Politica interna

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Moralità
alla Xi Jinping

Moralità <br />alla Xi Jinping


di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest



Pechino, 30 set. - Si avvia lungo un percorso sempre più moralistico, la lotta alla corruzione voluta dal presidente cinese Xi Jinping, che nei giorni scorsi ha segnato anche la prima vittima accusata di essere ufficialmente un "degenerato". Ni Fake, ex vice governatore della provincia dello Anhui, è stato espulso oggi dal Partito Comunista Cinese e deposto da tutte le cariche a livello governativo. La Commissione Disciplinare lo ha trovato colpevole dei reati di abuso di potere, corruzione e di altri guadagni illeciti realizzati personalmente o con la complicità di amici e parenti. Ma rispetto alle normali accuse di corruzione, per Ni Fake c'è in più anche quella, appunto, di "degrado morale".

 

L'etichetta di "degenerato" a Ni Fake arriva in un momento di restrizioni sulle norme anti-stravaganza. Almeno due i casi degni di nota delle ultime ore. Ieri è toccato alle forze di polizia ricevere il primo rimbrotto ufficiale: gli agenti sono stati ammoniti dal Ministero della Pubblica Sicurezza dal bere troppo e dal frequentare i night-club. Molto pochi tra di loro, ha reso noto il ministero, non rispettano un codice di disciplina interiore, ma anche i pochi casi che si possono verificare corrono il rischio di danneggiare i legami tra la polizia e il popolo, e chi ha infranto le regole dovrà essere punito con il licenziamento. Il secondo caso riguarda, invece, i sontuosi banchetti di nozze finiti con danni per centinaia di migliaia di yuan, come rivelavano le cronache locali nei mesi scorsi. La provincia dello Hunan, nel sud del Paese, ha deciso di limitare a duecento i gli invitati al ricevimento di nozze di funzionari governativi o di membri del partito a livello locale.

 

Che la lotta alla corruzione e alle stravaganze nasconda un intento moralistico era chiaro fin dal principio,a dicembre scorso, quando le misure contro sprechi, stravaganze, formalismi e burocratismi avevano fatto per la prima volta la comparsa nel vocabolario della politica cinese dell'era Xi Jinping. Lo stesso Xi aveva messo subito in guardia i funzionari sui rischi di una sottovalutazione del rispetto della legge e di un allontanamento dalle istanze popolari che poteva provocare una frattura insanabile tra partito e cittadini. Le virate degli ultimi giorni sembrano sempre più andare verso una campagna di recupero delle "fedi tradizionali" che il presidente vorrebbe vedere di nuovo tornare in auge, secondo quanto riferiscono alcune fonti interne alla Reuters, per riempire il vuoto lasciato da trenta anni di sviluppo votato al "dio denaro".

 

Nel pensiero del presidente ci sarebbe posto sia per il confucianesimo ufficiale, che per le fedi religiose di buddismo e taoismo, ovvero quelle "culture tradizionali" che resistono nella società civile. Insomma, qualsiasi cosa sembra andare bene pur di combattere la corruzione perché, come rivela una fonte anonima all'agenzia britannica, Xi è conscio del fatto che combattere la corruzione con la repressione serve solo a curare i sintomi, ma che per andare in profondità servono quelle riforme politiche che, ufficialmente, Pechino non intende affrontare. Ben vengano quindi, anche le forme religiose che più hanno influito sulla storia e sulla tradizione dei cinesi, che "si espanderanno, anche se in maniera impercettibile". Non solo Mao Zedong (nella dottrina) e Deng Xiaoping (nell'innovazione economica): nell'orizzonte temporale della leadership di Xi Jinping, ci sono anche Zhuangzi e Laozi, rivisitati in base alle esigenze della politica. Nel tentativo di evitare, per il futuro, la proliferazione dei vari Ni Fake sparsi per la Cina di oggi.


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