Politica interna

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Salvato il neonato
gettato nella toilette

Salvato il neonato <br />
gettato nella toilette


di Sonia Montrella

Twitter@SoniaMontrella

 

Pechino, 28 mag. – La notizia rimbalza da ore sul web e sulle testate internazionali: un neonato di appena due giorni, che era stato gettato in una toilette, e' stato tratto in salvo dai liquami.
A chiamare i vigili del fuoco erano stati i vicini di casa, a Jinhua, nella provincia dello Zhejiang, allarmati dal pianto del bebe' proveniente da un gabinetto alla turca, al quarto piano di un edificio. Il salvataggio e' durato oltre due ore: dopo averlo individuato, i pompieri hanno dovuto tagliare una sezione del tubo di scarico, con il neonato all'interno, e portare tutto in ospedale; li' pompieri e medici hanno smontato il tubo pezzo per pezzo, con pinze e seghe, fino a quando il neonato, che aveva ancora la placenta attaccata, non e' stato liberato.

 

Le immagini del miracoloso salvataggio sono state filmate. Il bimbo ha riportato qualche taglietto al viso e agli arti, ma e' stato messo in un'incubatrice ed e' in condizioni stabili.L'episodio non è né il primo né l'ultimo, quanto piuttosto l'ennesima stortura dell'applicazione della pianificazione familiare che, salvo eccezioni (che valgono per le minoranze etniche, per i contadini o per coppie di figli unici residenti in città come Pechino e Shanghai), impone a tutte le coppie fertili di mettere al mondo un solo bambino. E solo dopo aver ottenuto l'approvazione delle autorità locali preposte al controllo. Pena multe salatissime (il cosiddetto "contributo di compensazione sociale" che viene quantificato a livello provinciale) e spesso, anche in violazione della legge, aborti forzati. Sul numero delle interruzioni di gravidanza selettive o degli infanticidi neonatali, la tradizionale predilezione dei cinesi verso il maschio, che garantisce la continuità della stirpe. 

 


A ciò si aggiungono anche motivi pratici. Scrive la scrittrice e giornalista Xinran nel suo libro "Le figlie perdute della Cina": "Era il 1989 e solo in quel momento appresi che un sistema di assegnazione della terra risalente a 2000 anni fa continuava ad essere vigente nei villaggi cinesi di fine XX secolo. Non potevo minimamente immaginare che quello era il motivo per cui così tante bambine perdevano il diritto alla vita". Un sistema che assegna appezzamenti di terra in base al numero dei componenti della famiglia, un nucleo di cui la donna, una volta sposata, non farà più parte. E' ancora in vigore? Quanto pesa effettivamente sull'omicidio di genere fuori delle città?

 

TRA LEGGE E CONSUETUDINE, L'OPINIONE DI RENZO CAVALIERI

 

AgiChina24 lo ha chiesto a Renzo Cavalieri,  professore di Diritto dell'Asia Orientale nell'Università Cà Foscari di Venezia: "La disciplina legale della proprietà rurale presenta forti elementi di ambiguità. In teoria le leggi, coerentemente con il dettato costituzionale, formulano il principio della parità di genere, ma poi vi sono specifiche soluzioni normative che di fatto contrastano tale principio. Bisogna inoltre tenere conto che di tutti i settori del diritto cinese, quello della proprietà delle terre rurali è tra quelli in cui le leggi sono più opache e vaghe e l'arbitrio delle autorità di villaggio prevale".

 

In generale, continua Cavalieri, si può dire che la proprietà rurale è ancora intesa come un diritto delle famiglie più che dei singoli individui, e le quote individuali di tali forme "condominiali" spesso non sono chiare, con il risultato che i diritti delle donne che si sposano, o anche delle divorziate o delle vedove, possono essere negati. "Su tali ambiguità poi si innesta una prassi discriminatoria, che fa sì che anche quando i diritti delle donne siano relativamente certi, non vi sia poi il modo di farli valere presso la pubblica amministrazione o in giudizio. A me però pare che le motivazioni che spingono agli aborti selettivi e all'omicidio di genere siano ben più complesse di questa".  

 

La Legge sulla Pianificazione familiare vieta le nascite fuori piano, ma anche l'uso di tecnologie per individuare il sesso del nascituro come discriminazione sessuale, gli aborti selettivi, e altre forme discriminazione.  Proibita anche la discriminazione, il maltrattamento e l’abbandono di neonate femmine. Il numero delle nascite di un villaggio o città dipendono dai funzionari locali che a loro volta dipendono da superiori fino ad arrivare a Pechino. Dal governo centrale in giù un sistema di responsabilità ricade a cascata fino ai livelli più bassi. Sono note alle cronache le conseguenze per chi procrea senza permesso, ma cosa accade a quei funzionari che violano la legge? Quanti di loro vengono effettivamente puniti per gli abusi? Un aborto a gravidanza inoltrata è considerato un abuso? In altre parole dove finisce la legge inizia la consuetudine? 

 

Per  Renzo Cavalieri "il punto fondamentale da chiarire è - come sempre in Cina - la dissociazione tra la lettera della legge e la sua applicazione. La legge impone piuttosto vagamente il rispetto della politica di pianificazione e prevede a carico di chi abbia figli fuori piano il pagamento del  "contributo di compensazione sociale". Sono anche possibili sanzioni ad hoc collegate al lavoro di colei o colui che ha violato la normativa. Inoltre affida alle locali commissioni di pianificazione familiare un compito generale di prevenzione delle nascite illegali e di promozione dei metodi contraccettivi". Nell'esercizio di tale compito – continua il professore - non di rado funzionari troppo zelanti, che non riescano a tenere sotto controllo la crescita demografica, commettono varie tipologie di abusi, che generalmente si limitano a forme di forte pressione psicologica e sociale, ma a volte sfociano in azioni che teoricamente sono considerate reati ma che solo raramente vengono punite come tali. "Ciò soprattutto a causa del consueto problema della commistione tra politica e giustizia e della mancanza di indipendenza dei giudici. Negli ultimi anni si sta notando una crescente sensibilità dell'opinione pubblica e del diritto cinese su questo tema. L'aborto è non solo ammesso, ma promosso come strumento di contenimento delle nascite: i protocolli del ministero della Sanità indicano come limite generale quello delle 24 settimane, ma nella prassi non paiono esserci ostacoli significativi all’interruzione di gravidanze anche in stadi più avanzati".

 

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