Politica interna

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Le sette vite
di Zhou Yongkang

Le sette vite <br />di Zhou Yongkang


di Eugenio Buzzetti
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Pechino, 1 ott. - Nell'ultimo anno e mezzo, l'ex membro del Comitato Permanente del Politburo, Zhou Yongkang, un tempo uomo forte degli apparati di sicurezza cinesi, è stato dato per spacciato diverse volte. Almeno quattro. Ogni volta, le voci sul suo conto davano per probabile una sua rimozione o un allontanamento dal partito; ogni volta, in qualche modo, Zhou riusciva a tornare a galla, e a ricomparire. Sempre più ammaccato, forse, dai rumors in circolazione su di lui, che, anche senza conferme ufficiali, erano sufficientemente credibili per il ruolo che lo stesso Zhou svolgeva nella politica di Pechino e per i legami "sgraditi" al vertice Comitato Permanente: su tutti, quello con l'ex segretario del Partito Comunista di Chongqing, Bo Xilai, ora condannato all'ergastolo.

 

Anche questa volta, Zhou Yongkang è tornato a farsi vivo. E per farlo ha scelto un ambiente a lui congeniale, quello di un ritrovo di ex alunni della China University of Petroleum di Pechino, frequentata in gioventù, prima di arrivare ai vertici delle grandi compagnie petrolifere di Stato cinesi e avere accesso agli altissimi piani della politica. Sorridente di fronte agli obiettivi dei fotografi, Zhou Yongkang si è intrattenuto con i vecchi compagni di studi, stringendo mani e salutando i vecchi compagni di corso, come un normale ex funzionario, seppure di primo piano, in pensione. Un comportamento, il suo, di certo non in linea con le voci di possibili accuse di corruzione che circolano su di lui, e dei rumors che lo vedono, da tempo ormai, sia come sponsor politico di Bo Xilai, che di Jiang Jiemin, anch'egli ex dirigente del petrolio cinese e da alcune settimane rimosso da tutte le cariche ricoperte a livello nazionale (era presidente della commissione di supervisione degli asset statali) con l'accusa di corruzione.

 

A Zhou Yongkang, verrebbe da dire, piace vivere pericolosamente. E gli ultimi diciotto mesi sono stati sicuramente un periodo molto "pericoloso" per Zhou. Persino per un uomo come lui, che amava sfoderare una tempra d'acciaio nelle occasioni di ritrovo con i militari e mostrare, a sessanta anni suonati, una forma fisica ancora invidiabile, producendosi in esercizi di addominali e flessioni per impressionare i più giovani. La prima volta che era sparito di scena dall'inizio dello scandalo politico che ha travolto Bo Xilai, c'è stato anche chi, su Weibo, ha temuto il peggio. Per 24 ore, Zhou era scomparso dalla circolazione, mentre si avvicendavano voci di un tentativo di colpo di mano e di spari a Zhongnanhai, il Cremlino cinese.

 

Scenari da fantapolitica, forse, che però hanno tenuto banco per alcune ore, fino a quando Zhou non è riapparso sulla scena, catturato dagli obiettivi dei fotografi, nell'atto di stringere la mano al ministro degli Esteri indonesiano, in visita a Pechino con il presidente Yudhoyono proprio in quei giorni. Si era parlato, poi, nelle settimane successive di uno svuotamento dei poteri effettivi della sua carica, passati in toto al Ministero della Pubblica Sicurezza. E ancora, prima del diciottesimo Congresso, che si è celebrato nel novembre scorso, Zhou sembrava di nuovo fuori dai giochi, prima di essere ripescato all'ultimo momento come rappresentante dai delegati della regione autonoma dello Xinjiang.

 

Ogni volta che si è cercato di mettere fine alla sua carriera politica, l'ormai settantenne Zhou è sembrato sempre essere in grado di produrre un colpo di reni sufficiente a ripartire. Le ultime voci su di lui, risalenti all'inizio di settembre, lo davano agli arresti domiciliari, mentre fonti della Reuters, assicuravano che non sarebbe finito sotto processo perché stava collaborando con gli inquirenti su un caso di corruzione. Il suo nome era stato citato, proprio in quei giorni, in due occasioni ufficiali: il funerale di uno scienziato, e la morte di un ex funzionario del Guangdong, nel sud-est, segnali che il vecchio Zhou era ancora in gioco, ma proprio nello stesso periodo, erano finiti indagati per corruzione quattro dirigenti del gruppo petrolifero cinese CNPC -nel quale Zhou stesso aveva fatto carriera- alcuni dei quali erano suoi protetti, oltre che dell'ex presidente Jiang Jiemin.

 

Non solo, durante il processo a Bo Xilai, che si era tenuto appena dieci giorni prima, erano filtrate indiscrezioni sul suo possibile ruolo nel tentativo di coprire la fuga dell'ex braccio destro di Bo, Wang Lijun, al consolato statunitense di Chengdu, l'incidente che aveva dato il via al lungo processo di epurazione di Bo, l'ex ambizioso leader che si sentiva sicuro, fino a quel momento, di un posto tra i membri della nuova leadership. Come membro del Comitato Permanente del Politburo, Zhou occupava un ruolo di altissimo profilo nella gerarchia del potere. La sua sorte, perennemente appesa a un filo, rappresenta una sfida per la leadership cinese che, se decidesse di accusarlo formalmente, romperebbe una sorta di regola non scritta che vede i membri o gli ex membri del Comitato Permanente come al di sopra della giustizia.


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