Politica interna

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Nuova stretta al web,
al bando 4 serie Usa

Nuova stretta al web,<br />al bando 4 serie Usa


di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella



Roma, 28 apr.- Pechino ordina la rimozione dal web cinese della sit-com americana The Big Bang Theory. Fuori anche The Good Wife, NCIS e The Practice. La disposizione arriva direttamente dalla State Administration of Press, Publication, Radio, Film and Television (SARFT), l'authority che vigila sui contenuti dei programmi cinesi, ma non è specificato il motivo della stretta sulle quattro tra le più popolari serie statunitensi.

 

"Senza ordine non può esserci libertà sul web"  scandisce oggi forte e chiaro a questo proposito il Quotidiano del Popolo in un editoriale firmato Zhong Sheng – la Voce della Cina – pseudonimo dietro il quale in genere si celano le opinioni ufficiali sulla politica estera cinese.


"Le persone e i governi ordinari godono delle opportunità di internet, ma devono anche essere consapevoli che vanno incontro a effetti negativi e a pericoli nascosti sulla sicurezza" si legge nel commento di Zhong Sheng. "Senza un ordine su Internet, come si può avere una libertà del web? Tutti coloro che godono ed esercitano i loro diritti sulla rete non devono danneggiare l'interesse e l'etica pubblica o violare le leggi".

 

La scorsa settimana la stessa Authority aveva revocato alcune licenze per la pubblicazione online a una delle più grandi piattaforme web del Gigante asiatico, Sina Corp., 'madre' di Weibo, il Twitter cinese. Il colosso avrebbe diffuso in rete "contenuti pornografici e volgari". Solo un mese fa, invece, la scure della censura si era abbattuta sulle trasmissioni televisive e sui film online sprovvisti di licenza che, secondo le nuove direttive, non possono essere messi in rete. Le pene vanno da multe salate fino al bando a 5 anni di investire e operare su programmi online. Tuttavia, riferisce a Reuters, non esistono specifici regolamenti sui programmi stranieri.


Il mercato del video online lo scorso anno ha raggiunto il valore di 128 miliardi di dollari (circa 1,5 miliardi di euro). Ma internet è anche uno degli strumenti più temuti dal governo che, se da una parte dichiara guerra ai funzionari corrotti, dall'altra teme i continui scandali e le denunce contro le autorità che sempre più internauti espongono sulla rete, con tanto di video e foto che poco spazio lasciano alle interpretazioni.

Tenere le briglie del web è tra i principali obiettivi del governo che dalla nomina di Xi Jinping ha inasprito il controllo sui media e sul web e sbattuto dietro le sbarre decine e decine di attivisti o personaggi scomodi con l'accusa di diffondere false notizie, rumors, online. La campagna contro i rumors on line è entrata ufficialmente in vigore lo scorso ottobre. In base alla nuova direttiva chi viene giudicato colpevole di avere diffuso informazioni non verificate on line può rischiare fino a tre anni di carcere, nei casi in cui i messaggi postati possano essere letti da oltre cinquemila followers o nel caso in cui vengano ripostati più di cinquecento volte.

E il web, mette in guardia la Cina, è anche terreno fertile di sollevazioni popolari e organizzazioni criminali in un momento in cui il Drago si trova a combattere contro la crescente minaccia terroristica. Un punto su cui è intervenuto sabato lo stesso presidente Xi Jinping osservando che la sicurezza nazionale è a rischio. "Dobbiamo essere consapevoli del nuovo scenario: il nostro Paese si trova di fronte a sé la sfida di un crescente terrorismo che minaccia la sicurezza pubblica" ha detto Xi alla sessione di studio del Politburo. I cinesi – ha continuato – devono costruire "un muro di ferro e bronzo per combattere i terroristi e trattarli come ratti che corrono per le strade con il popolo che urla "colpiteli"".


Xi ha poi fatto appello alle autorità "affinché risolvano in modo opportuno le dispute che minacciano l'unità nazionale e combattano le forze ostili entro e oltre i confini del Paese, forze impegnate in attività separatiste usando cause etniche". Pur senza nominarli direttamente, il riferimento di Xi sembra andare diretto al Tibet e allo Xinjiang, territorio di grandi conflitti etnici e abitato da una popolazione originaria, gli uighuri, di lingua turcofona e fede musulmana in perenne contrasto con i cinesi di etnia han, che Pechino ha inviato in massicce migrazioni e collocato nei posti più importanti della sfera pubblica e amministrativa. Per il governo cinese le violenze nello Xinjiang – l'anno scorso più di un centinaio di persone hanno perso la vita nelle sollevazioni – sono opera di militanti islamici separatisti riuniti sotto la sigla  ETIM, East Turkestan Islamic Movement, che chiedono l'indipendenza dello Xinjiang, rivendicato come Turkestan Orientale.

Quanto ai tibetani, più di 120 di loro si sono auto immolati dal 2008 per protestare contro il regime cinese e chiedere il ritorno del leader spirituale in esilio, il Dalai Lama, che Pechino considera "un lupo vestito da agnello" il quale con il pretesto religioso punta all'indipendenza del Tibet.  


28 aprile 2014

 

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