Politica interna

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RIFORMA DELLA CINA OPPORTUNITA’ PER L’ITALIA

RIFORMA DELLA CINA OPPORTUNITA’ PER L’ITALIA


di Alessandra Spalletta

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Roma, 25 feb.  – La riforma della Cina non è solo affare dei cinesi: è anche affar nostro. Ne è convinto il viceministro per le informazioni del PCC Wang Xiaohui intervenuto nel corso della conferenza svoltasi lunedì presso l’Ambasciata cinese di Roma in collaborazione con ASRIE dal titolo “La Roadmap della riforma della Cina e la Via della Seta 2.0”.  Per la prima volta a Roma, Wang ha uno scopo preciso: illustrarci i contenuti delle riforme lanciate dal PCC nel corso dall’ultimo Plenum; in esse il viceministro intravede opportunità per il resto del mondo, Italia inclusa.

 

L’Ambasciatore cinese in Italia Li Ruiyu fa gli onori di casa. “Signore e signori, benvenuti al primo evento organizzato dall’Ambasciata cinese dall’inizio dell’anno del Cavallo”. E non è un caso che la sede diplomatica di via Bruxelles abbia deciso di dedicarlo alla cooperazione sino-italiana. Wang è anche Direttore Generale dell’Ufficio delle Ricerche Politiche del Comitato Centrale del PCC. Un “teorico molto importante del Partito” – scandisce Li - che ha contributo all’elaborazione delle politiche del Partito dell’ultimo decennio e allo “sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi”.

 

Appare subito chiaro che i cinesi vogliono spiegarci non solo cosa stanno facendo a casa loro ma anche ricordarci cosa siamo noi, da dove arriviamo; noi che spesso ce ne dimentichiamo. Cina e Italia hanno in comune il destino di rappresentare le più antiche civiltà del mondo.  “Cina e Italia nei tempi antichi furono i pionieri del dialogo tra la civiltà orientale e occidentale e i promotori del collegamento tra Asia e Europa. Roma e l’antica capitale cinese Chang’an si guardavano alle due estremità dell’Antica via della Seta, che recentemente il presidente Xi Jinping ha annunciato di voler rinnovare costruendo un nuovo tragitto strategico per gli scambi tra Oriente e Occidente: la nuova via della seta marittima del XXI secolo”. Ereditare il patrimonio comune e costruire una via della Seta “più vivace e dinamica” per accrescere rapporti euro-asiatici saldi e duraturi. Quella stessa via della Seta raccontata nel libro di cui Marco Costa di Eurasia, intervenuto tra i relatori, è coautore.
 

 

“L’Italia è un paese importante dell’Europa. E’ un partner fondamentale della Cina”, scandisce l’Ambasciatore Li. Soprattutto, aggiunge, in materia di collaborazione scientifica. La cooperazione in ambito ambientale ha accresciuto “la capacità della Cina di tutelare l’ambiente”, favorendo al contempo l’accesso delle imprese italiane al mercato cinese. Il nostro paese, agli occhi della Cina, si è fatto valere, quindi, nonostante sia stata tra le nazioni europee più colpite dalle nefaste conseguenze della crisi finanziaria.  “Le relazioni sino-italiane sono sempre più improntante al reciproco vantaggio. L’interscambio commerciale l’anno scorso è salito a quota 44, 3 miliardi di dollari statunitensi, le importazioni cinesi dall’Italia sono aumentate del 9,4%. Attualmente l’interscambio commerciale è più equilibrato e gli investimenti reciproci hanno registrato un incremento, nonostante l’attuale instabilità dei mercati e la lenta ripresa dalla recessione globale. I crescenti contatti tra i due paesi hanno creato un modello di reciproco vantaggio”.

 

Oggi la Cina sta compiendo manovre delicate per aprire ulteriormente il mercato e revisionare il proprio modello di sviluppo economico. “Abbiamo molte cose da imparare dall’Italia che su alcuni campi è avanti a noi: produzione industriale, innovazione e design, urbanizzazione, agro-alimentare. Questi settori sono complementari allo sviluppo economico della Cina. Nella produzione della tecnologia di alta gamma della green economy, per esempio, collaboriamo già da tempo con l’Italia. Così come sullo sviluppo delle smart cities e dell’agricoltura moderna”“Dal mio arrivo in Italia (l’Ambasciatore si è insediato due mesi fa) ho riscontrato da parte italiana una forte volontà di collaborare”. I due governi hanno dinanzi a loro un tempo scandito da tappe importanti: quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’istituzione  del partenariato strategico tra Italia e Cina; a luglio l’Italia assumerà la presidenza del semestre europeo; Milano ospiterà l’expo nel 2015. “Approfittiamo di queste occasioni per approfondire la complementarietà delle nostre economie”, suggerisce l’Ambasciatore. “Facciamo un salto di qualità nelle relazioni bilaterali”. Ma l’ambasciatore non guarda solo all’Italia ma anche all’Europa. “Puntiamo a un dialogo sino-europeo più ampio che parte dal principio di mutuo vantaggio”.

