Politica interna

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Il singolo di Ai Weiwei,
la parodia del carcere

Il singolo di Ai Weiwei,<br />la parodia del carcere<br />


di Alessandra Spalletta
Twitter@ASpalletta

 

Pechino, 22 mag. – La Cina ha bisogno di una scarica di metal. Ne è convinto il figlio di un poeta che fu inviso a Mao (Ai Qing), il noto dissidente Ai Weiwei, il quale ha plasmato la sua arte come potente strumento di critica al governo cinese. La vena artistica di Ai si volge al mondo della musica: l'archistar ha pubblicato 'Dumbass' (idiota) il 'singolo' 'heavy metal' che trae ispirazione dalla sua detenzione nel 2011, 81 giorni di carcere che suscitarono l'indignazione internazionale, e che misero in moto la (mancata) Primavera cinese. Il video che l'accompagna – disponibile online  - è una parodia dei giorni in carcere, realizzato insieme al famoso regista Christopher Doyle (che in passato ha lavorato con Wong Kar-wai).   L'album di debutto, intitolato 'Divina Commedia' come il poema di Dante - un riferimento al soprannome affibbiato all'artista dai suoi fan - uscirà nelle prossime settimane.

 

Nel video di cinque minuti, Ai è sotto interrogatorio, nell'atto di siglare un documento con l'impronta digitale. Indossa un cappuccio nero con la scritta "Criminale" prima di subire il terzo grado da parte dei poliziotti, in una doccia-prigione. Le immagini toste, il linguaggio forte; il video mostra le guardie che ballano con donne sexy in completo intimo, Ai stesso indossa indumenti intimi e ha le labbra intinte di rossetto; un attimo le immagini restituiscono lo squallore del bagno invaso dai granchi (divenuti in Cina simbolo di censura online). Si vede poi il figlio dell'artista radergli i capelli e la lunga barba – sorta di suo magniloquente contrassegno. Ai ha realizzato il video per "evidenziare le difficoltà degli altri dissidenti".  Il testo della canzone è una summa della critica che da anni Ai porta avanti nei confronti delle autorità cinesi, ripetutamente accusate dall'archistar di violazione dei diritti umani.

 

"Quando ero in carcere successe una cosa interessante" – spiega l'artista alla Reuters – "Un ufficiale della polizia paramilitare che mi fissava con aria torva, mi chiese sommessamente di cantargli una canzone". "Vivevo un momento di estrema frustrazione, stavo malissimo – prosegue Ai – e realizzai che in quella situazione le guardie si sentivano come me: avevano bisogno di ascoltare musica".

 

"I poliziotti sono figli dei poveri" scrisse Pasolini, scandalizzando un'Italia che nel 1968 si apprestava a scivolare nel clima di terrore che caratterizzò gli anni seguenti. Storie diverse, contesti diversi. Qui siamo in Cina, dove il destino della modernizzazione s'intreccia indissolubilmente con l'arretratezza della giustizia, e uno stato censore forte che non accenna a limitare il "weiwen" (la politica del mantenimento della stabilità), una questione su cui si addensano segnali contrastanti. Le parole di un poeta italiano che voleva scuotere le coscienze facendo vibrare le viscere come corde di violino, ricordano oggi l'urlo di un artista cinese che in un video metal esprime l'indignazione per un dramma che, indistintamente, può toccare chiunque, nel suo paese. "In Cina ci sono molti prigionieri politici che versano in condizioni ben peggiori di quelle che dovetti subire io", ha scandito l'artista alla Reuters, "ma anche in un posto del genere, le persone hanno fantasia e immaginazione".

 

Gli altri brani dell'album usciranno il mese prossimo e affrontano altri temi sensibili, dalla censura su internet alla fuga del dissidente cieco Chen Guangcheng, nell'aprile scorso, che rifugiandosi nell'Ambasciata americana di Pechino,  rischiò di provocare un incidente diplomatico tra Cina e Usa.

Ai Weiwei non ha grosse aspettative sulla distribuzione dell'album in Cina. Si aspetta che l'uscita del suo lavoro avverrà in un silenzio assordante, ma non è preoccupato tanto di eventuali azioni intimidatorie quanto delle prospettive di vendita, che sono pari a zero: la distribuzione sarà online. "Le mie canzoni saranno censurate. Ma non c'è problema, non solo le uniche cose che mi riguardano ad essere oscurate, in Cina: anche il mio nome, le mie foto, sono bloccate".

 

E mentre Ai Weiwei appare perfettamente consapevole dei limiti artistici del suo primo album – "ho margini di miglioramento" -, annuncia che è in preparazione già la seconda fatica, che però sarà una raccolta di canzoni d'amore

 

La prossima tappa di Ai sarà la Biennale di Venezia dove rappresenterà la Germania, ma non potrà essere fisicamente presente: "non mi hanno ancora restituito il passaporto".

 

Concerti in programma? Nessuno, per il momento. Ma Ai è ambizioso: "Un giorno mi esibirò in Piazza Tian'anmen. Sono sicuro che quel giorno arriverà".



Ai Weiwei


Ai Weiwei ha esibito nei musei più importanti del mondo, noto per le opere artistiche invise al Partito e che nel 2011 gli costarono la detenzione per 81 giorni, ergendolo a simbolo di quella repressione preventiva messa in atto dagli apparati di sicurezza cinese sulla scia della Primavera araba, e che colpì moltissimi dissidenti e comuni cittadini.  Prima ancora, aveva passato guai seri dopo aver denunciato attraverso un'installazione il numero delle morti bianche durante il terribile terremoto del Sichuan nel 2008, che secondo l'artista erano state occultate dalle autorità – l'ennesimo episodio di corruzione.

 

Ai Weiwei non perde occasione per esprimere le sue critiche al Partito attraverso una prolifica attività artistica, e su internet. Il suo blog, seguitissimo, fu chiuso nel 2009 e da allora Ai cinguetta intensamente su Twitter dove ha oltre 206 mila seguaci. Continuando a rompere le scatole al regime.
 L'anno scorso, Ai aveva prodotto una versione del video coreano, diffusamente imitato, Gangnam Style, in cui indossava un paio di manette, a simbolizzare gli sforzi compiuti dalle autorità per cucirgli labocca. Il video fu immediatamente censurato.

 

L'ultima denuncia in ordine di tempo riguarda la controversia del latte in polvere per bambini cinese, che è diventata un'opera d'arte. Ai ha presentato la sua scultura ad Hong Kong in occasione di una mostra dal titolo "A Journal of the Plague Year: Fear, ghosts, rebels. SARS, Leslie and the Hong Kong story", allestita a Sheung Wan, a nord-ovest dell'ex colonia britannica.




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