Politica internazionale

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KERRY IN CINA, INTESA SU PYONGYANG E CLIMA

KERRY IN CINA, INTESA SU PYONGYANG E CLIMA


di Eugenio Buzzetti
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Pechino, 17 feb. - La minaccia nord-coreana e la protezione dell'ambiente uniscono gli Stati Uniti e la Cina. La libertà di espressione su internet rimane un solco tra i due Paesi, mentre la possibilità di un atteggiamento ostile della Cina nei confronti degli Stati del sud-est asiatico con cui ha dispute di sovranità territoriale resta un punto interrogativo per Washington. Sono questi i risultati della visita di due giorni in Cina del segretario di Stato Usa John Kerry. L'intesa tra le due sponde del Pacifico su Pyongyang sembra completa, soprattutto dopo le affermazioni lapidarie del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, che rafforzano l'impegno cinese a mantenere la stabilità nella penisola. "Non solo lo diciamo - aveva dichiarato venerdì scorso Wang - lo facciamo". La determinazione cinese ha suscitato l'entusiasmo del segretario di Stato americano. La Cina, aveva dichiarato Kerry al termine dei colloqui, "non avrebbe potuto esprimere con più forza il proprio impegno" nei confronti del nucleare nord-coreano. Un segnale che qualcosa sta cambiando nella visione cinese della dittatura di Kim Jong-un.


"Solitamente gli Stati Uniti sono più preoccupati della Cina sul tema della nuclearizzazione - spiega ad AgiChina24 Tao Xie, docente di Scienze Politiche presso la School of English and International Studies dell'Università di Studi Stranieri di Pechino - ma la Cina sembra avere sposato la causa con maggiore forza, sia per la vicinanza geografica con la Corea del Nord (e le disastrose conseguenze di un incidente nucleare) sia per l'atteggiamento apparentemente ostile del regime verso la Cina, di cui la purga di Jang Song-thaek è un indicatore". Jang, ex numero due del regime nordcoreano e zio dello stesso Kim, è stato giustiziato a dicembre scorso, dopo un processo lampo in cui è stato riconosciuto colpevole di tradimento.

 

Come segnale di ammorbidimento delle proprie posizioni, proprio in quelle ore, Pyongyang dava il si definitivo agli incontri delle famiglie divise dal confine tra i due Paesi, dopo i dubbi della Corea del Nord dei giorni precedenti riguardo agli esercizi militari congiunti tra Seul e Washington che si terranno proprio a partire dai giorni previsti per il ricongiungimento delle famiglie, previsto per il 20-25 febbraio. Intanto, da oggi a giovedì prossimo, il vice ministro degli esteri cinese, Liu Zhenmin sarà a Pyongyang, ha reso noto il Ministero degli Esteri. Una normale missione diplomatica, quella di Liu, che però si inserisce nel contesto delle polemiche sulla possibile richiesta di rinvio alla Corte Internazionale dell'Aia del regime di Kim per crimini contro l'umanità che le Nazioni Unite potrebbero avanzare nelle prossime ore. Ipotesi, questa, che Pechino non vede come praticabile, e chiede, invece, "un dialogo costruttivo e su basi paritarie" con Pyongyang per risolvere la questione.

 

L'intesa tra Pechino e Washington trova resistenze per quanto riguarda le questioni in sospeso della politica estera cinese, ovvero la sovranità sui territori contesi con gli altri Stati del sud-est asiatico. Da Jakarta, oggi, Kerry ha dichiarato che per evitare l'escalation nella regione sarà fondamentale per tutte le parti coinvolte attenersi al codice di condotta marittima proposto nei mesi scorsi. "Più a lungo si protrarrà il processo, più a lungo le tensioni ribolliranno - ha spiegato Kerry durante una conferenza stampa - e maggiori saranno le probabilità che un errore di calcolo da parte di qualcuno possa scatenare un conflitto, che non è nell'interesse di nessuno". Le parole di Kerry arrivano a poche settimane da uno scoop dello Asahi Shimbun che a inizio febbraio aveva pubblicato la notizia di una possibile nuova ADIZ (la zona di intensificazione aerea) sul Mare Cinese Meridionale, come quella, definita da Kerry "unilaterale e non annunciata" che l'aeronautica di Pechino aveva creato sul Mare Cinese Orientale e sopra le isole contese con il Giappone, il 23 novembre scorso. Un'ipotesi, questa, che non convince Tao Xie. "Al momento - spiega lo studioso - sembra impossibile per la Cina dichiarare una simile ADIZ nel Mare Cinese Meridionale, perché diversamente da quella nel Mare Cinese Orientale, questa nuova zona coinvolgerà molti più Paesi e una porzione di mare più ampia. I leader cinesi sono pienamente consapevoli delle conseguenze di un'azione unilaterale di questo genere. Molto probabilmente potrebbe guidare a una corsa alle armi a livello regionale e all'instabilità".