 

Wang Xiaohui ci racconta di essere stato a Firenze e a Venezia, nei giorni scorsi, e di essere rimasto colpito dalla nostra cultura e civiltà. Wang è venuto sin qui per raccontarci “il segreto del successo della Cina”. “Sono sicuro che siete tutti molto curiosi”, aggiunge, consapevole degli occhi sbalorditi con cui l’ Occidente ha visto negli ultimi anni la Cina continuare a crescere mentre il resto del mondo rischiava di impantanarsi nella crisi. “La ricetta del successo è la capacità di adattamento della politica di apertura e riforma (gaike kaifang) avviata da Deng Xiaoping trent’anni fa, e che continuiamo a rinnovare”. Un capitolo di storia che la Cina non smette di ripassare. Perché essa continua ad essere la colonna portante dello sviluppo così come lo conosciamo oggi. La politica di apertura e di riforma nasce nel 1978. Alla guida, c'era il piccolo Timoniere che gettò le basi del successo economico della Cina, da tre decenni in crescita con ritmi strabilianti. Anche se dallo scoppio della crisi la crescita cinese ha subito un ridimensionamento, l'economia del Drago ha continuato a esercitare una forte attrazione sugli investitori stranieri. Un successo che, sottolinea Wang, si è registrato anche in campo sociale: “Il tenore di vita del popolo cinese migliora costantemente, la cultura democratica si sta sviluppando di pari passo”.

 

Arriviamo ad oggi, al massiccio programma di riforme annunciato dal Terzo Plenum del Diciottesimo Congresso del Pcc svoltosi nel novembre scorso. Il plenum per la sua portata è stato paragonato a quello del 1993 (che ha introdotto il concetto di “Socialismo di mercato”) e persino a quello del 1978 (che vide prevalere, appunto, la linea riformista di Deng Xiaoping). Un appuntamento politico dei cui esiti media ed esperti hanno scritto ampiamente negli ultimi mesi. E che oggi ascoltiamo direttamente dalla bocca dei suoi autori.“Una riforma inclusive che riguarda non solo la vita economica, politica e culturale. Questa riforma detta un serrato piano di riforma nel seno del Partito stesso. La riforma in Cina è entrata in una fase nuova rispetto al passato. L’ingranaggio è in funzione da anni. Oggi dobbiamo gestire gli “ossi più difficili da digerire”. La riforma di oggi si caratterizza rispetto al passato dall’enfasi sulla ridistribuzione dei benefici tra i diversi gruppi sociali. Non è un compito meno difficile di quello spettato alla leadership di Deng 30 anni, commenta Wang. “Il Plenum ha espresso gli obiettivi principali di questa riforma, che si poggia su tre pilastri”.

 

Primo pilastro: "consolidare il socialismo con caratteristiche cinesi, migliorando contestualmente la governance del Partito”. Ma la via del socialismo è un punto fermo che “non intendiamo abbandonare: non è detto che esso incarni un modello perfetto ma è senz’altro il più adatto a soddisfare le esigenze del nostro paese e accrescerne la prosperità”. La Cina, precisa Wang, non è chiusa alle esperienze degli altri paesi che “studiamo attentamente per imparare nuovi metodi di governo da cui prendere spunto per migliorare il nostro. Vogliamo infatti creare una governance più democratica e un paese maggiormente basato sullo stato di diritto”.

 

Secondo pilastro: rafforzare il ruolo del mercato e limitare l’interferenza dello Stato nell’economia. Il mercato deve avere un ruolo decisivo nell’allocare le risorse sociali. “La Cina ha combinato in modo innovativo il socialismo con l’economia di mercato. Nessun altro paese socialista è stato in grado di farlo” scandisce Wang con orgoglio. L’economia di mercato in Cina, per quanto si sia sviluppata enormemente, “non può essere considerata un modello perfetto”. “Il rapporto tra stato e mercato, per elencare una delle sue principali pecche, è squilibrato.  Lo scopo che si prefigge la riforma è mitigare tale squilibrio e affermare maggiore giustizia sociale”. “Meno stato, più mercato” è del resto il mantra del premier Li Keqiang dall’inizio del suo mandato. L’economia pubblica è al centro ma ampio spazio sarà fatto a quella privata. La riforma si pone come obiettivo quello di sviluppare un’economia mista, pubblica e privata: “a entrambi daremo adeguati stimoli”.

