Politica interna

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XI JINPING DESIGNATO PRESIDENTE
Il nuovo leader tra riforme e continuità

XI JINPING DESIGNATO PRESIDENTE <br />Il nuovo leader tra riforme e continuità<br />


 

di Eugenio Buzzetti


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Pechino, 14 mar. - E' stato il giorno di Xi Jinping, che nella giornata di oggi è stato eletto presidente cinese dall'Assemblea Nazionale del Popolo. La sua nomina era largamente prevista, dopo che nel novembre scorso, al termine del diciottesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, era stato scelto come segretario generale del partito e capo della Commissione Militare Centrale, carica, anche questa, ufficializzata dal voto dell'assemblea di oggi. "In tempi recenti -ha commentato Willy Lam, tra i più apprezzati studiosi delle elite politiche cinesi- non c'è mai stata una persona che abbia avuto un tale potere nelle proprie mani in maniera così veloce". Con un solo voto contrario e tre astensioni, Xi Jinping è dunque stato eletto alla guida dello Stato e del partito.

 

In giornata, Xi ha ricevuto anche gli auguri del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. "In occasione della sua elezione a presidente della Repubblica Popolare Cinese -si legge nel messaggio- mi è particolarmente gradito farle pervenire a nome di tutto il popolo italiano e mio personale, le mie più vive e sincere congratulazioni". Nel messaggio di auguri, il presidente Napolitano ha poi ricordato la partecipazione di Xi Jinping alle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia, nel 2011, alle quali il neo-eletto presidente cinese "ha partecipato con un apprezzato segno di amicizia verso il nostro Paese. In tale spirito -ha concluso Napolitano- le porgo fervidi voti di benessere e di pieno successo nel mandato che oggi inizia a esercitare".

 

Tra le altre nomine di oggi, c'è poi quella di Li Yuanchao alla carica più simbolica che di effettivo potere di vice presidente cinese. Li era candidato fino al novembre scorso a un posto tra i membri del Comitato Permanente del Politburo, vertice del potere, ma è poi rimasto escluso dal ricambio al vertice all'ultimo momento. Li è membro del Politburo del partito. Zhang Dejiang, anch'egli membro del Comitato Permanente, è stato nominato presidente dell'Assemblea Nazionale del Popolo, il massimo organo legislativo del Dragone. Con queste due nomine, il processo di transizione al vertice del potere può dirsi quasi completato. Mancano ancora alcune conferme: la prima riguarda la carica di primo ministro che verrà assegnata domani a Li Keqiang. Nella giornata di sabato dovrebbe arrivare la riconferma -anche se non si sa ancora se per un mandato completo o per un periodo di tempo inferiore- alla guida della Banca Centrale di Zhou Xiaochuan, il governatore di più lungo corso della storia della Republica Popolare, in carica da dicembre 2002.

 

IL NUOVO LEADER TRA RIFORME E CONTINUITA'



Xi Jinping sarà il primo presidente cinese ad avere ben due suoi predecessori ancora in vita, Hu Jintao, e Jiang Zemin, fatto questo che secondo alcuni esperti potrebbe in realtà influire pesantemente sulle sue decisioni e sul suo reale potere. Dovrà poi trovare un equilibrio tra le due maggior fazioni all'interno del partito: quella dei principi rossi, a cui egli stesso appartiene, e quella dei tuanpai formatisi nella Lega Giovanile Comunista, che vedono in Hu Jintao il loro punto di riferimento. All'interno della cerchia ristretta del Comitato Permanente del Politburo, solo Li Keqiang, che domani verrà nominato primo ministro, appartiene alla fazione dei tuanpai, ma nel Politburo a 24, un gradino sotto il Comitato Permanente nella gerarchia del potere cinese, sono molti di più i membri riconducibili alla Lega Giovanile del Partito.

 

Sessanta anni ancora da compiere, Xi Jinping è nato nel 1953 nella provincia dello Shaanxi ed è entrato giovanissimo nel Partito Comunista Cinese, nel 1974. Figlio di un rivoluzionario della prima ora, Xi Zhongxun, Xi Jinping ha alimentato negli scorsi mesi molte domande su che tipo di leader sarà. Ha dato alcuni segnali della sua personalità e del suo carisma: il suo atteggiamento è molto più sciolto rispetto alla rigidità del suo predecessore, ma è ancora troppo poco per dare di lui un identikit completo. Uno dei suoi crucci, forse il maggiore, è la supremazia del partito all'interno dello Stato, di cui ha sottolineato l'importanza in più occasioni, a porte chiuse, con gli alti funzionari del PCC. Il suo terrore: che la Cina sotto la sua guida possa crollare come successo all'Unione Sovietica. Il suo giudizio sulla fine dell'URSS, riportato dal New York Times il mese scorso, è sprezzante: "le convinzioni e gli ideali vacillavano" aveva dichiarato a dicembre ad alcuni membri del partito del Guangdong. "Nessuno si è dimostrato un vero uomo decidendo di resistere" alla dissoluzione di "un grande partito". Xi Jinping non sarà quindi il Gorbaciov cinese che porrà fine al regime a partito unico. Anche se un cambiamento, almeno nell'immagine dell'apparato statale travolto dagli scandali lo scorso anno, è necessario.