 

Proprio la disputa con il Giappone, già accesissima per le rivendicazioni territoriali cinesi e per i roventi scambi di battute ai limiti dell'insulto tra Tokyo e Pechino, si arricchisce di un nuovo capitolo in queste ore. Pechino ha espresso "seria preoccupazione" nelle scorse ore alla notizia che Tokyo avrebbe opposto resistenza a consegnare agli Stati Uniti oltre 300 chilogrammi di plutonio a uso militare, che sarebbero bastati a produrre circa 50 bombe atomiche. Tokyo, secondo quanto scrive l'agenzia di stampa Kyodo, avrebbe poi ceduto alle pressioni di Washington. Il Giappone, secondo Pechino, deve "rispettare il suo impegno internazionale alla non proliferazione e alla sicurezza nucleare".

 

Il dissenso tra Cina e Stati Uniti è ancora più aperto, invece, per quanto riguarda la libertà di espressione su internet in Cina. Sabato scorso, il segretario di Stato Usa aveva incontrato alcuni blogger cinesi, ai quali aveva confermato l'impegno dell'amministrazione Obama per la libertà di espressione on line.  "Noi poniamo la questione a ogni incontro e a ogni livello -aveva dichiarato Kerry -  sia negli Stati Uniti che qui". Non è solo una materia che ha a che vedere con i diritti civili, per il segretario di Stato Usa. "Pensiamo che anche l'economia cinese possa essere più forte con una maggiore libertà di internet" spiega Kerry. Le parole, però, non sono bastate ai rappresentanti degli internauti cinesi, nei quaranta minuti di incontro: c'è stato anche chi, come il blogger Zhang Jialong, ha rimproverato ai grandi nomi di internet a stelle e strisce di aiutare il governo cinese nella censura di alcuni siti o social network noti a livello globale, come Twitter. Un Kerry forse sorpreso dalle affermazioni del blogger ha dichiarato che sente per la prima volta questo tipo di recriminazioni e ha promesso di affrontare il caso più da vicino, una volta rientrato negli Usa.


"Questo scenario non solo è possibile - commenta Tao Xie - ma è anche già capitato in passato quando Yahoo ha aiutato il governo cinese a localizzare un dissidente a Hong Kong. A una seduta del Congresso americano, alcuni membri hanno dato la colpa alle società informatiche statunitensi. Il governo statunitense potrà non guadagnarci molto da questo, ma le aziende sono costrette a farlo, se non vogliono correre il rischio di perdere il lucroso mercato cinese". L'incontor tra Kerry e i blogger non è piaciuto al governo di Pechino, che definisce "naive" gli appelli del segretario di Stato e rispedisce le critiche al mittente usando due sole parole: Edward Snowden, l'ex agente dell'Nsa, che in fuga dall'agenzia governativa Usa aveva rivelato lo spionaggio informatico ai danni della Cina  a partire dal 2009. "Gli affari cinesi devono essere decisi dal popolo cinese - ha replicato la portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying - Usare metodi come questo per spingere la Cina verso un cambiamento come vorrebbero loro, non è piuttosto naive?".

 

Una buona notizia proveniente dalla visita di Kerry a Pechino dei giorni scorsi, potrebbe invece arrivare sul versante della protezione ambientale. Cina e Stati Uniti si impegneranno in futuro per combattere i cambiamenti climatici causati dall'inquinamento. L'obiettivo è raggiungere un accordo entro l'anno prossimo, quando a Parigi si terranno i colloqui per i cambiamenti climatici, i più importanti dal protocollo di Kyoto, non ratificato dagli Usa, del 1997. Cina e Stati Uniti sono i maggiori responsabili dell'inquinamento atmosferico a livello globale e nelle scorse settimane, gli effetti dello smog cinese sulle coste occidentali degli Usa hanno riempito le pagine dei maggiori giornali statunitensi. "Dati gli alti livelli di smog in Cina - conclude Tao Xie - il governo sembra propenso a partecipare a negoziazioni sulla riduzione di emissioni inquinanti. Dal momento che la Cina è il più grande Paese in via di sviluppo e all'apparenza il Paese che emette il più alto livello di inquinamento atmosferico, il suo impegno aiuterà certamente a ridare vigore a livello globale ai colloqui sui cambiamenti climatici. Dal punto di vista della politica energetica, la Cina può ridurre la dipendenza dal carbone e investire di più nelle energie pulite".


 


17 febbraio 2014

 

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