Politica interna

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Wang Lijun, Clinton: così
abbiamo evitato crisi con Cina

Wang Lijun, Clinton: così <br />abbiamo evitato crisi con Cina


di Sonia Montrella

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Roma, 18 ott.- Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio dell'anno scorso, Wang Lijun arrivò al consolato americano di Chengdu agitato, parlava di violenze, di corruzione, ma sopratutto cercava asilo politico. A quasi un anno dalla condanna a 15 anni di carcere dell'ex braccio destro di Bo Xilai, l'ex segretario di stato Usa, Hillary Clinton, rivela nuovi particolari di quella notte in cui in Cina scoppiò il più grave scandalo degli ultimi decenni. Una crisi diplomatica che, insieme a quella del caso dell'attivista cieco Chen Guangcheng di qualche mese dopo, ha spiegato la Clinton a Londra al Chatham House Think Tank, hanno rischiato di destabilizzare seriamente i rapporti tra le prime due potenze economiche al mondo, prima di essere disinnescate.

 

Non appena il superpoliziotto della metropoli di Chongqing e uomo di Bo, con cui aveva condotto una massiccia campagna repressiva contro la corruzione, arrivò al consolato "fu subito chiaro che la situazione era molto pericolosa", ha spiegato la Clinton.

 

Secondo la ricostruzione dei tribunali che hanno condannato Bo Xilai, Wang Lijun e u Kailai questo l'antefatto della fuga: il superpoliziotto aveva avuto un violento scontro con il suo boss dopo averlo informato del fatto che sua moglie, Gu Kailai, era sotto indagine per l'uccisione del britannico Neil Heywood, uomo d'affari e consigliere d'affari della famiglia Bo, trovato morto in una stanza di un hotel della megalopoli nel novembre del 2011. A quel punto, secondo la testimonianza fornita in tribunale da Wang, Bo sarebbe esploso dalla rabbia e nel mezzo della discussione avrebbe schiaffeggiato il suo braccio destro. Qualche giorni dopo Wang ha 'suonato' al consolato statunitense.

 

"Stava cercando qualcuno che lo nascondesse in un posto sicuro. Il consolato fu subito accerchiato da poliziotti incaricati da Bo Xilai. Divento' di colpo una situazione allarmante". Racconta l'ex segretario di Stato Usa, che prosegue: " Wang continuava a dire che voleva andare a Pechino e raccontare la verità, voleva che il governo sapesse cosa stava succedendo. Noi spiegammo di non poter intervenire, e così fu. Non volevamo imbarazzare nessuna delle parti in causa. Fummo molto discreti e gestimmo la cosa in modo professionale e credo che questo sia stato apprezzato".

 

Il processo a Bo Xilai si è chiuso da circa un mese: l'ex astro nascente del PCC è al momento condannato all'ergastolo per corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere. Giorni fa la corte dello Shangdong ha fatto sapere di aver accettato il suo ricorso in appello. Gu Kailai è stata condannata nell'agosto 2012 alla pena di morte sospesa per l'omicidio Heywood, una condanna equiparabile all'ergastolo, mentre Wang Lijun è stato condannato a 15 anni di carcere per i reati di corruzione, diserzione, abuso di potere e per avere piegato la legge a fini personali.

 

Passano circa due mesi dalla fuga di Wang e scoppia un nuovo caso diplomatico. Questa volta a imbarazzare i due governi è Chen Guangcheng, attivista per i diritti umani, cieco, che fugge dagli arresti domiciliari nella sua casa nello Shangdong e si rifugia all'ambasciata americana a Pechino in cerca d'aiuto: vuole lasciare il Paese. Il tutto una settimana prima dei colloqui di alto-livello sino-statunitensi che si sarebbero tenuti nella capitale cinese. 

 

"Ricevetti una telefonata nel cuore della notte. Ero ben consapevole che sarebbe stato un problema nell'ottica delle relazioni tra la Cina e gli Usa, ma pensai che quell'uomo incarna i valori americani e che meritava il nostro sostegno, attenzione e protezione". A quel punto - continua la Clinton - dovevamo informare il governo cinese che avevamo intenzione di offrire ospitalita' a uno dei loro cittadini e che avremmo voluto parlarne. andai dal Consigliere di Stato, Dai Bingguo, e dissi: è nel vostro e nel nostro interesse e possiamo trovare un modo per gestire insieme la questione'. ai rispose: 'non voglio mai piu' parlare di quell'uomo con nessuno'. 'Dobbiamo -risposi io -. Dobbiamo iniziare a parlarne ora e chiudere la faccenda alla fine dei colloqui".

 

L'ex first lady ha spiegato di aver seguito il consiglio della sua controparte cinese e di non aver sollevato la questione durante gli incontri con l'allora presidente Hu Jintao e l'ex premier Wen Jiabao.

 

All'inizio fu deciso che Chen fosse portato in un posto sicuro in Cina e che fosse messo  fine alle torture cui era sottoposto. Ma in ospedale Chen cambiò idea ed espresse il desiderio di lasciare il Paese.

 

Il 19 maggio, l'attivista e la sua famiglia furono messi su un aereo per New York con un permesso di studio rilasciato dal governo cinese che permetteva a Chen di frequentare la facoltà di legge dell'NYU che aveva avanzato la proposta.

 

18 ottobre 2013

 

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