 

Una delle battaglie in cui Xi Jinping dovrà impegnarsi durante il suo mandato è quella di rendere l'immagine della leadership più vicina ai cittadini, in qualche modo svecchiarla, e a umanizzarla allo stesso tempo. E' di ieri la notizia che la nuova first lady cinese, Peng Liyuan, intende seguire un percorso diverso da quello delle donne che l'hanno preceduta nella carica: Peng non si limiterà a un silenzioso ruolo di contorno quando seguirà il marito nei viaggi all'estero. In Sudafrica, seconda tappa dopo la Russia del primo viaggio da presidente di Xi, pronuncerà un discorso. Ancora non sono noti i contenuti, ma subito sono scattati i paragoni tra la nuova forse lady del Dragone e altre celebri mogli di presidenti, come Carla Bruni, anch'essa cantante, come Peng, e famosa indipendentemente dall'uomo che ha poi sposato. O Michelle Obama, che nelle uscite pubbliche a fianco del marito ha sottolineato più volte l'importanza del diritto all'educazione per le donne nel mondo.

 

Davanti a sè Xi Jinping ha un'opera di sburocratizzazione del partito: i primi segnali sono stati la campagna contro la corruzione tra i ranghi del PCC e le leggi anti-sprechi dei dirigenti dei grandi colossi di Stato che in molti casi siedono nell'Assemblea Nazionale del Popolo. Avvicinare il partito al popolo; riconquistare la fiducia dei cittadini. L'annunciata lotta contro le "tigri" e le "mosche" delle scorse settimane indica un impegno a estirpare sia i grandi corrotti che le piccole malversazioni per evitare che il diffondersi della corruzione a livelli incontrollabili possa provocare tumulti in grado, come successo in tempi recenti, di rovesciare i regimi politici al potere in diverse aree del mondo.



IL SOGNO E L'AUSTERITA'

 

Gli intellettuali che in questi mesi stanno lavorando per dare sostanza al discorso in cui Xi Jinping aveva fatto riferimento al sogno di rinascita nazionale preferiscono ancora non parlarne apertamente, ma il sogno del nuovo presidente cinese avrà certamente un ruolo nel definire la politica del Dragone per i prossimi dieci anni. Per ora, ha ricevuto il plauso dei primi studiosi e accademici del Dragone che si sono espressi a riguardo. Uno di loro, Zhang Daofu della prestigiosa università Fudan spiega ai microfoni della Xinhua che "dopo tre decenni di riforme, la Cina ha raggiunto la crescita economica, ma in termini di cultura e circolazione delle idee non c'è stato abbastanza progresso". Il sogno di rinascita nazionale, conclude il professore, "riempie il vuoto" che si era creato negli ultimi decenni. Gli esperti, però, fugano subito le perplessità: il sogno cinese non si realizza con una maggiore apertura del sistema politico ai modelli occidentali, ma perseguendo la via del socialismo con caratteristiche cinesi.

 

Se per capire qualcosa di più di quello che sarà il sogno cinese bisognerà aspettare ancora un po', Xi Jinping non ha perso tempo nei suoi primi mesi da segretario generale per fare capire di che pasta è fatto. Niente sfarzi inutili: niente spese fuori budget; zero privilegi per chi detiene ruoli nel partito; rispetto della legge a tutti i livelli. Sono queste le linee guida del suo pensiero emerse finora. Anche in occasione dell'apertura dei lavori del "lianghui", cioè della "doppia riunione" di ANP e CPPCC che sta volgendo al termine in questi giorni, si sono visti gli effetti della sua campagna: i delegati dei due organi sono arrivati a Pechino a bordo di auto private, senza inutili sfarzi. La campagna contro gli sprechi ha assunto un valore moralizzatore a tutti i livelli della vita civile: sua è stata la decisione di proibire le bevande alcoliche dai pasti consumati nei ristoranti dagli alti ranghi dell'esercito e dai funzionari del partito, o quella di proibire gli spot televisivi dei beni di lusso a ridosso della capodanno lunare. Misure di austerity che sono costate, secondo i calcoli dello Shanghai Daily, sessanta milioni di yuan di mancati guadagni nella capitale finanziaria del Dragone, con un calo nel giro d'affari di hotel e ristoranti di lusso del 20% in tutto il Paese.

