaggi ci sono anche sette ospiti cinesi dell'albergo come confermato all'agenzia Xinhua. La situazione è in evoluzione e nel tardo pomeriggio di oggi, ora locale, si ha notizia di tre vittime, due cittadini del Mali e un francese. Proprio il tema della sicurezza dei cittadini cinesi all'estero è stato oggetto di un editoriale comparso prima dell'attacco all'hotel di Bamako da parte del quotidiano Global Times, giornale pubblicato dall'organo di stampa del Partito Comunista Cinese, il Quotidiano del Popolo. "Proteggere la sicurezza dei cittadini cinesi all'estero è diventata una nuova sfida per il Paese", scrive il tabloid cinese.

Intanto, sul territorio cinese, continua la lotta al terrorismo interno, che Pechino riconduce agli uomini dell'Etim, l'East Turkestan Islamic Movement composto da separatisti uighuri che chiedono l'indipendenza dello Xinjiang dal governo centrale, e a cui Pechino imputa l'intensificarsi delle azioni terroristiche nel Paese da fine 2013. L'Etim è stato citato nel corso del G20 di Antalya, in Turchia, dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, che ha sottolineato l'importanza di includere la sigla separatista nella lotta al terrorismo internazionale. Sul contrasto al fenomeno, Pechino chiede da tempo - e lo ha ribadito al G20 il presidente cinese, Xi Jinping - un'azione coordinata senza "doppi standard", formula utilizzata proprio per includere nella lotta al terrorismo anche i gruppi separatisti dello Xinjiang.

La regione autonoma rappresenta il fattore di instabilità più grave per la sicurezza interna, secondo le autorità cinesi. Proprio oggi, è arrivata la conferma ufficiale della morte di 28 uomini appartenenti secondo le autorità regionali a una gang di terroristi ritenuta responsabile di un attacco a colpi di coltello in una miniera non lontana dai confini con il Kirghizistan in cui sono morte, secondo il bilancio ufficiale, sedici persone, tra cui cinque membri delle forze dell'ordine. Altre cifre non ufficiali diffuse in precedenza parlavano di un bilancio molto più grave. L'operazione che ha portato alla morte negli scontri a fuoco con le forze dell'ordine dei 28 uomini è durata 56 giorni, ed è stata realizzata con un grande dispiego di forze: da settembre scorso, la caccia all'uomo, come la definisce l'agenzia Xinhua, ha coperto una superficie di 1300 chilometri quadrati soprattutto nelle aree montuose della regione. Nello Xinjiang è in corso dal maggio 2014 una campagna anti-terrorismo che ha portato, nel primo anno di vita, a neutralizzare 181 gruppi di matrice terroristica nella regione, secondo i dati ufficiali.

Per combattere gli attacchi all'interno del Paese, il governo ha utilizzato un corpo paramilitare finora poco noto, lo Xinjiang Production and Construction Corps, che esiste dai tempi di Mao - è stato fondato nel 1954 - e che lo scorso anno, in occasione del sessantesimo anniversario dalla nascita, è stato oggetto di un libro bianco da parte del governo cinese. Nel documento, le autorità di Pechino sottolineano l'importanza di rafforzarsi e di occuparsi della "stabilità sociale e della pace duratura nello Xinjiang" con particolare riferimento alla sicurezza sui confini della regione con i Paesi dell'Asia centrale. "Al momento - si legge nel libro bianco - lo Xpcc si sta concentrando per diventare una milizia di punta in Cina" addestrata per rispondere prontamente alle situazioni di emergenza.

 

20 NOVEMBRE 2015

 

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