Politica interna

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Sparito il regista Du Bin,
si pensa a detenzione

di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella

 

Roma, 12 giu.- Il regista indipendente Du Bin è scomparso nel nulla. Di lui i familiari hanno perso le tracce lo scorso 31 maggio, a qualche giorno dall'anniversario del massacro di Tian'anmen. A denunciare il fatto sua sorella Du Jirong e altri avvocati per la difesa dei diritti umani, che temono che sia illegalmente detenuto dalle forze dell'ordine.

 

"Non so dove sia - dice la sorella - Sulla rete gli internauti scrivono che è rinchiuso nella prigione del distretto di Fengtai di Pechino. Deve essere devastato, non è mai stato in carcere". I familiari fanno sapere inoltre di aver trovato a casa del regista un ordine di comparizione emesso dall'Ufficio della Pubblica Sicurezza di Fengtai. E lo stesso Ufficio deve ancora rispondere alle numerose domande sulle sorti di Du Bin sollevate dai familiari.

 

Secondo quanto previsto dalla nuova norma sulle procedure penali approvata a marzo dell'anno scorso dall'Assemblea Nazionale del Popolo, una sorta di Parlamento cinese, entro 24 ore dal fermo la polizia è obbligata a notificare alle famiglie tutte le informazioni relative al sospetto. Tuttavia, se a un primo sguardo la nuova legge può sembrare più giusta della  precedente che non imponeva di informare la famiglia, a un'analisi più attenta vengono fuori le falle. La norma prevede, infatti, numerose eccezioni: l'obbligo di notifica è completamente sospeso nei casi di terrorismo, atti "contro la sicurezza dello Stato" e nell'eventualità in cui le informazioni ai familiari possano compromettere le indagini, tutte fattispecie che le forze dell'ordine cinesi possono allargare a loro piacimento, trattenendo il sospetto fino a sei mesi. In pratica, avevano criticato fuoriosi avvocati e attivisti all'ndomani dell'approvazione, la nuova legge non fa altro che rendere legali le detenzioni extragiudiziarie.

 

Du Bin, il quale oltre che regista è anche giornalista ed ex fotoreporter del New York Times, aveva pubblicato la scorsa settimana un libro ad Hong Kong sulla strage di Tian'anmen, capitolo buio della recente storia della Cina e argomento tabù sull'intero territorio cinese.

 

Il regista è la più celebre delle vittime finite negli ultimi mesi nella macchina della censura del governo. Alcuni giorni fa, diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani, da Human Rights Watch a Frontline Defenders, hanno denunciato la scomparsa diverse decine di attivisti anti-corruzione. Lo stesso tema sul quale il nuovo presidnete Xi Jinping ha costruito la sua prima battaglia. "Quando il presidente  richiede una risposta dura alla piaga della corruzione, viene vista come una politica innovativa; quando la gente comune dice la stessa cosa in pubblico, il governo parla di sovversione" ha commentato Sophie Richardson, direttrice in Cina di Human Rights Watch. Solo nel periodo compreso tra metà marzo e metà maggio più di una decina di attivisti anti-corruzione sono finiti dietro le sbarre con l'accusa di "disturbo dell'ordine sociale", "incitazione alla sovversione dello stato", "estorsione" e "assemblea illegale". Per "aver tentato di sovvertire l'ordine dello stato" gli attivisti rischiano fino a 15 anni di reclusione, le altre accuse prevedono 'solo' cinque anni di carcere.

 

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