Politica interna

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Se il Pcc manda in soffitta
il pensiero di Mao

Se il Pcc manda in soffitta <br />il pensiero di Mao


di Antonio Talia

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Milano, 23 ott.- A poche settimane dal Diciottesimo Congresso l'attività politica del Partito comunista cinese diventa frenetica. Tra la retorica dei comunicati ufficiali del Politburo, le allusioni dei media ufficiali e le semplici speculazioni, si moltiplicano gli interrogativi sulla Cina dei prossimi dieci anni. E qualcuno ipotizza che persino l'eredità del "Grande Timoniere" Mao potrebbe essere ridimensionata.

 

Il Politburo: "Riformare la Costituzione"

 

Dalla riunione di lunedì dei 24 membri del Politburo emergono brani di un documento decisivo.

 

Secondo l'agenzia ufficiale Xinhua, nel corso del vertice del Politburo si è discussa una proposta di modifica della costituzione, che dovrà essere perfezionata al Plenum del Comitato Centrale (il prossimo 1 novembre) e, soprattutto, al Congresso, che aprirà i battenti l'8 novembre. La Xinhua non anticipa quali saranno le modifiche 2012, ma si tratta di una delle chiavi per comprendere la nuova leadership del prossimo segretario Xi Jinping.

 

Al di là delle complicate liturgie di partito e dei vari passaggi istituzionali, la modifica alla costituzione è quasi un atto di routine che si celebra ad ogni Congresso per includere e codificare la linea politica del leader di turno o di quello che ha appena lasciato il potere: se nel 2002 toccò alla "Teoria delle Tre Rappresentanze" di Jiang Zemin, nel 2007 è stata la volta dello "Sviluppo Scientifico" e della "Società armoniosa" dell'attuale segretario Hu Jintao.

 

Ma se dal documento pubblicato da Xinhua trapelano precisi richiami alle teorie di Deng Xiaoping (il padre dell'apertura all'economia di mercato), di Jiang Zemin e di Hu Jintao, molti analisti sono rimasti colpiti dall'assenza di qualsiasi riferimento al pensiero di Mao Zedong: la Cina sta cercando un modo per smarcarsi dall'ingombrante eredità del Grande Timoniere?

 

Secondo quanto dichiara al quotidiano di Hong Kong South China Morning Post uno dei massimi esperti di politica cinese, il professor Cheng Li della Brooking Institution di Washington, le modifiche alla costituzione potrebbero includere un nuovo punto di vista sullo stato di diritto –uno dei grandi tasti dolenti del sistema politico di Pechino- e qualche riferimento alla "democrazia interna al partito", quasi un set di regole che necessita di essere codificato per arginare i complessi scontri che si svolgono dietro le quinte del Partito. Scontri che quest'anno hanno raggiunto il culmine con la vicenda dell'ex leader Bo Xilai.

 

Sul dibattito che si sta svolgendo in questo momento nelle segrete stanze del Pcc aleggia proprio lo spettro di Bo Xilai, il popolare leader che agitava il neo-maoismo come ricetta per i mali della nuova Cina, caduto in rovina dopo la condanna subita dalla moglie Gu Kailai per l'omicidio dell'uomo d'affari britannico Neil Heywood.

 

Dal poco che trapela dai palazzi del potere, lo scandalo Bo Xilai ha causato lo scoppio del più feroce dibattito interno al Partito degli ultimi vent'anni. Ma è sufficiente per mandare in pensione il padre fondatore della Patria Mao Zedong?  

 

Il "modello Singapore"

 

Un editoriale pubblicato alcuni giorni fa da Cercare la verità- il più importante periodico politico del PCC- sottolinea la necessità di riforme "economiche, politiche, culturali e sociali". Gli analisti stranieri e i più aperti tra i funzionari cinesi evidenziano da tempo che il modello economico sul quale si è fondato il successo della Cina negli ultimi dieci anni – prevalenza delle esportazioni e degli investimenti sui consumi interni- ha bisogno di una robusta revisione.

 

Un altro editoriale, comparso lunedì sulla rivista Study Times – pubblicata dalla Scuola Centrale del Pcc, di cui il futuro leader Xi Jinping è il presidente - suggerisce che il Partito comunista cinese potrebbe imparare molto dall'esperienza del People's Action Party, che pratica una sorta di "autoritarismo liberale", ossimoro capace di fare impallidire i politologi occidentali.

 

"Dal 1968 il People's Action Party ha vinto tutte le elezioni, ha mantenuto il potere per lungo tempo e si è confermato come un baluardo di efficienza, incorruttibilità e vitalità capace di guidare Singapore verso continui successi economici".

 

L'ammirazione che numerosi leader cinesi nutrono per Singapore è nota. Il PAP si è mantenuto stabile al comando della città-stato, tra boom dell'economia e limitazioni alle libertà di parola e di espressione. Si tratta di un partito nel quale convergono spinte contraddittorie, che si proclama social-democratico e nutre riserve verso i comunisti, propone politiche iperliberiste e meritocratiche e arruola tecnocrati, sostiene che la democrazia all'occidentale non sia adatta a una società asiatica, e incorpora nel suo simbolo un bizzarro riferimento alla British Union of Fascists guidata da Sir Oswald Mosley nell'Inghilterra degli anni '30.

 

Resta da stabilire come il modello adottato da una città-stato da cinque milioni di abitanti possa adattarsi a una nazione da un miliardo e mezzo di persone che studia da superpotenza globale, ma il richiamo a Singapore suggerisce quantomeno che la dialettica in corso in queste settimane all'interno del Pcc sta vagliando ogni tipo di possibilità.

 

La suggestione per Singapore, la tecnocrazia definitiva, è solo una delle tante strade che si aprono al Partito comunista cinese alla vigilia del congresso. Per comprendere se e in che modo Pechino è pronta a fare i conti con il gigantesco fantasma del padre-padrone Mao Zedong non resta che aspettare qualche settimana, quando una nuova teoria politica sarà incorporata nella costituzione. 
 

 

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