Politica interna

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Noto blogger ammette
diffusione di rumors online

Noto blogger ammette <br />diffusione di rumors online


di Eugenio Buzzetti

Twitter@Eastofnowest

 

Pechino, 16 set. - Charles Xue, l'uomo d'affari  e commentatore on line detenuto dal mese scorso con l'accusa di avere avuto rapporti con prostitute, ha ammesso di fronte alle telecamere di CCTV e all'agenzia di stampa cinese Xinhua, di avere diffuso rumors su internet. Charles Xue, noto anche come Xue Manzi, è una figura popolare sui social network cinesi per i suoi commenti sulla situazione politica e sociale del Paese, con oltre dodici milioni di followers su Weibo, il Twitter cinese. La sua popolarità on line era cominciata in occasione della festa del capodanno lunare del 2011, a favore dei bambini rapiti. Con la notorietà sul web, ha spiegato il commentatore, è salito anche il numero di messaggi a lui destinati su argomenti non attinenti alla sua sfera di competenza. "Persino un ministero non riceverebbe così tanti inviti dalle trenta province cinesi ogni giorno" ha detto Xue alla Xinhua.

In totale, Charles Xue ha postato 85mila messaggi nel corso degli anni. "La mia irresponsabilità nel diffondere informazioni on line è stato uno sfogo di negatività -ha dichiarato Xue- e ho trascurato l'opinione della maggioranza della società". Xue ha poi commentato anche i recenti sviluppi della campagna contro la diffusione di voci e pettegolezzi on line, affermando che "la libertà di parla non può superare la legge". Secondo le ultime normative riguardo all'uso di internet, da martedì scorso gli utenti di Weibo rischiano fino a tre anni di carcere per la diffusione di informazioni non verificate, nei casi in cui i messaggi possano essere visti da oltre cinquemila followers o vengano ripostati più di cinquecento volte.

 

PERIODICO DEL PCC, RUMORS ON LINE COME I DAZIBAO

 

 

La difusione di rumors on line è paragonabile a quella dei dazibao, i "giornali a grandi caratteri" di denuncia contro chi era accusato di essere contro-rivoluzionario o borghese in uso ai tempi della Rivoluzione Culturale in Cina. Lo scrive in un articolo il periodico del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, Qiushi, il cui nome significa "cercare la verità". Nel mirino del periodico ci sono i critici della linea del partito, colpevoli, secondo Qiushi, di "fare uso della libertà del cyberspazio per dedicarsi alla diffamazione gratuita, attaccando il partito e il governo".

Il paragone tra i dazibao degli anni Settanta e i post che compaiono sulle piattaforme di microblogging negli anni Duemila si baserebbe sul carattere anonimo di entrambe le forme scritte e sul contenuto diffamatorio di entrambi. Internet è in queste ultime settimane terreno di battaglia tra le autorità e il popolo degli utenti di Weibo, la più popolare piattaforma di social network cinese. Lo stesso presidente cinese Xi Jinping si è espresso di recente a favore di un contenimento dei commenti che circolano on line, e da martedì scorso è in vigore una legge che prevede il carcere fino a tre anni per chi diffonde rumors on line, qualora il proprio messaggio possa essere visto da almeno cinquemila persone o sia stato postato almeno cinquecento volte.

Le regole per registrarsi su Weibo sono diventate sempre più stringenti. Il 6 settembre scorso era stata diffusa dal quotidiano in lingua inglese Global Times la notizia che oltre al proprio vero nome, occorreva anche un certificato del proprio datore di lavoro per potersi registrare al sito. Uno dei casi più noti di rumors on line riguarda l'uomo d'affari Charles Xue, noto commentatore on line, che nella giornata di ieri ha confessato ai media cinesi di avere postato più volte messaggi senza avere prima verificato le informazioni. Xue è molto popolare in Cina con oltre dodici milioni di follower su Weibo. "Neppure un ministero riceverebbe così tanti messaggi" ha detto Xue, per spiegare almeno perzialmente la sua impossibilità a verificare tutti i messaggi ricevuti.

 

 

 

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