Politica interna

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IL RIFORMISTA LI YUANCHAO PROBABILE VICE PRESIDENTE

IL RIFORMISTA LI YUANCHAO PROBABILE VICE PRESIDENTE<br />


di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 12 mar. - Ripescati in extremis. Sembra questa la sorte che accomuna due uomini di cui si è parlato molto negli scorsi mesi. Ling Jihua e Li Yuanchao, due fedelissimi di Hu Jintao rimasti fuori dalle promozioni di novembre scorso, sembrano rientrare in gioco in queste ore. Li Yuanchao, già a capo del potentissimo dipartimento organizzativo del partito, si era visto svanire i sogni di promozione al vertice pochi giorni prima dell'inizio del Congresso del partito, nel novembre scorso. Ad opporsi a una sua nomina, in quell'occasione fu l'ex presidente Jiang Zemin: la colpa di Li sarebbe stato l'eccessivo numero di promozioni per gli uomini vicini a Hu Jintao, a scapito dei fedeli di Jiang. Ora, secondo fonti vicine alla leadership sentite dalla Reuters, potrebbe toccare proprio a lui, invece che a Liu Yunshan, membro del nuovo Comitato Permanente, il posto di vice presidente. Liu è stato per anni ai vertici della macchina della propaganda e considerato un conservatore, mentre Li viene visto come maggiormente aperto a caute riforme: l'ex protetto di Hu Jintao avrebbe già l'endorsement più importante, quello di Xi Jinping, che per sceglierlo si sarebbe opposto allo stesso Jiang, con una prova di forza, che agli alti piani della politica del Dragone viene vista come una dimostrazione di indipendenza dai vecchi schemi.

 

Discorso diverso per Ling Jihua, l'ex segretario personale di Hu Jintao e fino al settembre scorso uno degli uomini di punta della sesta generazione di leader, che guiderà il Paese dal 2022. Ling è stato eletto tra i vice presidenti della Conferenza Consultiva Politica del Popolo, nella giornata di ieri, seppure tra molte riserve. La sua candidatura ha ricevuto novanta voti contrari e 22 astenuti. Il protetto di Hu Jintao ha accolto la notizia senza tradire alcuna emozione. Ling era stato al centro di un caso politico e di un dramma personale lo scorso anno, dopo che la Ferrari guidata da suo figlio si era schiantata lungo una delle autostrade urbane che circondano la capitale. Il caso era stato coperto per mesi dalla leadership prima che a settembre scorso venisse allo scoperto. La vicenda legata alla morte di Ling Gu aveva scatenato le reazioni dei netizens su Weibo, il Twitter cinese, che si erano sollevati contro i privilegi dei figli dell'aristocrazia rossa.

NO AI SISTEMI POLITICI OCCIDENTALI E IL PROBLEMA DELLA CENSURA



Se la possibilità che un cauto riformista possa diventare vice presidente sembra farsi strada in queste ore, la Cina non intende però ripensare il suo assetto in un'ottica di maggiore apertura verso i sistemi politici occidentali. Nella giornata di oggi, il neo-eletto presidente della Conferenza Consultiva Politica del Popolo, Yu Zhengsheng, ha ribadito nel discorso di chiusura della sessione dell'organo da lui presieduto che la Cina deve "seguire più strettamente il sentiero dello sviluppo politico con caratteristiche cinesi, e non imitare i sistemi politici occidentali in ogni aspetto". Yu Zhengsheng è da novembre scorso anche membro del Comitato Permanente del Politburo. La Conferenza Consultiva del Popolo è il massimo organo consultivo cinese, e chiude oggi i suoi lavori, mentre l'Assemblea Nazionale del Popolo, che è il massimo organo legislativo e ha funzioni assimilabili a quelle di un parlamento, si concluderà il 17 marzo prossimo. Nel suo discorso, Yu ha poi ribadito l'importanza della democrazia interna al partito come cardine della democrazia socialista.



Una democrazia non sufficiente per il Committee to Protect Journalists che difende il diritto di cronaca nel mondo. I nuovi leader che guideranno la Cina nei prossimi dieci anni -si sottolinea nel rapporto del gruppo in difesa dei giornalisti- dovranno affrontare una comunità di netizens molto più interconnessa che in passato e molto più numerosa, con i suoi quasi 600 milioni di persone che hanno accesso alla rete, i circa 400 milioni di persone che possiedono smartphone o tablet, e i 300 milioni di bloggers. Il giornalismo cinese, negli ultimi anni, è andato incontro a una vitalità sconosciuta nei decenni passati, con tentativi continui di forzare gli stretti limiti imposti dalla censura governativa. "La sfida per il partito comunista -si spiega nell'introduzione al rapporto- è che mentre la Cina cambia, anche i suoi cittadini hanno nuove aspettative su come esercitare i propri diritti, che in molti casi sono già contenuti nella Costituzione cinese". Un'affermazione che sembra ricalcare il contenuto della lettera aperta ai membri dell'Assemblea Nazionale del Popolo che oltre cento intellettuali hanno pubblicato il mese scorso e nella quale chiedevano direttamente a Xi Jinping di mettere in atto la Costituzione da lui spesso invocata come punto di riferimento della vita dello Stato.


Numerosi i casi presi in esame dal rapporto, che esemplificano come la censura debba rincorrere sul web le continue voci dei bloggers, in particolare su Weibo, il Twitter cinese, diventato una delle maggiori arene per il dibattito pubblico degli ultimi anni. Il caso più noto è forse quello del giornalista d'inchiesta Yang Haipeng che per primo lo scorso anno aveva posto in relazione la figura dell'uomo d'affari inglese Neil Heywood con l'ex segretario politico di Chongqing, Bo Xilai. Poco dopo, il suo account Weibo, che aveva 247mila followers, è stato chiuso dalle autorità, e tutti i 65 tentativi da parte sua di riaprirlo non hanno dato esito positivo. Altro caso, più recente, è quello del Southern Weekly, i cui giornalisti sono entrati in sciopero a gennaio scorso, dopo che il locale dipartimento della Propaganda aveva cambiato un editoriale di inizio anno -in cui il giornale si augurava un maggiore rispetto della Costituzione e dei diritti- con un messaggio filo-governativo. "I cinesi -si legge nel rapporto- non considereranno più la propaganda del governo come notizie, né resteranno tranquilli a sentire i funzionari mentire su questioni che riguardano la loro vita". Il rapporto del Committee to Protect Journalists arriva mentre si rinfocola la polemica tra Cina e Stati Uniti sulla pirateria informatica, con gli Usa che hanno chiesto ieri direttamente ai cinesi di fermare il furto di dati on line dai siti statunitensi, accusa già più volte smentita da Pechino, che si ritiene invece sotto attacco da parte degli hacker statunitensi.



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