Politica internazionale

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CLIMA: PECHINO CHIAMA PARIGI
Responsabilità comuni ma ruoli diversi

CLIMA: PECHINO CHIAMA PARIGI <br />Responsabilità comuni ma ruoli diversi


Di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 27 nov. - La posizione cinese sulle emissioni inquinanti si è molto ammorbidita negli ultimi anni, e l'attenzione di Pechino per la protezione ambientale è cresciuta insieme agli allarmanti valori degli agenti inquinanti nell'aria delle grandi città. Alla vigilia dell'inizio della Conferenza di Parigi sul clima, la Cina si tiene su due posizioni distinte, espresse dal suo rappresentante speciale per il Clima, Xie Zhenghua: l'ex ministro della Protezione Ambientale cinese aveva chiesto settimana scorsa un accordo vincolante tra tutti i Paesi coinvolti nelle trattative di quello che si preannuncia come il maggiore evento sui Cambiamenti Climatici degli ultimi anni, ma allo stesso tempo aveva sottolineato differenti gradi di responsabilità nella lotta al surriscaldamento globale da parte delle economie industrializzate rispetto ai Paesi in via di Sviluppo, come la Cina stessa si considera.

Le posizioni degli esperti rispetto agli impegni presi dalla Cina e dai maggiori Paesi coinvolti nelle discussioni dei prossimi giorni passano da un cauto ottimismo alla critica di chi ritiene che, allo stato attuale, le promesse di riduzione delle emissioni inquinanti non bastino a contenere entro i due gradi centigradi l'aumento delle temperature medie mondiali rispetto alla fase precedente alla prima Rivoluzione Industriale. Osservata speciale è la Cina, primo Paese al mondo per emissioni inquinanti, che ha promesso lo scorso anno di raggiungere il picco della produzione di Co2 entro il 2030 e di ridurre, sempre entro quella data, le emissioni inquinanti per unità di prodotto interno lordo del 60-65% rispetto ai valori del 2005, grazie anche all'apporto crescente nel paniere energetico delle fonti energetiche rinnovabili e del nucleare. Il carbone rimane, però, responsabile dei due terzi dell'energia prodotta in Cina, anche se il rappresentante di Pechino per il Clima ha recentemente parlato dei progressi anche in questo campo, sottolineando la quantità di centrali obsolete e ad alto impatto ambientale che sono state chiuse negli ultimi anni.

Per evitare il surriscaldamento del pianeta, gli esperti del Potsdam Institute for Climate Impact Research avevano calcolato anni fa che tra il 2000 e il 2050 le emissioni di Co2 non dovranno superare la soglia dei mille miliardi di tonnellate: dal 1870 al 2013 ne sono state bruciate 1900 miliardi e continuando ai ritmi attuali, il carbon budget - ovvero l'ammontare di emissioni di Co2 che possono essere emesse senza provocare il superamento dei due gradi centigradi dalle temperature medie della fase pre-industriale - si esaurirà intorno al 2040. Il rischio è che gli impegni presi dai Paesi maggiormente responsabili, tra cui Usa, India e Cina, oltre ai Paesi dell'Unione Europea, possano non essere sufficienti. Pechino ha mostrato di avere obiettivi ambiziosi e di avere varato regole restrittive nella "guerra all'inquinamento", ma il ruolo che avrà nelle discussioni rimane a poche ore dalla cerimonia inaugurale della Conferenza di Parigi oggetto di dubbi da parte degli esperti. "Non c'è contraddizione nelle due posizioni cinesi - afferma ad Agi Jorgen Delman, esperto di politiche sul clima e sull'energia presso l'università di Copenaghen - Il problema è cosa farà la Cina: vorrà un accordo vincolante da subito o, invece, fissare degli obiettivi per un accordo futuro? La Cina si può considerare un Paese in via di sviluppo o un Paese che si trova a metà tra l'essere in via di sviluppo e un Paese industrializzato?".

Se Pechino sottolinea il proprio impegno, anche per distanziarsi dalle posizioni più critiche tenute nel 2009 a Copenaghen e nel 2011 al summit sul Clima di Durban, in Sudafrica, una grande incognita nel raggiungimento degli obiettivi con cui la Cina si presenta alla Conferenza di Parigi è data dalle modalità di attuazione da parte delle amministrazioni locali. "Il quadro generale resta da migliorare, nel senso che è molto ambizioso ma bisogna vedere quali standard verranno seguiti: se si adatteranno alle pratiche europee o se si abbasseranno gli standard per le green solutions - continua Delman - La capacità di rafforzare gli obiettivi dipenderà  da come reagiranno le amministrazioni locali. La Cina è seria riguardo a questo tema, ma molto dipenderà da come verranno messe in pratica le regolamentazioni". Difficile fare una previsione sull'esito della Conferenza. Per l'esperto danese neppure gli Stati Uniti sembrano convinti di un accordo vincolante, nonostante gli appelli del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che nei giorni scorsi aveva sottolineato come il business e il rispetto per l'ambiente possano andare mano nella mano. La Conferenza potrebbe concludersi con una "roadmap", come la definisce, per il raggiungimento comune dell'accordo più avanti nel tempo.

Più possibilista, invece, l'approccio riguardo alle discussioni sull'Environmental Goods Agreement, l'accordo avviato nel luglio 2014 tra Stati Uniti, Cina, Paesi dell'Unione Europea e altri undici membri dell'Organizzazione Mondiale del Commercio per abbattere dazi doganali e successivamente anche barriere non tariffarie per le importazioni di tecnologie per l'ambiente. La Cina, in particolare, potrebbe trarne vantaggio anche se "diversi regolamenti in tema di protezione ambientale potrebbero rendere difficile un aumento significativo dell'importazione di tecnologie verdi - conclude il docente dell'Università di Copenhagen - I negoziati riguardano come rimuovere le barriere. In ogni caso, l'accordo è una buona cosa: è nell'interesse di tutti, ed è nell'interesse della Cina aumentare le importazioni di questo tipo di tecnologie".

27 NOVEMBRE 2015

 

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