 

In quali settori il governo cinese intende ritirare, se pur parzialmente, la mano dello Stato? Alcuni esperti interpellati da AgiChina24 nei mesi scorsi facevano notare come da un lato il plenum abbia indicato la volontà di liberare le forze di mercato, dall’altro si tenda però a rimarcare l’importante del ruolo dello Stato e delle aziende pubbliche (che, come sottolineato più volte su questo portale dal presidente della Camera di Commercio Europea in Cina Davide Cucino “è importante in quei settori dove il bene pubblico deve prevalere sugli interessi privati”).  Cosa intende il partito per capitale privato? La Cina in genere ci spiega che “capitale privato vuol dire capitale privato nazionale”.  Del resto il contributo del settore privato all’economia cinese è racchiuso nelle cifre: esso ha contribuito del 60% alla crescita del Pil nazionale, dell’80% all’occupazione e del 50% al fisco. “L’economia non pubblica costituisce una parte essenziale dell’economia socialista cinese”. Al bando quindi l’iniquità di trattamento per i vari attori dell’economia cinese, il governo punta alla “concorrenza leale”. E questo riguarda anche le aziende straniere. Velocità di apertura dei settori genericamente monopolio delle aziende di stato, come i servizi. Gli altri settori che “dobbiamo aprire al resto del mondo” sono finanza, istruzione, cultura, sanità, pensioni, architettura, contabilità, logistica, e-commerce. Inoltre il governo continuerà a stimolare le imprese cinesi investire all’estero, non solo  - e qui la novità -  i colossi statali ma anche quelli privati. Ovviamente continuiamo ad attrarre capitali stranieri perché “la porta della Cina è sempre spalancata al resto del mondo”.  Non sarebbero d’accordo le imprese europee che operano in Cina che da tempo lamentano un’asimmetria tra le opportunità di cui godono le aziende cinesi in Europa e quelle, minori, delle aziende europee in Cina. Di recente è stato lanciato il negoziato per il trattato bilaterale sugli investimenti, accolto con entusiasmo negli ambienti europei. Nei discorsi ufficiali cinesi equità è la parola che ricorre più spesso, anche nel corso di questa conferenza, sia essa rivolta ai mutui benefici tra le economie o al tenore di vita della popolazione cinese, oggi divisa come non mai da profonde divergenza reddituali.

 

Infatti, terzo pilastro: promuovere la giustizia sociale, “punto di partenza e di arrivo della riforma”. Non tutto è oro quel che luccica: l’altra faccia della medaglia dello sviluppo è lo squilibrio sociale. Un male che la leadership cinese tenta di combattere dalla generazione precedente guidata dalla coppia Hu-Wen. Equità sociale, quindi. “Dobbiamo trovare il modo migliore per condividere la torta”. Dello sviluppo, s’intende. “Senza giustizia sociale, fondamento del socialismo, la riforma non ha senso”

 

Ma è l’economia a continuare ad avere un ruolo di prima piano nella riforma. Senza una economia forte la gente è infelice. “La Cina è ancora un paese in via di sviluppo”, ribadisce Wang,  un concetto sovente ripetuto dalla classe politica cinese. Se non continuiamo a crescere economicamente siamo fritti, sembrano dire i governanti del Drago. E poi, snocciola i dati: “Il Pil cinese nel 2013 ammonta a circa 9 trilioni di dollari statunitensi confermando la Cina seconda economia al mondo. Ma se si considera il pil procapite cinese ci classifichiamo al novantesimo posto. Il tenore di vita della popolazione rurale non è soddisfacente. Dobbiamo migliorare”.

 

Ma riformare l’economia richiede anche un cambiamento della politica. “Negli ultimi 36 anni abbiamo registrato importanti passi in avanti nella riforma delle nostre istituzioni. La partecipazione del popolo cinese alla vita pubblica non è mai stata così ampia come oggi. Certo, la democrazia cinese è giovane e deve affrontare ancora numerosi problemi". Non pensiate alla democrazia di stampo occidentale, però. Gli studiosi parlano di democrazia interna al partito. Wang, in risposta a uno studente della Luiss intervenuto a margine della conferenza, ribadisce il no secco che il governo cinese da sempre oppone al sistema multipartitico. “In Cina esistono altri 8 partiti oltre al PCC. Ma è impensabile da noi un’alternanza delle forze politiche al governo. Se da noi il governo cambiasse ogni anno come da voi ci sarebbe il caos. La Cina ha bisogno di continuità politica”. “L’Ambasciatore è arrivato due mesi fa e in questo periodo si è dato da fare per conoscere la classe politica italiana. E ora deve ricominciare da capo”. Sorridono entrambi, ma non è una stoccata alla politica nostrana: ha tutta l’aria di essere un commento bonario. Eppure è (anche) così che ci vede la Cina. L’ambasciatore corregge il tiro: “Sarà un’occasione per farmi nuovi amici”.

