Politica internazionale

Cina: visita di Abe a Yasukuni
un problema di tutti

Cina: visita di Abe a Yasukuni <br />un problema di tutti


di Sonia Montrella
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Roma, 9 gen.- La visita del primo Ministro Abe a Yasukuni non è solo una questione tra Cina e Giappone, ma un problema dell'intera comunità internazionale.

Il monumento ai caduti giapponesi nella Seconda guerra mondiale, rappresenta da decenni uno dei nervi scoperti nelle relazioni sino-giapponesi, che si rinfiamma puntualmente ogni volta che i leader del governo vanno a rendere omaggio ai loro eroi di guerra. Tra i 2,5 milioni di soldati sepolti a Yasukuni, ci sono anche  quelli che Pechino definisce 14 supercriminali responsabili delle peggiori atrocità durante l'invasione nipponica in Cina durante la quale secondo gli storici oltre 25mila cinesi persero la vita. "Inaccettabile" e "anacronistico", dunque, per il governo cinese l'omaggio  di Abe a Yasukuni dello scorso 26 dicembre.

Mercoledì la Cina è tornata ad alzare la voce sulla questione e, per bocca del suo inviato speciale all'Onu, Liu Jieyi, ha invitato l'intera comunità internazionale ad ammonire il premier Abe per quel gesto che sta portando il Giappone "su una strada rischiosa". Il premier, ha detto Liu ai giornalisti presenti al Palazzo di Vetro, "deve correggere i suoi errori e la sua visione della storia"  che "celebra l'aggressione militaristica del Giappone".

Ma non solo. La mossa di Abe "va contro lo Statuto dell'Onu". "E' responsabilità di tutti, collaborare e salvaguardare i principi e gli obiettivi della Carta ed evitare qualsiasi comportamento errato che possa condurre un Paese su un sentiero pericoloso".

Da parte sua, il premier giapponese ha fatto sapere lunedì che "le porte del dialogo sono aperte" e che pur senza tornare sui suoi passi vorrebbe  spiegare direttamente alla Cina e alla Corea del Sud – anch'essa vittima dell'invasione nipponica e indignata dopo i fatti del 26 dicembre – il motivo della sua visita a Yasukuni. Magari attraverso dei colloqui bilaterali.

Quella di Abe è stata la prima visita al tempio di un primo ministro giapponese dal 2006, quando vi si era recato l'allora premier Yunichiro Koizumi, la cui ripresa degli omaggi all'altare incrinarono nuovamente quei rapporti sino-giapponesi che erano stati riallacciati lentamente. La svolta si ebbe di nuovo con il successore di Koizumi che si è astenuto dalla visita al santuario simbolo dell'imperialismo di Tokyo, una decisione molto apprezzata a Pechino tanto che nel 2007 Wen Jiabao ruppe definitivamente il ghiaccio dando di nuovo inizio alle visite a livello di capi di Stato in Giappone.

Ma i sorrisi tra le due superpotenze asiatiche si sono spenti presto a causa di un'altra questione irrisolta: il braccio di ferro sulla sovranità delle isole Diaoyu (Senkaku per Tokyo). Un arcipelago roccioso nel Mar Cinese Orientale amministrato da Tokyo in virtù del il Trattato di Shimonoseki, seguito alla sconfitta del 1895 del primo conflitto sino-giapponese e riconfermata da trattati siglati dopo la seconda guerra mondiale, ma che la Cina rivendica oggi come parte dei suoi territori. La contesa si è riaccesa con vigore lo scorso anno quando il Sol Levante ha deciso di acquistare due delle isole che compongono l'arcipelago mandando su tutte le furie Pechino. Tra incursioni di motovedette cinesi nelle acque contese  e ammonimenti, la contromossa del Drago è arrivata alla fine di novembre con l'annuncio da parte della Cina della creazione di una zona di identificazione aerea di Difesa (ADIZ) che comprende i cieli delle isole contese e che obbliga i velivoli che entrano nella zona a fornire precise indicazioni sui loro piani di volo e rispondere alle richieste di identificazione.

Intanto, sempre oggi, il Giappone ha detto di voler fare chiarezza su circa 280 isolotti collocati nelle sue acque territoriali e registrarli come beni nazionali. Una dichiarazione che difficilmente passerà inosservato nella capitale cinese.   




9 gennaio 2014

 

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