Politica interna

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Pechino rifiuta accusa di
genocidio per Hu Jintao

Pechino rifiuta accusa di <br />genocidio per Hu Jintao


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 15 ott. - La Cina ha rigettato la decisione dell'Alta Corte spagnola di avviare un procedimento per genocidio nei confronti di alcuni alti leader cinesi, tra cui gli ex presidenti Hu Jintao e Jiang Zemin. La decisione, presa giovedì scorso, vede proprio Hu Jintao tra i principali accusati dal gruppo di esuli tibetani che ha fatto causa al governo cinese, per le politiche repressive messe in atto nella regione autonoma tra il 1988 e il 1992, quando era la maggiore carica politica. "Ci opponiamo fermamente a ogni Paese o persona che tenti di sfruttare questo tema per interferire con gli affari interni della Cina" ha dichiarato ieri la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, durante il consueto incontro con la stampa straniera. La stessa Hua ha definito "sinistro" il tentativo del gruppo di esuli tibetani di "distruggere le relazioni tra la Cina e il Paese in questione e -ha aggiunto- di attaccare il governo cinese".

La decisione del tribunale spagnolo arriva in un momento segnato da una particolare tensione tra il governo centrale cinese e la regione autonoma. Le scorse settimane sono state caratterizzate dagli incidenti tra la popolazione locale e le forze di polizia nell'area di Driru (o Biru, secondo il nome cinese) che hanno portato, secondo i rapporti di due diverse associazioni in difesa dei diritti dei tibetani, a circa sessanta feriti. Gli scontri erano stati preceduti da una fase di tensione da parte di alcuni gruppi di tibetani colpevoli, secondo le autorità, di avere disubbidito all'ordine di esporre la bandiera rossa a cinque stelle della Cina in occasione del sessantaquattresimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, il 1 ottobre scorso. Non è chiaro, neppure dai rapporti delle organizzazioni in difesa dei diritti del Tibet, come siano avvenuti gli scontri e l'aggressione da parte delle forze dell'ordine, se con gas lacrimogeni o con l'uso di proiettili. Secondo la sola Radio Free Asia - agenzia di notizie sponsorizzata da Washington che si occupa delle aree calde e di conflitto nel continente - quattro delle persone coinvolte nei disordini sarebbero morte in seguito alle ferite riportate. La polizia locale ha invece smentito ogni tumulto nella zona. Quello che sembra certo è l'intensificarsi delle forze dell'ordine nella regione, come spiega un reportage da Lhasa pubblicato sul settimanale The Economist, e un aumento della vigilanza con i sistemi elettronici.

Le rivolte dei giorni scorsi avevano riportato l'attenzione internazionale sul Tibet e sulle aree a forte concentrazione tibetana delle province limitrofe, che erano state protagoniste di molti dei casi di auto-immolazione che negli ultimi due anni hanno coinvolto circa 120 monaci che si sono dati fuoco in segno di protesta contro il governo di Pechino. Se i casi di auto-immolazione hanno recentemente subito una battuta d'arresto, la situazione nelle aree tibetane al di fuori del Tibet rimane ancora critica sul piano della sicurezza. Settimana scorsa si era verificato un fatto di sangue che aveva lasciato alcuni dubbi. Nel Sichuan, provincia sud-occidentale cinese confinante con il Tibet, era stato aggredito e ucciso a coltellate un monaco, Choje Akong Rinpoche, noto per avere fondato il primo monastero tibetano in Occidente (in Scozia). L'uomo era in compagnia di altre due persone, un nipote e una terza persona identificata come un autista: i tre erano stati aggrediti e uccisi da altri tre cittadini di etnia tibetana, secondo quanto riferito dalle forze di polizia locali. Il caso è stato chiuso in 24 ore con un post comparso su Weibo in cui la morte del monaco era imputata a "dispute di carattere economico" con i tre aggressori, senza fornire ulteriori indicazioni.

I monaci del monastero da lui fondato a poche ore dalla diffusione della notizia della sua scomparsa avevano diffuso un messaggio di cordoglio online in cui dicevano che il loro leader spirituale era stato "assassinato". Gli stessi monaci hanno poi fatto parzialmente marcia indietro sull'uso del termine, e hanno identificato in un monaco del loro monastero di nome Tudeng Gusher, che realizzava statue votive, l'aggressore che ha ucciso il leader spirituale. La storia personale del monaco ucciso nell'aggressione fa di lui una figura particolare: Rinpoche, dopo avere lasciato il Tibet nel 1963, aveva ricucito i rapporti con Pechino, tanto che era stato tra gli ospiti delle celebrazioni tenute dal Partito Comunista Cinese per i sessanta anni di quella che Pechino definisce la "liberazione pacifica" del Tibet, avvenuta nel 1950. Tra gli episodi più noti della sua vita c'è la sua partecipazione alla ricerca del successore del sedicesimo Karmapa Lama, una delle più alte cariche del lamaismo tibetano, avvenuta nel 1992. Il diciassettesimo Karmapa Lama era stato il primo a essere scelto con il placet di Pechino.

15 ottobre 2013


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