 

IL LEGAME CON L'ESERCITO



Un dato importante della leadership esercitata finora da Xi Jinping è il legame con l'esercito. Solo due giorni fa, durante i lavori dell'ANP Xi aveva ancora una volta sottolineato l'importanza della lealtà dei soldati e degli ufficiali alla linea del PCC, un richiamo doveroso da parte dell'uomo che di lì a poche ore avrebbe ricoperto anche la carica di presidente cinese, ma ancora più in un momento particolare della storia della Repubblica Popolare, dopo l'epurazione dell'ex segretario politico di Chongqing, Bo Xilai. Il leader defenestrato aveva saputo raccogliere attorno a sé un grande consenso tra le forze armate: in molti, soprattutto tra gli ufficiali di medio livello avevano apprezzato il revival neo-maoista che Bo aveva promosso nella metropoli negli anni in cui ne era il leader incontrastato.

 

Anche Xi Jinping ha una forte base di consenso nell'esercito, soprattutto negli alti ranghi, i "gaogan zidi", i figli degli alti quadri del partito che hanno scelto la vita militare invece di dedicarsi agli affari e che negli anni hanno fatto carriera ai vertici delle Forze Armate cinesi. ll suo legame con le elite militari risale addirittura ai suoi primi incarichi, alla fine degli anni Settanta, quando dietro la raccomandazione del padre -Xi Zhongxun, rivoluzionario della prima ora che avrebbe scalato i gradini del potere fino a diventare vice primo ministro- avrebbe ottenuto il posto di segretario personale dell'allora ministro della Difesa Geng Biao. Sono almeno tre i membri del Comitato Militare Centrale da lui presieduto che hanno forti legami con il nuovo presidente cinese: il comandante generale dell'Aeronautica, Ma Xiaotian, il comandante ammiraglio della Marina Wu Shengli, e soprattutto il direttore generale del dipartimento per gli armamenti, Zhang Youxia, figlio di un generale che aveva lavorato a stretto contatto con il padre di Xi prima del 1949.

 

Un altro legame importante di Xi Jinping con le Forze Armate è quello con il generale Liu Yuan, che nelle scorse settimane aveva fatto parlare di sé per le prese di posizione sulla questione delle isole contese tra Cina e Giappone nel Mare Cinese Orientale. Liu, figlio dell'ex presidente Liu Shaoqi epurato da Mao negli anni Sessanta, avrebbe assunto posizioni da falco nella disputa per le Senkaku che Pechino rivendica come Diaoyu, a nord delle coste dell'isola di Taiwan. In un primo momento il generale aveva paventato la possibilità di un incidente nelle acque attorno alle isole contese orchestrato da Giappone e Stati Uniti per coinvolgere la Cina in un conflitto. A distanza di qualche settimana, Liu aveva poi ritrattato la sua posizione, dichiarando che la guerra contro Tokyo era solo "l'ultima delle opzioni".



I LEGAMI NEL PARTITO



Diventa più difficile, invece, scrutare quali siano i legami veramente forti di Xi Jinping all'interno del PCC. La sua capacità di intessere una rete di contatti con gli uomini che controllano la macchina dello Stato era stata definita solo un mese fa "sorprendentemente debole" dallo specialista Willy Lam in un lungo articolo che analizzava il network di funzionari civili e militari che fa capo al numero uno del partito e ora anche dello Stato. In parte, forse, questo sarebbe dovuto al fatto che Xi ha passato circa metà della sua carriera politica nelle ricche province costiere del Fujian e dello Zhejiang, quando il Pil di queste aree veleggiava stabilmente a due cifre. Ma soprattutto, un fatto che sembra provare questa scarsezza di legami ai vertici sarebbe la promozione al Politburo del partito di due degli uomini a lui più vicini, Li Zhanshu e Zhao Leji, solo in occasione dell'ultimo Congresso, nel novembre scorso.

 

Molti dei suoi contatti agli alti piani della politica Xi li avrebbe ricevuti dall'ex vice presidente cinese Zeng Qinghong. Tra questi ci sarebbero, tra quelli elencati da Willy Lam, anche due vice direttori dell'Ufficio di Ricerca politica del Comitato Centrale, Shi Zhihong e He Yiting. Altro consigliere chiave indicato anche come ghost-writer del nuovo presidente cinese è Li Shulei, che aveva collaborato come vice di Xi Jinping quando questi era a capo della Scuola Centrale del Partito tra il 2007 e il 2012. Anche le relazioni del nuovo presidente con gli ambienti accademici e intellettuali non sono estremamente ramificate, al contrario di quelle intrattenute da altri leader del passato che interpellavano regolarmente studiosi ed esperti di fama nazionale sulle questioni chiave del Paese. Lo stesso Li Keqiang avrebbe costituito un think tank composto di professori universitari e di suoi compagni di studi dell'Università di Pechino. L'unico segnale degno di nota di un suo contatto con un intellettuale riconosciuto risale al settembre scorso ed è costituito da quella riunione con Hu Deping, esponente dell'ala riformista del partito, con cui l'allora vice presidente aveva intrattenuto una conversazione sulla necessità di riforme economiche e politiche. Anche se sembra difficile rintracciare i suoi legami all'interno del PCC, una cosa appare certa: per realizzare i progetti da lui stesso annunciati, Xi Jinping avrà bisogno di un sostegno ampio. E necessariamente trasversale, per tenere testa ai "fantasmi" dei suoi due predecessori alla guida dello Stato, ancora in vita e con forti influenze, come dimostrato anche di recente, negli apparati statali.



