Politica interna

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Lavoro: peggiora
la situazione delle donne

Lavoro: peggiora <br />
la situazione delle donne


di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella

 

Roma, 21 mag.- Nella cerchia delle donne più facoltose del mondo le cinesi occupano le vette più alte. Di più. Secondo la classifica di Grant Thornton International, nel Gigante asiatico l'altra metà del cielo – come le aveva ribattezzate Mao Zedong – ricopre  il 51% dei ruoli di management di alto livello. Tre di loro, inoltre, figurano tra i 20 cinesi che si sono fatti da soli diventando miliardari.

 

Mentre l'Occidente fa  conti con l'incremento del tasso di disoccupazione (soprattutto femminile), la Cina, complici i media nazionali ed esteri, sembra spalancare le porte del mondo del lavoro alla sua popolazione femminile. Appunto: sembra. Analizzando più a fondo i dati, infatti, il panorama dell'occupazione del Drago non appare più così roseo. Tutt'altro. Secondo l'opinione di Leta Hong Fincher, dottoranda in sociologia all'Università Tsinghua di Pechino, invece che progredire la condizione delle lavoratrici cinesi peggiora rispetto al passato.

 

"Il Censimento del 2010 – si legge in un suo articolo scritto per il New York Times - fissa al 74% la quota delle cinesi in età da lavoro realmente occupate. Poco al di sotto delle cifre di paesi come Stati Uniti e Australia, dove lavora il 75%. In Svezia la percentuale sale all'87,5%, in Francia all'84% e in Gran Bretagna al 79%". Dov'è allora la trappola? Le cifre relative alla Cina – spiega la Fincher – sono alte perché comprendono anche la forza lavoro delle campagne e, al contrario degli altri Paesi, quasi la metà della popolazione cinese vive ancora nelle zone rurali.
La fotografia delle città è invece molto meno incoraggiante. Nel 2010 le cittadine al lavoro erano il 60,8% in calo rispetto al 77,4% di 20 prima e il 20,3% in meno rispetto alla popolazione maschile. Il dato è ancora più preoccupante se confrontato con quello della fine degli anni '70,  quando secondo gli studi di allora lavorava il 90% delle donne che vivevano in città.

 

Il trend è destinato a peggiorare a fonte di un tasso di inurbamento in crescita che, secondo le proiezioni, vedrà il 60% della popolazione riversarsi nelle città entro il 2020.
L'altra metà del cielo non se la passa meglio in fatto di retribuzione. Lo dimostrano i dati rilasciati mercoledì dall'Associazione All-China Women's Federation che fa un confronto: nel 1990  nei centri urbani le donne guadagnavano all'incirca il 20% in meno rispetto agli uomini, ma nel 2010 il gap è aumentato e il portafoglio delle lavoratrici si è assottigliato del 33% rispetto a quello dei loro colleghi. Di pari passo – riferisce sempre ACWF – diminuisce anche la presenza femminile ai board delle aziende del paese,  che è  passata dal 43% nel 2005 al 32% nel 2011.

 

Buona parte delle donne con figli si ritrova, poi, di fronte alla difficile scelta di lasciare il posto di lavoro, così se le ventenni impiegate fuori casa sono il 63%, le trentenni rappresentano solo il 53%. "Il declino della partecipazione delle donne al lavoro è diventato evidente negli 90, quando Pechino licenziò decine di milioni di lavoratori delle imprese statali sulla scia di una riorganizzazione dell'economia della nazione. Le donne furono mandate via in misura squilibrata rispetto agli uomini. E quando anni dopo fu la volta di riassumere i tagliati fuori, il numero delle lavoratrici  rientrate al lavoro risultò essere più basso degli uomini " spiega Fincher. 

 

Più o meno nello stesso periodo iniziò a farsi strada il movimento "Donne ritornate a casa" che invitava appunto l'universo femminile a lasciare il loro posto di lavoro agli uomini in un periodo di incremento della disoccupazione. "Nanzhuwai, nuzhuwei": gli uomini appartengono alla vita pubblica, le donne a quella in casa. L'antico detto cinese ha ritrovato nuova vita nella società cinese. Secondo un sondaggio condotto da ACWF rispetto al decennio precedente il numero di donne e uomini che condividono il proverbio è cresciuto rispettivamente di 8 e 4 punti percentuali.

 

Alle difficoltà pratiche si aggiunge anche una sorta di stigmatizzazione che etichetta come "avanzi" (della società)  quelle donne istruite, spesso laureate, che vivono in città e che hanno superato i 27 anni, ma 'ancora' single.
Come combattere allora questa discriminazione che non riguarda solo la seconda potenza economica al mondo, ma nemmeno è risparmiata nel Paese in cui accade anche che chi sorregge l'altra metà del cielo arrivano al gotha del potere e del benessere?

 

La Fincher non ha dubbi: "Rafforzando le leggi contro le discriminazioni sessuali sul posto di lavoro, bloccando la campagna dei media contro le "donne avanzate", le quote di ammissione all'università basate sul sesso e a favore di quello maschile, frenare l'erosione dei sussidi governativi destinati alla cura dei bambini che costringe molte madri a rinunciare alle ore retribuite quando non addirittura al posto di lavoro.



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