 

Sono 16 i punti indicati nel programma di riforma politica espressa dal Plenum, raccolti in 5 aree: riforma dell’Assemblea Nazionale del Popolo (sorta di parlamento cinese), cambiamento delle funzioni governative, riforma del sistema giuridico, maggiore sorveglianza della governace, riforma intera al PCC. “La riforma in Cina è guidata dal Partito Comunista cinese, il primo partito al mondo con oltre 85 milioni di iscritti”; una gigantesca organizzazione politica alla costante ricerca di nuovo cemento per fortificarsi. La stabilità continua ad essere al primo posto tra le priorità dei leader. Gli occhi sono puntati oggi sugli eccessivi privilegi accumulati dalla classe dirigente. “Privilegi che vanno colpiti”: le parole di Wang sono in linea con la durissima campagna anticorruzione lanciata dal Presidente Xi fin dall’inizio del suo insediamento nella carica di segretario del Pcc; una caccia a “mosche e tigri”, per indicare i piccoli e i grandi corruttori. Una pulizia interna al partito è in atto da mesi e ha avuto già alcune vittime illustri e riflette la volontà di “saper governare meglio il paese”. “Governance più scientifica, democratica e legittimata” sono gli esiti sperati della riforma che secondo le previsioni dovrebbe concludersi nel 2020. Anno in cui la Cina vuole presentarsi come potenza economica dotata di un sistema politico solido e un paese vivace e dinamico.

 

Ma la riforma della Cina non è solo affare dei cinesi: è anche affar nostro. Quali opportunità?  “L’interscambio nel 2013 tra Cina e resto del mondo è stato pari a 4,16 trilioni di dollari statunitensi, si prevede che la Cina sia avviata a diventare presto la prima potenza commerciale del mondo. Le nostre due economie possiedono una base consolidata per realizzare mutui benefici”.  E vari sono i benefici della riforma cinese per l’Italia a detta del viceministro: “la Cina importerà più tecnologia e prodotti dal vostro paese. Oggi siamo in Asia il vostro primo partner commerciale. L’anno scorso le esportazioni italiane verso la Cina sono cresciute del 7,7%. Nei prossimi cinque anni, secondo le nostre statistiche, le importazioni cinesi da tutto il mondo arriverà a quota 10 trilioni di dollari statunitensi”. La domanda interna, dal cui sviluppo passa la revisione del modello cinese finora troppo dipendente da esportazioni e investimenti, farò da volano a questi sviluppi. 

 

Più volte Wang sottolinea gli aspetti eccellenti grazie ai quali il nostro paese esercita sulla Cina una forte attrattiva, in un momento in cui il governo di Pechino punta alla “costruzione di una società equa e amichevole”; e l’Italia è “un esempio” in tal senso cui guardare. Le nostre eccellenze: “arte e architettura”.La riforma avrà poi come effetto quello di aumentare gli investimenti cinesi verso l’Italia. “Secondo i nostri dati statistici, nei prossimi cinque anni gli investimenti cinesi nel mondo supereranno i 500 miliardi di dollari. Ve lo dico: gli imprenditori cinesi, soprattutto i privati, hanno una volontà molto forte di investire all’estero. E il governo cinese non negherà il suo appoggio nel finanziare questi progetti. E quindi eventuali investimenti in Italia. Ovviamente non possiamo dimenticare i flussi turistici cinesi verso l’Italia”.  Secondo l’Ambasciata cinese ogni anno l’Italia accoglie un milione di turisti dalla Cina con un incremento annuale del 10% e gli studenti cinesi in Italia sono oggi 14mila. “I cinesi sono sempre più benestanti, è facile prevedere che questi numeri siano destinati a crescere”.

 

Un consiglio alle nostre imprese che vanno in Cina per vendere i loro prodotti e spesso incontrano cinesi che vogliono venderci i loro prodotti e non buyer disposti ad acquistare prodotti e servizi Made in Italy? A chiederlo è Cristiana Pace di Confindustria, che – dice - da anni riceve inviti da parte del governo cinese alle nostre imprese ad andare a investire nel paese. C’è la possibilità concreta di rendere più efficaci le shopping mission? “Ai cinesi piace il Made in Italy, soprattutto i beni di lusso e l’alta moda” risponde Wang. “I vostri prodotti però costano troppo. Una borsa costa quanto un cinese medio guadagna in un mese. Pianyi yidian (fate uno sconto)”.  Un modo di dire spesso usato con i commercianti nei mercati cinesi in fase di negoziazione (in Cina si contratta quasi tutto), una delle prime espressioni che uno straniero in Cina impara. Risate tra il pubblico. Una battuta che umanizza il volto apparentemente imperscrutabile del ministro. Sì: la riforma del partito passa anche attraverso un nuovo modo di comunicare. Disinvolto. Umano. Nello stile di Xi Jinping.  


25 febbraio 2014


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