LI YUANCHAO IL VICE

 

E' stato definito come un cauto riformista, Li Yuanchao, nuovo vice presidente cinese, nominato oggi durante i lavori dell'Assemblea Nazionale del Popolo. Nato nel 1950 e figlio di un ex sindaco di Shanghai, Li Yuanchao è entrato nel Partito Comunista Cinese nel 1978. Ha studiato in alcuni tra i più prestigiosi atenei del Dragone: una laurea in matematica presa nel 1982 all'università Fudan di Shanghai e un dottorato in Economia conseguito all'Università di Pechino nel 1986. Nel 2002, infine, consegue un dottorato in legge ad Harvard. Secondo quanto emerso nei giorni scorsi, la sua nomina come vice presidente, carica dal valore simbolico, sarebbe stata caldeggiata fortemente dallo stesso Xi Jinping, che si sarebbe opposto a un candidato più gradito all'ex presidente Jiang Zemin. Li Yaunchao è stato dal 2007 al 2012 a capo del Dipartimento organizzativo del partito, ufficio poco noto ai non addetti ai lavori, ma molto potente perché controlla la condotta dei quadri del partito e recluta gli aspiranti membri. In passato questo ruolo era stato ricoperto anche da Mao Zedong e da Deng Xiaoping. E' stato proprio lui nel marzo dello scorso anno ad annunciare la destituzione di Bo Xilai dalla carica di segretario politico di Chongqing, dando il via al processo di defenestrazione dell'ex leader che dovrebbe finire sotto processo nelle prossime settimane.

 

Li Yuanchao appartiene formalmente alla fazione dei principi rossi -i suoi genitori erano rivoluzionari della prima ora- ma ha intrattenuto buoni rapporti anche con l'altra fazione del partito, i tuanpai formatisi nella Lega Giovanile Comunista che vedevano nell'ex presidente Hu Jintao il loro punto di riferimento al vertice delle istituzioni. Proprio la sua vicinanza con il presidente uscente gli sarebbe costata cara nell'ottobre scorso. Li era proiettato verso il Comitato Permanente del Politburo, il vertice del partito, ma all'ultimo non ce l'avrebbe fatta per l'opposizione di un altro ex presidente, Jiang Zemin, che lo avrebbe escluso dalle nomine con l'accusa di avere elargito troppe promozioni a esponenti dei tuanpai, trascurando i suoi uomini. Oltre alla carica di vice presidente, Li è attualmente membro del Politburo del partito, un gradino al di sotto della cerchia ristretta dei massimi leader cinesi.



ZHANG DEJIANG IL NUOVO PRESIDENTE DELL'ANP



E' stato nominato oggi anche il nuovo presidente del Comitato Permanente dell'Assemblea Nazionale del Popolo. Nato nel 1946, Zhang Dejiang è entrato nel Partito Comunista Cinese nel 1971. Tra gli aspetti che maggiormente spiccano della sua storia personale c'è la laurea in Economia conseguita a Pyongyang presso l'università Kim Il Sung. Zhang è uno dei tre membri del Comitato Permanente del Politburo a provenire da una metropoli (gli altri due sono Zhang Gaoli che era a capo di Tianjin e Yu Zhengsheng, leader di Shanghai prima di entrare a fare parte della cerchia dei sette). Era stato proprio lui a sostituire Bo Xilai alla guida di Chongqing nel marzo scorso, il giorno dopo la sua epurazione.

 

Uno degli ultimi suoi profili tracciati dalla Hoover Institution della Stanford University che cura la China Leadership Monitor, lo definisce un leader "fortunato": Zhang Dejiang ha ricoperto la carica di leader del Guangdong dal 2002 al 2007 in un periodo in cui la ricca provinca del sud della Cina aveva addirittura superato il Pil di Taiwan; dal 2008 al 2012 è stato vice primo ministro con delega per l'industria e le telecomunicazioni in un periodo in cui i fondi stanziati per questi due settori erano enormi. La fama che Zhang si è conquistato negli anni è quella di un manager che sa risolvere le situazioni di crisi, caratteristica probabilmente molto apprezzata al vertice delle istituzioni cinesi, assieme alla sua buona sorte, che evidentemente non guasta.



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